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Kazuo Ishiguro, un Nobel al cinema

Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954; a sei anni si trasferì con la famiglia nel Regno Unito. Ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura nel 2017. Andrew Testa/The New York Times 
Kurosawa e Fellini. I film visti o sceneggiati. E quelli tratti dai suoi romanzi. In questa intervista esclusiva lo scrittore anglo-giapponese si racconta. Davanti e dietro il grande schermo
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San Sebastián. "La prima volta che sono andato al cinema è stato con mia madre a quattro anni a Nagasaki, dove sono nato e ho vissuto prima di trasferirmi nel Regno Unito. Lei mi ha detto poi che era un film con Toshiro Mifune, del quale divenni ossessionato, sulla fondazione del Giappone. A un certo punto appariva un mostro spaventoso e mi coprivo il volto col cappotto. Poi, finito lo spettacolo, volevo rivederlo da capo. Ho ancora il dvd e quella sequenza mi ricorda com'ero impressionato dal buio in sala e dalla potenza del sonoro. Il cinema ha avuto un'importanza enorme nella mia vita".

Incontro Kazuo Ishiguro, 68 anni, autore di romanzi indimenticabili come Quel che resta del giorno e Non lasciarmi, che gli sono valsi il Premio Nobel per la letteratura nel 2017, al festival di San Sebastián per la presentazione di Living, film diretto da  Oliver Hermanus che sta per uscire in sala nel Regno Unito. Adattamento di Vivere di Akira Kurosawa…

San Sebastián. "La prima volta che sono andato al cinema è stato con mia madre a quattro anni a Nagasaki, dove sono nato e ho vissuto prima di trasferirmi nel Regno Unito. Lei mi ha detto poi che era un film con Toshiro Mifune, del quale divenni ossessionato, sulla fondazione del Giappone. A un certo punto appariva un mostro spaventoso e mi coprivo il volto col cappotto. Poi, finito lo spettacolo, volevo rivederlo da capo. Ho ancora il dvd e quella sequenza mi ricorda com'ero impressionato dal buio in sala e dalla potenza del sonoro. Il cinema ha avuto un'importanza enorme nella mia vita".

Incontro Kazuo Ishiguro, 68 anni, autore di romanzi indimenticabili come Quel che resta del giorno e Non lasciarmi, che gli sono valsi il Premio Nobel per la letteratura nel 2017, al festival di San Sebastián per la presentazione di Living, film diretto da  Oliver Hermanus che sta per uscire in sala nel Regno Unito. Adattamento di Vivere di Akira Kurosawa, è una delle rare incursioni di Ishiguro nella sceneggiatura, insieme a La contessa bianca e La canzone più triste del mondo. In Living il personaggio di Mr. Williams (Bill Nighy) conduce una monotona esistenza da impiegato nella Londra anni 50, ma quando gli viene diagnosticata una malattia terminale, cerca di afferrarne il senso prima che sia troppo tardi. "Il protagonista mi ricorda gli amici dei miei genitori che mi affascinavano da ragazzino, gentiluomini abituati a rigidi standard di comportamento. Volevo diventare come loro, ma poi diventato adulto questo modello di uomo è sparito dalla società inglese" spiega Ishiguro. Nella chiacchierata tra cinema, fiction e ricordi personali, lo scrittore si dimostra affabile, spiritoso, umile. "L'Inghilterra degli anni 50 era un pretesto per parlare di qualcosa di universale. In ognuno di noi c'è la tensione del protagonista di Living: la paura delle emozioni, il desiderio di compiere il proprio dovere e la sensazione di non riuscire a farlo, l'appartenenza a una gerarchia sociale rigida e l'incapacità di liberarsene. Credo sia questo il potere del cinema".

Una scena di Vivere (1952) di Akira Kurosawa: in Living Ishiguro ambienta la storia nella Londra degli stessi anni 

In che senso?
"Riconoscersi in storie apparentemente lontane da noi. Ecco perché possiamo identificarci in un gangster di un film di Jean-Pierre Melville o vedere una pellicola carceraria e capire il desiderio del personaggio di evadere, anche se non siamo mai stati in prigione. Il senso della storia di Mr. Williams era già nel film di Kurosawa nel '52 e funzionava grazie ai suoi incredibili sceneggiatori, Shinobu Hashimoto e Hideo Oguni, autori di capolavori come Rashomon e I sette samurai".

Qual è la differenza tra scrivere un romanzo e una sceneggiatura?
"Nel campo mi considero un principiante, ma più lo faccio più imparo. Alcune differenze sono ovvie: in una sceneggiatura scrivo avendo in mente la cinepresa e gli attori, e in un film non può esserci monologo interiore, a meno di ricorrere all'espediente goffo della voce fuori campo. Ciò che per me funziona nella narrativa e non sullo schermo sono i riferimenti al passato: al cinema li si utilizza come escamotage narrativo, con i flashback, senza restituire l'atmosfera della memoria, anche se registi come Tarkovskij con Lo specchio o Terence Davies con Voci lontane... sempre presenti, hanno provato a farlo. Al cinema l'azione funziona meglio declinata al presente".

Come giudica gli adattamenti dei suoi romanzi, come Quel che resta del giorno o Non lasciarmi?
"Cerco di guardarli dimenticandomi che ho scritto la storia originale. Le mie lamentele su ciò che non mi piace sono insensate: magari nella scena una porta è dal lato opposto a dove l'avevo immaginata! (ride) Penso che la discussione sulla fedeltà del film al romanzo cui è ispirato sia accademica. Perciò preferisco dire a sceneggiatore e regista di non preoccuparsi. A me basta realizzino un buon film".

