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Ungheria, ultime notizie da Orbán

Il premier ungherese Viktor Orbán circondato dai giornalisti. Janos Kummer/Getty Images 
Con la quasi totalità dei media  sotto controllo, la vita di chi non si allinea è dura. Ecco come il governo che piace alla destra italiana ha bonificato l’informazione
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Lo scorso 15 settembre il Parlamento europeo approva una risoluzione che declassa l'Ungheria da democrazia liberale ad autocrazia elettorale. I gruppi di Lega e Fratelli d'Italia votano contro. A chi gliene chiede conto, Giorgia Meloni, premier in pectore di uno dei Paesi fondatori dell'Unione, risponde che Viktor Orbán è un leader eletto dal popolo e tanto basta. Ora, le istituzioni europee non brillano certo per chiarezza d'intenti: si accusa Orbán di negare alla libera stampa l'accesso ai centri di accoglienza per migranti, ma si permette al governo greco di respingere afghani e siriani in mare aperto, a quello danese di applicare leggi ad hoc nei quartieri "a maggioranza non occidentale", ai polacchi di istituire un'area off limits lungo i 400 chilometri della frontiera con la Bielorussia. Ma la disfida Parlamento europeo vs Giorgia Meloni (con Matteo Salvini player di rincalzo) aiuta a mettere meglio a fuoco in che Europa, e …

Lo scorso 15 settembre il Parlamento europeo approva una risoluzione che declassa l'Ungheria da democrazia liberale ad autocrazia elettorale. I gruppi di Lega e Fratelli d'Italia votano contro. A chi gliene chiede conto, Giorgia Meloni, premier in pectore di uno dei Paesi fondatori dell'Unione, risponde che Viktor Orbán è un leader eletto dal popolo e tanto basta. Ora, le istituzioni europee non brillano certo per chiarezza d'intenti: si accusa Orbán di negare alla libera stampa l'accesso ai centri di accoglienza per migranti, ma si permette al governo greco di respingere afghani e siriani in mare aperto, a quello danese di applicare leggi ad hoc nei quartieri "a maggioranza non occidentale", ai polacchi di istituire un'area off limits lungo i 400 chilometri della frontiera con la Bielorussia. Ma la disfida Parlamento europeo vs Giorgia Meloni (con Matteo Salvini player di rincalzo) aiuta a mettere meglio a fuoco in che Europa, e in che Italia, non vorremmo vivere. Per Meloni, "Orbán è un signore che secondo le regole della sua costituzione ha vinto le elezioni più volte". Per Csaba Lukács, direttore del settimanale investigativo Magyar Hang (La voce ungherese) "in Ungheria non si incarcerano i giornalisti come in Turchia, non li si ammazza come in Russia, ma il risultato in termini pluralismo è praticamente lo stesso". La scorsa primavera Viktor Orbán è stato incoronato premier per la quarta volta, in elezioni che gli osservatori dell'Osce hanno giudicato "viziate dall'assenza di un equo campo da gioco". Il termine è vago: dov'è l'equità in questo mondo? Il problema è che nell'Ungheria di Orbán è sempre più facile documentarne l'assenza.


5 minuti e stop

L'Ungheria è un Paese di dieci milioni di abitanti. Ha un'unica radio privata nazionale di proprietà della Central European Press and Media Foundation, meglio conosciuta con l'acronimo ungherese Kesma. Ha due grandi quotidiani nazionali, uno dei quali di proprietà Kesma, e venti giornali locali, tutti di proprietà Kesma. Quanto all'online, è di proprietà Kesma uno dei tre principali portali giornalistici del Paese. Prima di approfondire la conoscenza di questa fondazione che vanta quasi 500 testate editoriali, compresa una delle tre principali reti televisive e l'unica free press del Paese, vale la pena ricordare che stiamo parlando del sistema mediatico privato. Quanto a quello pubblico, basti rilevare che nel corso dell'ultima campagna elettorale il candidato dell'opposizione Peter Marki-Zay ha avuto cinque minuti (non nel senso di pochi, nel senso di cinque) per rivolgersi agli spettatori della tv di Stato: "Eppure" sono state le sue prime parole "rappresento tra i due e i tre milioni di elettori".

