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La caccia romanzesca al killer di Trotskij

Già leader con Lenin della Rivoluzione del 1917, Lev Trotskij (al centro tra le guardie del corpo) fu esiliato e poi fatto uccidere da Stalin. getty images 
Ramón Mercader, uomo dai mille volti, uccise con una picconata il grande nemico di Stalin. Anni dopo, lo scrittore spagnolo Jorge Semprún si gettava all’inseguimento di una figura emblematica e tragica
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Alle cinque del pomeriggio del 20 agosto di ottantadue anni fa, un uomo che si fa chiamare Jacques Mornard, di presunta nazionalità belga, bussa al portone di una villa fortificata in avenida Viena, nel quartiere di Coyoacán a Città del Messico. È la villa in cui si sono rifugiati, dopo anni di persecuzioni e di esilio in diversi paesi del mondo, Lev Davidovic Trotskij e sua moglie Natal'ja Sedova. Mornard ha impiegato più di un anno di paziente e certosino lavoro per diventare un habitué della casa: ha corteggiato e sedotto Sylvia Ageloff, la segretaria statunitense di Trotskij, ha stretto amicizia con gli uomini della sicurezza, ha quasi conquistato la fiducia dell'esule, perciò la piccola porta pedonale accanto al portone blindato gli si spalanca davanti senza problemi: tutti sanno che ha un appuntamento con Trotskij per sottoporgli un articolo.

Sebbene faccia caldo, ha sul braccio un impermeabile ripiegato, nelle cui t…

Alle cinque del pomeriggio del 20 agosto di ottantadue anni fa, un uomo che si fa chiamare Jacques Mornard, di presunta nazionalità belga, bussa al portone di una villa fortificata in avenida Viena, nel quartiere di Coyoacán a Città del Messico. È la villa in cui si sono rifugiati, dopo anni di persecuzioni e di esilio in diversi paesi del mondo, Lev Davidovic Trotskij e sua moglie Natal'ja Sedova. Mornard ha impiegato più di un anno di paziente e certosino lavoro per diventare un habitué della casa: ha corteggiato e sedotto Sylvia Ageloff, la segretaria statunitense di Trotskij, ha stretto amicizia con gli uomini della sicurezza, ha quasi conquistato la fiducia dell'esule, perciò la piccola porta pedonale accanto al portone blindato gli si spalanca davanti senza problemi: tutti sanno che ha un appuntamento con Trotskij per sottoporgli un articolo.

Sebbene faccia caldo, ha sul braccio un impermeabile ripiegato, nelle cui tasche interne ha nascosto una piccozza, un pugnale e un revolver Starr. Venti minuti dopo, quella piccozza è conficcata nel cranio di Lev Davidovic che, voltandosi, emette un urlo terribile e morde la mano del suo aggressore. Nonostante la testa squarciata, Trotskij morirà soltanto il giorno successivo in ospedale. Mornard, arrestato e condannato a vent'anni di carcere dalle autorità messicane, non confesserà mai né il suo vero nome, Ramón Mercader Del Río, né la sua vera nazionalità, spagnola, né il suo ruolo di agente segreto staliniano. Terrà così per sé anche la sua storia, certamente una delle più tragiche ed emblematiche del Novecento.

Mercader a processo in Messico. Getty Images 

Una storia tanto emblematica degli orrori e dell'ambiguità del "comunismo reale" che Jorge Semprún la evocherà in un suo romanzo del 1969, vincitore del Prix Fémina in Francia e mai finora tradotto in italiano. Il romanzo si intitola, per l'appunto, La seconda morte di Ramón Mercader e viene soltanto adesso pubblicato da Settecolori.

 

Nello scrivere quel romanzo, incentrato sulle vicende del movimento comunista dalla guerra di Spagna al dopo-Stalin, lo spagnolo Jorge Semprún sapeva di cosa parlava: figlio di un diplomatico repubblicano in esilio, miracolosamente sopravvissuto al lager di Buchenwald (esperienza raccontata nel meraviglioso La scrittura o la vita, edito da Guanda), era entrato clandestinamente nella Spagna franchista per coordinare, per conto del Partito comunista spagnolo, l'attività della resistenza interna. Nel 1965, stanco di preferire la menzogna alla verità, ormai consapevole che l'universo concentrazionario non era un'esclusiva del nazismo, venne espulso dal partito, e tuttavia continuò a proclamarsi comunista.

