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Tanzania, i guerrieri dell'oleodotto si battono contro la pipeline

Un gruppo di Masai del villaggio di Kwamadule, in Tanzania: qui i lavori per l’oleodotto sono già iniziati.  (Alessandro Pucci) 
Nelle terre Masai, nasce Eacop, la più lunga struttura del mondo per trasportare petrolio. Porterà benessere, dicono le compagnie. Ma gli abitanti chiedono in cambio qualcosa in più dei soldi. Reportage   
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Tanga (TANZANIA).  La baia di Chongoleani, nascosta tra i baobab e le euforbie, è ancora un piccolo Eden fatto di sabbia sottile e di conchiglie. Le radici delle mangrovie sfiorano l'acqua dell'Oceano.  Dal porto di Tanga la strada non è molta, ma è interrotta, e ci costringe a prendere sentieri sterrati.

L'unica guest house per pranzo offre piatti di riso speziato e latte di cocco. "Al massimo entro un paio d'anni, Chongoleani non sarà più la stessa - prevede Baraka Machumu, attivista ambientale - non so che fine faranno queste mangrovie quando costruiranno la piattaforma per lo stoccaggio del petrolio". Le piattaforme di cui parla fanno parte dell'East African Crude Oil Pipeline (Eacop), un oleodotto che trasporterà petrolio greggio dall'Uganda fino alla costa della Tanzania per poi essere spedito verso i mercati internazionali. Un progetto gigantesco. E che a molti non piace: il Wwf parla di &quo…

Tanga (TANZANIA).  La baia di Chongoleani, nascosta tra i baobab e le euforbie, è ancora un piccolo Eden fatto di sabbia sottile e di conchiglie. Le radici delle mangrovie sfiorano l'acqua dell'Oceano.  Dal porto di Tanga la strada non è molta, ma è interrotta, e ci costringe a prendere sentieri sterrati.

L'unica guest house per pranzo offre piatti di riso speziato e latte di cocco. "Al massimo entro un paio d'anni, Chongoleani non sarà più la stessa - prevede Baraka Machumu, attivista ambientale - non so che fine faranno queste mangrovie quando costruiranno la piattaforma per lo stoccaggio del petrolio". Le piattaforme di cui parla fanno parte dell'East African Crude Oil Pipeline (Eacop), un oleodotto che trasporterà petrolio greggio dall'Uganda fino alla costa della Tanzania per poi essere spedito verso i mercati internazionali. Un progetto gigantesco. E che a molti non piace: il Wwf parla di "significativa minaccia ambientale, deforestazione e disturbo della fauna". L'attesa per mangiare è infinita, nel frattempo sorseggiamo una birra Serengeti. In spiaggia i pescatori di chango, i pesci di laguna, intagliano i catamarani. Joseph Alipino ha 40 anni e quattro figli. Dice che quando arriveranno le petroliere sarà difficile continuare a pescare: il passaggio dell'oleodotto significa per lui dire basta all'attività ereditata da suo padre. Ma intanto il cantiere dell'Eacop è già in funzione, e ci lavorano operai tanzaniani e ingegneri thailandesi e francesi. Ogni mattina decine di uomini si presentano a chiedere un lavoro a giornata. Vengono da Tanga, ma anche da Tabora e Mwanza. "Questo progetto ci offrirà un'alternativa di vita" ci dice uno di loro, Hamis Ally "ho solo paura possa creare divisioni tra di noi".    