Ma torniamo a Kesma: "Nella Bucarest di Ceausescu c'era la famosa Casa Scanteii, che ospitava tutti i giornali romeni sotto un unico tetto", ricorda il direttore Csaba Lukács. "Nell'Ungheria di Orbán c'è il palazzo Kesma, che dal centro di Budapest gestisce un impero mediatico al cento per cento fedele al partito Fidesz". La fondazione nasce il 28 novembre 2018, quando una decina di tycoon vicini a Orbán decidono di devolverle simultaneamente e gratuitamente tutti i propri asset editoriali: "Dopo la fragorosa caduta di Lajos Simicska, oligarca di riferimento di Fidesz fino al 2014, si era creata una situazione difficile da gestire" spiega Gábor Polyák, giurista a capo dell'ong Mérték che dal 2011 monitora il sistema mediatico ungherese. "La creazione di Kesma ha permesso di coordinare e diffondere molto più efficacemente il messaggio governativo". Non per nulla il board della fondazione è stato presieduto per anni da Miklós Szánthó, politologo a capo del think tank che cura i rapporti tra il partito di Orbán e i conservatori americani, ed è guidato ora da Gábor Liszkay, manager che ha gestito la messa a sistema dell'intero apparato mediatico legato a Fidesz.


Zero pubblicità

A Budapest i media commerciali seguono una versione locale del classico modello basato sulle entrate pubblicitarie. Sì, perché qui il principale inserzionista è di gran lunga lo Stato, che secondo le rilevazioni di Mérték distribuisce le sue pingui risorse in modo assai poco salomonico: il 37 per cento alle testate di Kesma, il 49 ad altre testate filogovernative, e il 14 ai media indipendenti. Gli osservatori dell'Osce parlerebbero di "assenza di un equo campo di gioco": "Lo Stato non acquista mai spazi pubblicitari nei nostri siti", dice al Venerdì Peter Szigeti, a capo del portale indipendente 24.hu. E sì che con i suoi 900 mila utenti unici giornalieri, 24.hu è una tribuna piuttosto ambita: eppure nulla, nemmeno in periodo pandemico il governo ha mai consigliato di lavarsi le mani o indossare la mascherina tramite i media indipendenti. Mentre parliamo con Szigeti, ci scappa un'occhiata alla pagina del concorrente origo.hu (targato Kesma), dove campeggia la pubblicità della Posta ungherese e dell'azienda statale di gioco d'azzardo: "Ovviamente al pari dello Stato, nemmeno le aziende pubbliche figurano mai tra i nostri clienti", chiarisce Szigeti.

Uno scaffale con alcune riviste ungheresi. getty images 

Dunque, tramite Kesma il partito di Viktor Orbán possiede una buona fetta dei media privati. Tramite il governo ha in mano la radiotelevisione pubblica. Tramite le casse pubbliche, controlla quasi tutto il resto: "Dei due quotidiani nazionali, il primo, Magyar Nemzet è dichiaratamente filogovernativo e appartiene a Kesma, il secondo Nepszava, è vicino all'opposizione ma dipende dallo Stato per il 90 per cento delle sue entrate pubblicitarie", spiega Gábor Polyák. Non per nulla Csaba Lukács ci aveva avvertiti che non tutti i media indipendenti sono indipendenti allo stesso modo: "C'è chi come i colleghi di Nepszava si limita a esprimere opinioni, e c'è chi come noi di Magyar Hang fa giornalismo investigativo". I primi sono finanziati dallo Stato, i secondi, caso probabilmente unico in Europa, non solo non vedono un euro, ma sono costretti a stampare il giornale all'estero: "In Slovacchia, perché le quattro tipografie ungheresi in grado di stampare la nostra rivista sono tutte di Kesma: chiediamo ripetutamente di farci un'offerta, ma sono tutte, sempre, momentaneamente senza disponibilità produttiva".


Europa aiutaci

Altro caso forse unico in Europa, i giornalisti dei media indipendenti non hanno accesso alle conferenze stampa governative: "Ci registriamo, ci presentiamo puntuali, ma i bodyguard all'ingresso non ci trovano mai nella lista", dice Lukács. "Ma il problema è più generale: dai ministri ai sindaci, dai direttori sanitari ai presidi di scuola ai manager di Stato, i funzionari pubblici non rispondono mai alle domande, e se parlano è solo sotto garanzia di anonimato". Quando a inizio pandemia un'inchiesta di Magyar Hang rivelò che i medici avevano ricevuto l'ordine di non indossare la mascherina per non inquietare il pubblico, il sistema Kesma reagì come un sol uomo (effettivamente è un sol uomo): "Nel giro di cinque minuti, decine di testate cominciarono a chiamarci "fabbricatori di fake news". Ma era tutto vero, e due anni dopo abbiamo vinto la causa per diffamazione".


È solo un episodio. Ma è anche per episodi del genere che il ministro degli Esteri lussemburghese, il veterano Jean Asselborn, ha parlato dell'Ungheria come di una "democrazia in catene": "Vorremmo che Bruxelles facesse di più per difendere la nostra sfera pubblica" dice Gabor Polyák. "Ma guai a uscire dall'Unione: senza aggancio europeo rischieremmo un modello a metà strada tra Turchia, Russia e Cina". Chissà se a quel punto solleverebbe il sopracciglio anche Giorgia Meloni.