Venti anni fa, quando il mondo esplose a Bali
di Piero TrelliniSfioro la prima bomba senza nemmeno accorgermene. Per una concatenazione di circostanze mi trovo a Bali, il luogo di villeggiatura più popolare dell'Indonesia; nel mezzo di Kuta, cuore della sua vita notturna; sulla Legian, la sua via più trafficata; adiacente al Sari, il suo locale più noto; ad ottobre, il periodo di punta per le vacanze; di sabato, il giorno con il più alto addensamento di persone. È la sera del 12 ottobre 2002 e, poco prima delle undici, un taxi mi scarica insieme a una ragazza proprio su quella coordinata. Per me segnerà la fine di un viaggio, per altri la fine della vita.
La decisione iniziale è di percorrere tutta la Jalan Legian per poi scegliere dove cenare. Facciamo qualche passo. Di fronte a noi compare il Maccaroni, un ristorante su due piani dalle linee squadrate. Si trova di fronte al Paddy's, meta popolare degli occidentali, a fianco del più affollato Sari Club. Esitiamo. È tardi, non abbiamo ancora cenato, proveniamo dalla Thailandia ed è da settimane c…
Sfioro la prima bomba senza nemmeno accorgermene. Per una concatenazione di circostanze mi trovo a Bali, il luogo di villeggiatura più popolare dell'Indonesia; nel mezzo di Kuta, cuore della sua vita notturna; sulla Legian, la sua via più trafficata; adiacente al Sari, il suo locale più noto; ad ottobre, il periodo di punta per le vacanze; di sabato, il giorno con il più alto addensamento di persone. È la sera del 12 ottobre 2002 e, poco prima delle undici, un taxi mi scarica insieme a una ragazza proprio su quella coordinata. Per me segnerà la fine di un viaggio, per altri la fine della vita.
La decisione iniziale è di percorrere tutta la Jalan Legian per poi scegliere dove cenare. Facciamo qualche passo. Di fronte a noi compare il Maccaroni, un ristorante su due piani dalle linee squadrate. Si trova di fronte al Paddy's, meta popolare degli occidentali, a fianco del più affollato Sari Club. Esitiamo. È tardi, non abbiamo ancora cenato, proveniamo dalla Thailandia ed è da settimane che mangiamo cibo locale. Disubbidendo al nostro iniziale proposito optiamo per fermarci. Non lo sappiamo ma è questa la decisione che ci salva. In quel momento un minivan bianco Mitsubishi L300 passa davanti a noi puntando il marciapiede del Sari proprio nell'istante in cui, alle nostre spalle, un ragazzo con lo zaino penetra nel Paddy's.
Vedo un ragazzo decapitato
Entriamo. Una rapida occhiata, poi saliamo al piano di sopra. Ci sediamo a un tavolo vicino alle scale, di fronte a una grande vetrata che affaccia sulla strada. Mi guardo attorno. La sala è piena. Prendo la carta del menù. Appoggio le spalle sullo schienale. Sono le 23.04. Il boato arriva in quel momento. La vetrata si tinge di nero. Il pavimento trema, la luce va via, la gente istintivamente si piega in due. Ci cerchiamo allarmati. Il Paddy's, di fronte a noi, è saltato in aria. Il tempo per capirlo però non c'è. Quindici secondi dopo, un nuovo spaventoso boato proveniente dal Sari, il locale che ci affianca, scuote con violenza la sala. I vetri scoppiano. Lo spostamento d'aria ci fa volare scaraventandoci sul pavimento dieci metri più in là. Mi getto sopra la mia compagna di viaggio. Le prendo la testa e le ripeto: "Stai tranquilla". Non vedo nulla, ho le orecchie chiuse, il naso compresso dai detriti, la testa che gira, le ossa doloranti, il ventre compresso. La sala inizia a ondeggiare, le pareti cadono giù, la gente grida, impazzita. In un istante il soffitto crolla. Sento i mattoni sulla schiena, poi sulle gambe. Finché un colpo alla testa mi fa perdere quasi i sensi. Penso: "È finita".
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È allora che un taxi, ormai quasi senza carrozzeria, cercando di scappare tra la folla quasi ci investe. Ci aggrappiamo al suo sportello. L'autista è terrorizzato. "Vi prego lasciatemi andare". Poi si accorge che la mia testa sanguina. Saliamo, arriviamo per primi al piccolo ospedale Graha Asih. Cerchiamo di spiegare cosa è appena accaduto ma i paramedici stentano a crederci. Intanto sul posto arrivano i soccorsi. Il responsabile della mobilità locale, Haji Bambang, cerca di coordinare il trasporto dei feriti verso gli ospedali. La sua è una lotta contro il tempo: i pochi tetti rimasti sono pericolanti mentre le bombole del gas e il freon dei condizionatori d'aria possono provocare altre esplosioni da un momento all'altro.