 


Lungo il tracciato

Da Tanga stiamo seguendo a ritroso le tracce dell'oleodotto più lungo al mondo - l'infrastruttura misurerà infatti 1.443 km. Sarà ultimata nel 2025 e attingerà il greggio a Hoima, in Uganda, sul lago Albert, per trasferirlo proprio qui, nella baia di Chongoleani, sull'Oceano indiano. Da qui i barili di petrolio surriscaldato a 50 gradi prenderanno il largo per la Cina. La pipeline attraverserà il Parco nazionale di Murchison Falls, la più grande area protetta dell'Uganda, e le riserve di Bugungu e Karuma, casa per elefanti, bufali e coccodrilli. Il serpente di ghisa penetrerà poi nelle regioni di Handeni e Manyara, in Tanzania, dove vivono i Mbugwe e i Datooga, gli Akie e soprattutto i Masai, leggendari allevatori di capre e mucche. È da loro che siamo diretti, nel cuore della savana: l'80 per cento dell'oleodotto passerà per la Tanzania profonda, tagliandola di fatto in due.

Una manifestazione di ambientalisti contro il progetto Eacop nel cuore di Londra  (2021 SOPA Images / getty images )
  


L'Eacop è guidata dalla francese TotalEnergies, che investe al 62 per cento, e dalla cinese CNOOC Limited, impegnata all'8 per cento; sono partner l'Uganda National Oil Company e la Tanzania Petroluem Development Corporation. Ma è possibile che la Francia abbandoni l'impresa dopo che una risoluzione del Parlamento europeo ha stigmatizzato il progetto. Strasburgo denuncia infatti danni nei confronti di oltre 118 mila persone: "Le compensazioni sono troppo basse per consentire agli espropriati di comprare altra terra e continuare a coltivare", si legge nella relazione del Parlamento. Più di diecimila persone "sono a rischio di sfollamento senza adeguate garanzie".


D'altra parte è anche vero che per il Pil di Uganda e Tanzania questo investimento potrebbe rappresentare una svolta. "Saranno riconosciuti alla Tanzania 12,20 dollari per ogni barile di greggio in transito", ci spiega Federico Santi, ingegnere elettrotecnico e docente di Ingegneria energetica all'Università di Dar Es Salaam, "Il Paese potrebbe incassare quasi un miliardo di dollari l'anno, pari all'1,5 per cento del Pil". Il beneficio economico insomma sarebbe "tutt'altro che trascurabile e, se ben impiegato, certamente creerà sviluppo".


L'ombra di mosca

In Uganda il governo assicura che l'oleodotto genererà in totale 18 mila posti di lavoro. Il presidente, Yowery Museveni, ha ribadito che se la Francia rinuncia troverà altri finanziatori. Un'ipotesi all'orizzonte è quella di investimenti russi, in linea con l'espansione di Mosca in tutto il continente africano. Per ora su questo non ci sono conferme, ma Museveni tira dritto: "In un modo o nell'altro estrarremo il nostro petrolio entro il 2025", ha detto. Incurante del fatto che il giacimento di Hoima, il principale del Paese, possa avere vita breve: si esaurirà nel giro di 25 anni, sostengono in molti. Per non parlare del fatto che da anni l'Europa chiede di non investire più in combustibili fossili: parliamo di 34 milioni di tonnellate di anidride carbonica emessa nell'atmosfera ogni anno, un colpo di grazia per l'ambiente.

Magdalena Leyani mostra il contratto stipulato con l’Eacop: 40 dollari per l’espropriazione di un ettaro 
e mezzo di terra. In basso il tracciato della pipeline (alessandro Pucci) 