Il giudizio è sempre soggettivo. E lei è fresco reduce dalla giuria della Mostra di Venezia che ha assegnato il Leone d'oro a All the Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras. Come descriverebbe l'esperienza?
"Ero già stato in giuria a Cannes nel 1994, anche se all'epoca non c'erano in gara film diretti da donne e nessuno pensava fosse un problema. Ogni volta è un'esperienza diversa e dipende dal mix e dalla professione dei giurati. Io sono un outsider: sono un cinefilo e ho rapporti col cinema perché i miei libri vengono opzionati, e ogni tanto scrivo sceneggiature. A Venezia dopo qualche giorno mi hanno trovato positivo al Covid e sono rimasto confinato in albergo, guardando i film su un laptop".

I suoi preferiti?
"Mi è piaciuto Saint-Omer di Alice Diop, che mi pare un'interessante voce nuova. Ho amato anche Gli orsi non esistono di Jafar Panahi, la cui prigionia mi rattrista molto. Ho notato poi una cosa che mi ha fatto pensare".

Cosa?
"Dei 23 film in concorso 13 avevano come protagonista un regista, un'attrice, una direttrice d'orchestra, uno scrittore o un artista. Alcuni erano molto belli e pur se esiste la tentazione per noi privilegiati di parlare dei nostri problemi, come la difficoltà di realizzare un film, è pericoloso per il cinema come forma d'arte e come industria essere così autoreferenziale e non tentare di parlare a un pubblico più ampio. Intendiamoci: 8 e ½ di Fellini è un capolavoro, ma mi ha stupito il numero esorbitante di film focalizzati su un'élite".

Il verdetto alla fine è stato unanime?
"Non lo è quasi mai, ma abbiamo individuato cinque o sei film su cui eravamo d'accordo e abbiamo diviso i premi".

A proposito di premi, che ne pensa della decisione di alcuni festival di sostituire i riconoscimenti al miglior attore e alla migliore attrice con altri più neutri alla migliore performance? E più in generale della tendenza a richiedere nel linguaggio l'uso di pronomi che non identifichino il genere?
"È capitato anche a me, scrivendo, di usare il pronome neutro they, senza che si capisse se mi riferivo a uomini o donne, ma in ogni caso per me è complicato rispondere. Credo sia una questione da sottoporre ai giornalisti più che a uno scrittore, perché io mi occupo di finzione e la mia scrittura riguarda personaggi e non persone reali, non tratta i fatti in superficie ma cerca di ricavare il senso più profondo delle cose. Di sicuro però quella che solleva è una faccenda importante".

Keira Knightley e Andrew Garfield in Non lasciarmi (2010), uno dei film tratti dai romanzi di Ishiguro. alamy / ipa 

Ha descritto il primo film visto al cinema. Quali altri conserva nella memoria?
"Quelli con cui sono cresciuto: da ragazzo ne guardavo moltissimi. Amo molto i western: ho iniziato con John Ford e Howard Hawks e poi sono passato a Sam Peckinpah e Sergio Leone, anche se questi ultimi, visti sotto la lente della correttezza politica cui faceva riferimento prima, oggi sarebbero criticati".

Perché?
"Entrambi i registi avevano problemi coi personaggi femminili. Se va a rivedere Il mucchio selvaggio, le donne sono prostitute che finiscono ammazzate".

Torniamo al suo cinema preferito. Che altro ama a parte i western?
"Mi piacciono le screwball comedy di Mitchell Leisen e Preston Sturges, oltre alle commedie a sfondo politico prodotte a Hollywood, Billy Wilder e i film noir. Inoltre ho un'ossessione per il cinema britannico degli anni 30 e 40; poi nel decennio successivo ha perso fiducia nei propri mezzi e nella propria ironia British per avvicinarsi troppo, con i suoi eroi, ai gusti americani. E mi piacciono i film italiani degli anni 70: quelli di Rosi e dei fratelli Taviani, che preferisco ad Antonioni. Infine naturalmente c'è l'amore per il cinema giapponese di Kurosawa e non solo: è stato lo strumento per conoscere il Paese in cui sono nato e che ho lasciato presto".

Ha sentito qualche tipo di responsabilità nell'adattare un film di Kurosawa?
"Sinceramente no, perché sono cresciuto con le sue pellicole e queste sono state reinventate innumerevoli volte, da Star Wars a I magnifici sette fino a Per un pugno di dollari. Il cinema cerca di trovare il significato metaforico in una storia, sia essa ambientata nel futuro o nel Medioevo. Credo che in fondo sia questo il grande merito della finzione".

Prima di salutarci posso chiederle quando è avvenuto il suo primo incontro con la fiction?
"Quand'ero molto piccolo mia madre mi leggeva i racconti di Sherlock Holmes in giapponese. Ne ricordo ancora uno intitolato L'avventura della fascia maculata che mi terrorizza ancora perché era la storia di un patrigno che voleva uccidere la figlia con un serpente velenoso calato sul suo letto da un foro di ventilazione nel soffitto. Andavo a letto e non dormivo. Devo a Conan Doyle l'introduzione alla letteratura, anche se, quando ho imparato l'inglese, mi esprimevo con il linguaggio d'epoca vittoriana e facevo ridere tutti. E forse devo a lui anche la nostalgia per la figura del gentiluomo inglese che, a distanza di sessant'anni, ho raccontato in Living".

Sul Venerdì del 14 ottobre 2022