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Mio nonno Benedetto Croce, tra pubblico e privato

Sopra, Benedetto Croce tra le figlie Alda, Silvia e Lidia a Sorrento nel 1944. (Archivio fotografico della Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”) 
A 70 anni dalla morte del filosofo, il nipote Piero Craveri, allora bambino e oggi a capo della fondazione a lui dedicata, lo ricorda: "Era attento e gentile, ma nel suo studio era meglio non entrare"
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Piero Craveri aveva quattordici anni quando, nel 1952, il nonno Benedetto Croce si spense a Napoli all'età di 86 anni. Il suo ricordo somiglia a una ripresa in campo lungo. Non è solo la distanza nel tempo, ma anche una sorta di inavvicinabilità che emanava dalla figura di quello che era stato il nume tutelare della cultura italiana della prima metà del Novecento e insieme una figura molto ingombrante. La Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, che oggi Craveri, 84 anni, ex-professore di storia contemporanea, presiede, ha sede in quel Palazzo Filomarino a Napoli dove Croce abitava con la vasta famiglia - la moglie Adele Rossi, le quattro figlie, tra cui Elena, futura scrittrice e ambientalista - e dove ogni giorno arrivavano amici, allievi, colleghi di politica e d'accademia per discutere e incontrare Don Benedetto. "Da ragazzo vivevo a Roma e andavamo a Napoli per le feste di Natale. Lo vedevamo in quell'occasione e d'estate, perch&eacu…

Piero Craveri aveva quattordici anni quando, nel 1952, il nonno Benedetto Croce si spense a Napoli all'età di 86 anni. Il suo ricordo somiglia a una ripresa in campo lungo. Non è solo la distanza nel tempo, ma anche una sorta di inavvicinabilità che emanava dalla figura di quello che era stato il nume tutelare della cultura italiana della prima metà del Novecento e insieme una figura molto ingombrante. La Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, che oggi Craveri, 84 anni, ex-professore di storia contemporanea, presiede, ha sede in quel Palazzo Filomarino a Napoli dove Croce abitava con la vasta famiglia - la moglie Adele Rossi, le quattro figlie, tra cui Elena, futura scrittrice e ambientalista - e dove ogni giorno arrivavano amici, allievi, colleghi di politica e d'accademia per discutere e incontrare Don Benedetto. "Da ragazzo vivevo a Roma e andavamo a Napoli per le feste di Natale. Lo vedevamo in quell'occasione e d'estate, perché il nonno si trasferiva in Piemonte, aveva una casa a Pollone, vicino a Biella, dove andavamo quando c'era lui" ricorda Craveri, che firma la prefazione di Soliloquio e altre pagine autobiografiche, antologia in cui il filosofo abruzzese ripercorre le fasi cruciali della sua esistenza, dal terremoto a Casamicciola (Ischia) che nel 1883 uccise il padre, la madre e una sorella, alla nascita e caduta del Fascismo, di cui Croce fu oppositore, fino al brano che dà il titolo al volume e che Craveri definisce "una riflessione sulla morte".

Che ricordo ne serba?
"Aveva una personalità che incuteva un certo timore, un senso di rispetto e quindi non si stabiliva quel rapporto di tipo familiare e intimo. Con noi nipoti era attento, gentile, si informava, però ricordo chiaramente un uomo severo, chiuso nel suo studio dove era meglio non entrare. Una vita molto ordinata e dedicata ai suoi studi fino in tarda età. C'è una lettera del '51 a De Gasperi in cui scrive: non vado male e so ancora stare al tavolino dieci ore al giorno!".

Nelle memorie familiari di sua madre Elena colpisce il dettaglio del corridoio lungo 65 metri a Palazzo Filomarino.
"Quella casa era veramente immensa. All'ingresso c'era il lunghissimo corridoio che raggiungeva la parte riservata alla famiglia e dall'altra parte il suo studio, che era esattamente la stanza d'angolo del Palazzo, di fronte al campanile di Santa Chiara. Da lì partiva l'altro lungo corridoio che portava a una diversa ala della casa, anch'essa tutta biblioteca: contava quasi centomila volumi".