Agente immaginario

Così, alla fine degli anni 60, per raccontare il gigantesco inganno del "comunismo reale", Semprún battezza il suo personaggio, un agente segreto dell'Urss nella Spagna di Franco, con il nome dell'assassino di Trotskij. Un nome casuale, ma pesante da portare. Il Ramón Mercader del romanzo è un uomo dalle mille identità e dai mille passaporti, come lo era stato lo stesso Semprún negli anni dell'attività clandestina. Lo vediamo arrivare ad Amsterdam, consapevole di essere stato scoperto e "bruciato". Gli resta da capire se l'abbiano smascherato gli uomini della Cia o se siano gli stessi suoi colleghi a volerlo togliere dalla circolazione, costruendo un dossier che vuole farlo passare per un traditore. Un gioco intricato e pericolosissimo, attraverso il cui racconto Semprún smonta dall'interno, perché li conosce benissimo, i meccanismi perversi del potere sovietico.

Jorge Semprún (1923-2011) e il suo La seconda morte di Ramón Mercader (Settecolori, 460 pagine,
28 euro, traduzione di Leopoldo Carra). 

Tuttavia, più che sulla figura del Mercader assassino di Trotskij, la forza del romanzo sta nell'incalzante intreccio della spy story, che via via si complica e nello stesso tempo si chiarisce, nonché, come scrive Romain Cortés nella postfazione al volume, "nello scavo psicologico, nel tema dell'identità e del Doppelgänger, nell'andare avanti e indietro nel tempo, nella modernità cinematografica di certi tagli e insieme nella padronanza quasi noncurante con cui Semprún orchestra dialoghi, descrizioni, personaggi, racconta ora in prima ora in terza persona, divertendosi a mimare e insieme a stravolgere il romanzo tradizionale".

 

Dirotta su Cuba

Chi, invece, si è concentrato sulla storia del "vero" Ramón Mercader è stato lo scrittore cubano Leonardo Padura. Il suo L'uomo che amava i cani (Bompiani), uscito qualche tempo fa, è un vero e proprio capolavoro perché, sebbene il dramma dell'assassinio di Trotskji sia stato raccontato in numerosi saggi, film e romanzi, non è mai stato trattato con lo stile, la precisione, la densità, la forza e il potere di suggestione messi in campo dall'autore cubano. Mentre ripercorre gli anni dell'esilio del leader rivoluzionario fino a quel fatale giorno d'agosto, Padura ricostruisce la vita avventurosa (dall'adolescenza con la madre alla partecipazione alla guerra di Spagna) e l'inquietante formazione nei servizi segreti staliniani di Ramón Mercader, diventato una "macchina per uccidere", legando perfettamente queste due vicende a una più personale e attuale: è la storia di un cubano, l'ex aspirante scrittore Iván Cárdenas, che, incontrando su una spiaggia dell'Avana un misterioso straniero accompagnato da due levrieri borzoi, scopre a poco a poco le vicende di Ramón Mercader e di Trotskij, censurate e dimenticate nella Cuba di Castro, aprendo così gli occhi sull'oppressione e il genocidio in cui si è risolta una delle grandi utopie del XX secolo.

Mercader, in effetti, visse gli ultimi anni della sua vita a Cuba sotto falso nome. Dopo la liberazione dalle prigioni messicane, si era trasferito, sempre in segreto, a Mosca, mal sopportato dal potere comunista, nonostante gli fossero stati conferiti senza troppo chiasso il titolo di Eroe dell'Unione Sovietica e l'Ordine di Lenin. La capitale dell'Urss, però, non era fatta per lui. Riuscì soltanto a farsi mandare in extremis all'Avana, ma ormai era roso da un cancro, forse causato da un orologio che gli era stato regalato a Mosca e subdolamente contaminato di sostanze radioattive.

Il cubano Leonardo Padura ha ricostruito la figura di Mercader nel romanzo L’uomo che amava i cani (Bompiani, 624 pagine, 20 euro, traduzione di Eleonora Mogavero)  

Così, grazie alla straordinaria abilità di Padura, possiamo penetrare fino in fondo nella personalità di Mercader e nelle sue oblique ragioni. Il lettore sa che quell'uomo è una bomba a orologeria creata dall'orrore staliniano, un assassino potenziale che non troverà pace fin quando non conficcherà la famosa piccozza nel cranio di Trotskij, continuando poi, per tutta la vita, a risentire nelle orecchie l'urlo lacerante della sua vittima. Ma è tale la capacità dell'autore di collocarlo nel suo ambiente e nel suo contesto storico, è talmente profonda la resa letteraria dei suoi pensieri e delle sue azioni, del suo essere al contempo anche una vittima, che alla fine non si può fare a meno di  provare, come scrive lo stesso Cárdenas-Padura, "una mescolanza sibillina di repulsione e compassione (sì, compassione, e non ho mai avuto dubbi sulla parola né sul suo significato) per quel Mornard-Jacson-Mercader pronto a compiere quello che aveva accettato come il proprio dovere e, soprattutto, come una necessità storica imposta dal futuro dell'umanità".