Ad Hambali bastarono un paio di rapine
L'evento ha colto totalmente impreparata l'isola. Ma non solo lei. Gli Stati Uniti, colpiti dagli attentati di Al Qaeda dell'11 settembre, hanno concentrato le loro preoccupazioni verso Iraq e Afghanistan, lasciando scoperta l'area del Sud-est asiatico. Qui, il principale gruppo terroristico è Jemaah Islamiyah, organizzazione islamica militante collegata a Osama bin Laden - guidata spiritualmente dal Abu Bakar Bashir e militarmente da Riduan Isamuddin, noto come Hambali - il cui intento è la creazione di un superstato panislamico che abbracci tutta la regione. Ha sempre mantenuto un basso profilo. La strage a sorpresa è stata il suo debutto in società. Per finanziarla ad Hambali sono bastate un paio di rapine. Il denaro è stato poi affidato a un uomo di nome Amrozi, che, insieme al fratello Imron e al militante Idris, ha acquistato una moto Yamaha, il minivan Mitsubishi e l'esplosivo.
La notte fatidica Idris ha guidato la Yamaha e Imron il Mitsubishi con a bordo i due attentatori suicidi: Iqbaz e Jimi. Si sono fermati sulla Legian. Imron ha incaricato Iqbaz di indossare il giubbotto esplosivo e Jimi, che aveva appena imparato a guidare, di percorrere i pochi metri che lo separavano dal Sari. Quelli che noi non avevamo compiuto. Idris ha poi caricato Imron sulla moto e si è allontanato. I cinque chili di tritolo nascosti nello zaino di Iqbaz sono stati fatti esplodere al Paddy's per portare la gente sulla strada dove sarebbe scoppiata la seconda bomba azionata nel furgone: dodici casse di plastica con centocinquanta chili di nitrato di ammonio, un comune fertilizzante che, mescolato con il gasolio, diventa un potente esplosivo. Il Sari è il locale più fragile e affollato. Coperto da paglia di riso e circondato da uno steccato in legno. Quando il suo tetto infuocato è crollato la folla si è trovata in trappola. E nel momento in cui le fiamme hanno raggiunto le bombole del gas il locale è stato inghiottito dalla terra facendo crollare tutti gli altri edifici della strada.
Sul televideo sono dato per morto
Alle 3 le autorità locali iniziano a trasferire i cadaveri raccolti nell'area dell'esplosione. Verso l'alba una televisione locale trasmette in loop una sequenza della strage. Sotto scorre una lista che non dimenticherò, quella delle vittime. I nomi arrivano a settanta. Non mi sembra possibile. Saliranno a 202 (88 australiani, 38 indonesiani, gli altri da ventuno Paesi). Penso: "Duecentodue ragazzi". Chiamo casa. In Italia è quasi ora di cena. "È successo qualcosa da queste parti ma io ero altrove, non preoccupatevi", dico. Sul Televideo, però, sono dato per morto, lo vengo a sapere da un sms di un amico che mi chiede notizie. Senza capire come, vengo comunque raggiunto in camera da tutti i telegiornali italiani di prima serata. Racconto l'essenziale, minimizzo il mio coinvolgimento, non ho molta voglia di parlare e temo di agitare la mia famiglia.
Poche ore dopo Il Messaggero titola: "Lunghe ore di paura per Gianluca e Piero". Gianluca, 28 anni, è l'altro italiano che è riuscito a scappare lungo la Legian. Per una ingiusta fatalità morirà nel 2020, ancora giovane, correndo sempre sulla strada.
La mattina torno a Roma. Schivo qualche inviato e abbraccio la mia famiglia. Mentre vado a farmi medicare ripenso a quello che ho vissuto, a quei passi non compiuti e ai visi sbiaditi intravisti intorno al tavolo. Ho un solo rimorso, non aver potuto trascinare qualcuno fuori. E un'unica certezza: da ora in poi il Male potrà colpire ovunque. Qualche giorno dopo ricevo una telefonata. "Mio fratello era lì, non ho più notizie, si chiama Roberto. Per caso lo hai visto?". Non lo conoscevo. Era di Bolzano, viveva a Liegi, arrivato a Bali quattro giorni prima dell'attentato, aveva preso alloggio proprio a Kuta. Sei settimane dopo la strage, il 23 novembre, vengono riconosciuti i resti della vittima numero 202. È Roberto Antonio Sbironi, 51 anni. L'unico italiano rimasto ucciso nella strage.
"Lui è Gianluca, un altro degli scampati"
Per qualche tempo ho associato quel rilassamento legato all'atto di sedersi in un locale con la sensazione di un pericolo imminente. Codici inconsci comprensibili, forse, solo ai sopravvissuti. Una sera, durante una grande festa in casa mia, un'amica mi ha portato davanti un ragazzo e mi ha detto: "Lui è Gianluca, un altro degli scampati a Bali". Ci siamo guardati, facendo un breve cenno con la testa, senza dire nulla.
Pubblicato sul Venerdì del 7 ottobre 2022