Sua madre da un lato lo descrive profondamente socievole, ma avverso alla frivolezza e alla perdita di tempo.
"Il problema del non perdere tempo, tanto meno in chiacchiere, era un punto fermo, un canone della sua vita, che applicava a sé e agli altri. Io l'ho conosciuto tardi, quando non si muoveva più molto, però ricordo che dedicava un'ora al giorno a una passeggiata che di solito faceva con gli amici. Attraversava Napoli conversando, immagino del più e del meno".

La morte dei genitori lo segnò nel profondo. Nelle sue riflessioni Croce parla spesso di "superamento dell'angoscia". Era un pessimista?
"No, non direi, anche se scrive nel Soliloquio che l'uomo deve uscire dal carcere che è la vita. Per Croce tutta la vita è una preparazione alla morte. La sua dedizione al lavoro era un modo di sfuggire alla depressione. Tenersi sempre occupati".

Chiuso nel suo studio in solitudine, però anche presente nella vita pubblica...
"Non si è mai tirato indietro, fu anche nel consiglio comunale di Napoli. Nel 1910 viene nominato senatore, sulla guerra fu neutralista all'avvio, poi Giolitti lo chiama a fare il ministro della Pubblica istruzione e incarna un ruolo politico. Quindi la rottura con Giovanni Gentile e l'opposizione dei due manifesti: quello in favore del fascismo di Gentile e quello antifascista di Croce, firmato da gran parte degli intellettuali italiani".

Prima fu una figura di riferimento, poi osteggiata, anche da Antonio Gramsci.
"Gramsci era stato un grande lettore di Croce, e la sua opera ne porta il segno. Ha dedicato un quaderno alla sua filosofia. D'altra parte, lo sviluppo del pensiero del nonno nasce nel rapporto con Labriola e da una analisi del marxismo. I primi lavori sono sul marxismo, anche se prendono le distanze e ne danno un giudizio distaccato".

Dal punto di vista culturale, dopo la Seconda guerra mondiale si assiste a un vero e proprio diktat anti-crociano. Cosa gli rimproveravano?
"Uno dei temi che gli vengono più rimproverati è una sottovalutazione della ricerca scientifica, che in realtà in Croce non c'è, c'è piuttosto una chiara distinzione tra scienza e filosofia. La prima rifacendosi a un metodo sperimentale, la seconda a uno logico dialettico. Un gran numero di accademici prese una deriva anti-crociana. Ma l'accademia non era tutta uguale, perché esiste anche una tradizione crociana, liberale, democratica, seguita dai maggiori studiosi di storia e filosofia: penso a Carlo Antoni, Federico Chabod, Gennaro Sasso, tra gli altri. La tradizione crociana è continuata".

Fece a tempo a vivere quella stagione di forte polemica?
"Certo, in termini politici lo scontro avviene nel1946-'48, quando Croce torna a fare politica come non aveva fatto in precedenza, con la rifondazione del partito Liberale. D'altra parte, la polemica, naturalmente aperta dai comunisti, ha un'origine strumentale e politica, ma ha un fondamento culturale. Si basava su una rivalutazione del marxismo nei riguardi dello storicismo idealistico di Croce. Il quale rappresentava più di ogni altro la cultura liberale che affiancando quella cattolica si sarebbe opposta fermamente al Partito comunista nelle elezioni del secondo dopoguerra. Croce fu preso di mira soprattutto da Togliatti. Alla fine degli Anni Cinquanta Vito Laterza non aveva più interesse a pubblicarlo e nei Sessanta noi abbiamo stabilito un rapporto con Adelphi che ne ha ripubblicato una vasta parte dell'opera. Con gli Anni Settanta e soprattutto Ottanta c'è il tramonto del marxismo. E ciò ha contribuito a far riemergere la figura di Croce, che oggi è un classico del Novecento".

Sul Venerdì del 21 ottobre 2022