Pietropolli Charmet: Gioventù rubata (dalla pandemia)
di Alex Saragosa , di Alex SaragosaAnna affoga il dolore di vivere nel dolore fisico del tagliarsi la pelle, Gianni non vuole più uscire di casa, Marco ha tentato il suicidio, Lucia mangia il meno possibile. La pandemia ha dato un po' di tregua, ma non a loro e ad altri 220 mila ragazzi e ragazze fra gli 11 e i 19 anni, intrappolati in una sorta di "long Covid mentale". Secondo l'Istat, fra il 2019 e il 2021 gli adolescenti con disagio esistenziale e mentale sono infatti passati dal 3,2 al 6,2 per cento del totale, mentre Telefono Azzurro segnala che il boom di richieste di aiuto psicologico da parte di giovani continua anche quest'anno.
"Sono mesi che al Minotauro, il nostro centro milanese di ascolto e aiuto psicoterapico per adolescenti, siamo sommersi di richieste per depressione, ansia, autolesionismo o isolamento estremo, e lo stesso accade ai colleghi in tutta Italia" conferma il professor Gustavo Pietropolli Charmet, 83 anni, per decenni professore di psicologia e p…
Anna affoga il dolore di vivere nel dolore fisico del tagliarsi la pelle, Gianni non vuole più uscire di casa, Marco ha tentato il suicidio, Lucia mangia il meno possibile. La pandemia ha dato un po' di tregua, ma non a loro e ad altri 220 mila ragazzi e ragazze fra gli 11 e i 19 anni, intrappolati in una sorta di "long Covid mentale". Secondo l'Istat, fra il 2019 e il 2021 gli adolescenti con disagio esistenziale e mentale sono infatti passati dal 3,2 al 6,2 per cento del totale, mentre Telefono Azzurro segnala che il boom di richieste di aiuto psicologico da parte di giovani continua anche quest'anno.
"Sono mesi che al Minotauro, il nostro centro milanese di ascolto e aiuto psicoterapico per adolescenti, siamo sommersi di richieste per depressione, ansia, autolesionismo o isolamento estremo, e lo stesso accade ai colleghi in tutta Italia" conferma il professor Gustavo Pietropolli Charmet, 83 anni, per decenni professore di psicologia e psichiatria alle università Statale e Bicocca di Milano e fra i massimi esperti di disagio giovanile. "Siamo stati colti impreparati: non ci aspettavamo che lockdown e didattica a distanza (Dad) avessero conseguenze così gravi. Ora dobbiamo comprendere le ragioni di questa risposta patologica, per evitare di ripetere in futuro gli stessi errori". Le sue prime riflessioni Charmet le ha affidate al saggio Gioventù rubata (Rizzoli), e leggendolo viene subito un dubbio: in passato i giovani hanno dovuto superare guerre, povertà, carestie, epidemie, certo peggiori delle brevi limitazioni alla libertà, in case dotate di Internet, subite dagli adolescenti attuali.
Perché stavolta le conseguenze sono state così pesanti?
"In passato tutti erano consapevoli fin dall'infanzia che la vita poteva andare incontro a rovesci, come malattie, povertà, conflitti. Ma come mezzo per superarli non era certo previsto il confinamento in casa dei giovani, con la chiusura delle scuole e l'impossibilità di incontrarsi con gli amici. Agli adolescenti di oggi, invece, è stato assicurato una sorta di diritto alla libertà, al successo, alla popolarità, all'eleganza e alla bellezza. Il trovarsi di colpo nel mezzo di un evento così mortifero, che, nonostante li minacciasse relativamente, gli ha comunque fatto perdere importanti punti di riferimento, proprio nel momento in cui si ha più bisogno di uscire dal recinto famigliare, è stato da loro vissuto come un crollo della speranza nel futuro, un trauma che abbiamo sottovalutato. La fragilità di questi ragazzi di fronte ai lockdown si basa proprio nel non essere stati educati a tollerare i rovesci che la vita inevitabilmente infligge. E il fatto che gli adulti, sia i genitori che gli insegnanti, non li avessero preavvertiti della possibilità che le cose cambino così drasticamente nella vita, parlando anche di argomenti scomodi, primo fra tutti quello della morte, ma anche della normalità di andare incontro a insuccessi o di non piacere a tutti, per loro è stata una terribile delusione, quasi un tradimento".
La mancanza della scuola in presenza è stata grave. Eppure in genere non sembra che la amino molto...
"In realtà è molto importante. Alzarsi a un'ora fissa, rendersi presentabili, incontrarsi con i compagni, discutere con e dei prof, studiare, e così via, sono fondamenti della ritualità quotidiana, così come "essere studente" è una parte importante della loro identità. Inoltre la scuola ti dà speranza: a fronte del tuo impegno, la tua vita migliorerà. Pandemia e lockdown hanno distrutto queste sicurezze, e la Dad, che pure è stata provvidenziale, si è rivelata un surrogato molto scarso della scuola in presenza. Bisognerà riflettere sul perché per gli universitari abbia funzionato, mentre per gli studenti più giovani no. Forse l'errore principale è stato usarla per ripetere pari pari le lezioni in classe. Ma senza l'intrecciarsi fra i banchi di sguardi, parole e presenza fisica, la Dad è risultata per i ragazzi un'ulteriore fonte di stress. Chissà che la realtà virtuale, in futuro, non possa consentire una Dad più efficace".