Niente perdono, però. Il suo abietto delitto e il suo fanatismo non ammettono riscatto. Lo stesso fanatismo, del resto, contraddistinse anche sua madre, Caridad Mercader Del Río, un personaggio davvero da romanzo che marchiò a fuoco la vita di Ramón. Appartenente a un'agiata famiglia barcellonese, a sedici anni fu data in sposa a Pau Mercader, che proveniva da una ricca stirpe di imprenditori tessili. Con Pau, Mercader ebbe cinque figli (Ramón era il secondo), ma ben presto il matrimonio cominciò a naufragare. L'ultimogenito, Luis, raccontò che, secondo la madre, il marito la portava nei bordelli per farle osservare di nascosto le più audaci e promiscue acrobazie sessuali. Fu così che Caridad sviluppò un odio feroce verso il marito e la propria stessa classe sociale, cominciò a bere, a drogarsi, a frequentare i circoli anarchici e a ispirare attentati anche contro le aziende di famiglia. Allora il marito la fece rinchiudere in un manicomio per due mesi, aizzando però ancor di più l'odio di Caridad che, ripresa la vita di prima, si legò all'aviatore francese Louis Delrieu e si trasferì in Francia con i cinque figli, tra furori rivoluzionari e crisi depressive, finite con un tentativo di suicidio e con l'arrivo del marito, che riportò in Spagna i tre figli più piccoli. Terminata la relazione con Delrieu, Caridad andò a vivere a Parigi, e fu lì che si avvicinò al partito comunista ed entrò in contatto con l'Nkvd, il Commissariato sovietico per la Sicurezza interna, in particolare con Leonid (o Naum) Ejtingon, uno dei principali agenti dei servizi segreti staliniani. Un po' prima dello scoppio della guerra civile, i due si trasferirono in Spagna e Caridad, insieme ai figli Ramón e Pablo, partì per il fronte d'Aragona, dove fu ferita. Divenne così "la Pasionaria catalana", in prima fila nelle persecuzioni contro i trotskisti e gli anarchici spagnoli. E fu proprio lei, sotto la sorveglianza di Ejtingon, ad arruolare Ramón nei servizi sovietici e a seguirlo da lontano nel suo addestramento, fino a quando Stalin diede l'ordine definitivo di assassinare Trotskji.

L’Avana nel 1964. getty images 

Secondo Padura, "Caridad del Río non soltanto aveva educato il figlio all'odio e l'aveva messo in contatto con gli agenti del tetro Nkvd sovietico incaricati di concepire ed eseguire l'omicidio di Trotskji, ma lo incoraggiò e lo spinse a compiere la sua missione fino a quel pomeriggio del 20 agosto, quando a bordo di un'auto e in compagnia di Ejtingon vide entrare Ramón Mercader nella casa dell'esule e nelle cloache della storia del secolo", pronta a favorirne la fuga. Ma l'inattesa reazione di Trotskji impedì a Ramón di fuggire.

I rapporti, già difficili, di Ramón con la madre si fecero via via sempre più freddi, ma fu Caridad (per conto dei sovietici) ad assicurare la difesa legale del figlio e a brigare per farlo evadere, senza mai riuscirci. Tuttavia, quando Ramón fu scarcerato, andò pochissime volte a trovarlo nella capitale russa, mentre continuava la sua attività di spia a Parigi, eseguendo fanaticamente gli ordini di Mosca, "più stalinista di Stalin", come scrisse Guillermo Cabrera Infante, che la incontrò nella capitale francese. Morì nel 1975, a 82 anni, senza mai riconoscere il fallimento del comunismo.

Che famiglia. Casualmente imparentata, tra l'altro, con quella di Vittorio De Sica. L'attrice María Mercader, cugina di secondo grado di Ramón, è stata infatti la seconda moglie del grande regista. Il figlio, Christian De Sica, ricorda che la madre scherzava di frequente su quella parentela: "Non mi contraddite perché ho un cugino assassino", ripeteva spesso. Meno male che la prendeva a ridere.

Sul Venerdì del 14 ottobre 2022