Chi ha sofferto di più le misure restrittive?
"Per fortuna solo una minoranza, quelli più fragili, su cui la pandemia ha agito da detonatore, facendone esplodere le insicurezze latenti, che si sarebbero forse manifestate più avanti nel tempo".
E come hanno reagito?
"Qui entra in gioco un secondo fattore tipico dell'attualità: un tempo la società si basava su una vita vissuta come espiazione di una colpa, che si superava sacrificandosi nel lavoro o nella cura degli altri, all'interno di un recinto di regole molto stretto. Oggi non c'è più colpa e le regole sono per lo più saltate, per cui è quasi sparito il conflitto fra giovani e famiglia o società. Impera invece fra i giovani il concetto di "vergogna": se non ce la fai a essere all'altezza degli standard di bellezza e successo proposti dai social è tutta colpa tua. Ciò vuol dire che di fronte al percepito "fallimento esistenziale" di lockdown e Dad, molti adolescenti hanno reagito punendosi con depressione, autolesionismo, anoressia e persino pensieri, se non tentativi, suicidali".
E perché un ragazzo vorrebbe farsi del male, tagliandosi o persino cercando di morire?
"Il tagliarsi è un modo per distrarsi dall'angoscia esistenziale con il dolore e con le endorfine rilasciate dal cervello, mentre il coraggio mostrato nell'atto aiuta l'autostima. Le fantasie di suicidio derivano invece spesso da un'idea della morte come "non definitiva", per cui ci si immagina di assistere al dolore causato dalla vista del proprio cadavere in chi ci ha fatto soffrire, o addirittura c'è la curiosità di vedere "cosa succede", come se fossimo in un videogioco in cui l'evento è reversibile. Anche per questo una "educazione alla morte" sarebbe importante. Altri giovani hanno comunque reagito ai lockdown in un modo ancora più spiazzante: hanno scoperto che restare chiusi nella propria stanza, ma collegati al resto del mondo via Internet, offriva il modo di evitare lo sguardo e il giudizio degli altri, che tanto li metteva a disagio, e hanno prolungato la reclusione, anche dopo che le restrizioni sono finite".
Come gli asiatici hikikomori. Lei però non descrive nel libro questo fenomeno come necessariamente negativo.
"Richiede sicuramente l'attenzione di uno psicologo, ma dalle conversazioni che ho avuto con giovani hikikomori, ritengo che sia anche un modo di trovare, tramite gli strumenti digitali, una modalità che per certi adolescenti può essere meno traumatica del contatto di persona, una propria via di crescita. Deve però trattarsi di una breve parentesi, dopo di che l'adolescente, acquisite competenze sociali tramite le relazioni online, deve tornare a vivere con gli altri, più sicuro di sé".
Anche nel caso dell'anoressia la sua interpretazione si discosta da chi la vede come un'adesione estrema ai canoni di magrezza imperanti o come frutto di traumi.
"C'è anche quello, ma scavando a fondo nelle ragioni di diverse ragazze anoressiche, mi sono accorto che si tratta spesso di un rifiuto dell'obbligo imposto dalla natura e dalla società di diventare donna e poi magari madre. Queste ragazze rifiutano il cambiamento del loro corpo affamandolo, perché vogliono essere giudicate solo per la loro intelligenza e personalità, non per la loro femminilità. È insomma una affermazione di libertà, non troppo dissimile da quella di chi rifiuta il genere di nascita. Ciò non cambia il fatto che si tratta di una fantasia molto pericolosa, resa ancora più insidiosa durante i lockdown dall'essere le ragazze state lasciate sole nelle loro camere, con maligni siti Internet che incitano a questi comportamenti".
E ora che si può fare per rimediare?
"Bisognerà impegnarsi al massimo nei servizi di psicoterapia esistenti, e ampliarne la rete, anche con sportelli di ascolto nelle scuole. Perché per gli adolescenti parlare con un adulto non giudicante e competente può essere l'inizio della liberazione dai fantasmi che li perseguitano. Sarebbe importante anche pensare a un risarcimento dei loro disagi - non intendo monetario - insomma un ringraziamento pubblico del loro ruolo nell'aver contenuto la pandemia. Seguito però poi da politiche che aumentino i servizi ai giovani, e da una revisione dei programmi scolastici che includano più discussione sul futuro e su cosa aspettarsi veramente dalla vita, e un po' meno analisi del passato. Infine, se dovesse ripresentarsi una situazione simile, spero che le autorità sanitarie riflettano molto meglio su come contenere i contagi, senza dover di nuovo chiudere in casa quelli che più hanno bisogno, per crescere, di stare con i propri coetanei, socializzare e istruirsi".
Sul Venerdì del 14 ottobre 2022