E poi ci sarebbe anche la questione dei diritti umani. "Dal 2017 ad oggi l'Eacop ha bussato alle porte delle abitazioni in centinaia di villaggi della savana, sia in Uganda che in Tanzania, per espropriare terreni e case", ci racconta Saitoti Parmati, giovane Masai del Pingo's Forum, un'associazione che negozia per conto delle comunità tanzaniane. Secondo i suoi calcoli gli espropriati saranno oltre 120 mila, più di quanti ne prevede il Parlamento europeo. Andiamo a trovarlo nel suo ufficio ad Arusha e ci accoglie indossando lo shuka, l'abito tradizionale dei Masai. Dice: "I risarcimenti offerti sono variabili, in alcuni casi c'è un vantaggio per i singoli, quelle che mancano del tutto sono le compensazioni per la collettività". Ossia  servizi sanitari, garanzie per la sicurezza, alternative per chi perde il campo coltivato. Saitoti sa bene che arrivati a questo punto è un'utopia fermare del tutto l'Eacop: "Il progetto è troppo avanzato". Le ong possono però insistere proprio sulle compensazioni: "L'obiettivo è un risultato win-win". O quasi. Adam Mwarabu, anziano Masai che collabora con Paicodeo, un'altra delle ong coinvolte, conferma saggio: "Siamo stati guerrieri, saremo negoziatori".  La strategia è prendere tempo e valutare bene le contropartite. Chiedere servizi sanitari, infrastrutture e scuole in cambio del transito, ad esempio. Gli incontri tra compagnia e ong si tengono quattro volte l'anno. Ma negoziare è una gran fatica.    


Molto più della savana

Seguendo il tracciato della pipeline arriviamo ad Handene, e da lì nella sperduta Kwamadule. Vegetazione fitta,  acacie, arbusti spinosi, baobab e piante medicinali. "Non è vero che qui c'è solo la savana, ci viviamo noi!", ci dice Kim Barnabas, 29 anni, insegnante di scuola elementare. Ha studiato all'università di Arusha ed è poi tornato qui, dove passeranno le ruspe. Spiega che chi ha accettato i risarcimenti offerti dall'Eacop prima del dicembre 2020 (prima cioè che i villaggi fossero rappresentati dalle ong) si ritrova ora con un pugno di mosche in mano. La signora Magdalena Leyani, per esempio, è tra quelli che nel 2019 hanno firmato un contratto preliminare. Con l'impronta digitale del pollice: "Non avevamo altra scelta che quella di cedere un ettaro e mezzo di terra, e in cambio ci daranno quaranta dollari". Non c'è rabbia nelle sue parole, solo molta rassegnazione. Sarà difficile in piena savana trovare altri terreni adatti alla semina.

Pescatori di chango, un pesce locale, nella baia 
di Chongoleani, in Tanzania, dove arriveranno 
le petroliere cinesi incaricate di trasportare il greggio (Alessandro Pucci) 


Kim ci porta dagli anziani Masai del villaggio, la terra rossa brilla sotto il sole rovente. Sono avvolti negli shuka scozzesi e hanno sguardi fieri mentre procedono verso l'area dove passerà l'oleodotto. Ce la indicano con precisione. Mariki Sekorei tiene in mano il bastone che scaccia i serpenti: è il capo della comunità. Anche casa sua è stata espropriata, il risarcimento è di alcune migliaia di euro. Ma i soldi non risanano la ferita di un villaggio tagliato a metà.

In questa zona sono oltre quattromila le persone toccate dal passaggio del petrolio, molte delle quali dovranno trasferire altrove campi e pascoli. Per non parlare dei siti sacri dove venerano divinità ancestrali. "Gli alberi sacri hanno per noi un valore immenso: per gli Akie lì c'è Dio" ci spiega Adam Mwarabu "il tracciato li attraversa in pieno e non c'è verso di farlo arretrare". L'Eacop si è offerta di pagare le cerimonie che serviranno a consacrare nuovi terreni e nuovi alberi. "Ma non è una soluzione" conferma Adam "sarebbe come se dicessero a voi di abbattere San Pietro e costruire la basilica altrove".   

Andiamo a Napilikunya, quattro ore di jeep, strada sterrata nella boscaglia: ogni capanna di fango, rami e stracci giace sotto un baobab maestoso. Qui, gli oltre 500 abitanti Akie hanno accettato di "trasferire" i loro templi. Mary e Simba ci accompagnano sotto il monte dove tutto è avvolto di silenziosa sacralità. Il petrolio scorrerà sotto la loro terra. Ci chiedono il perché, non abbiamo risposte.


"Il petrolio non si beve"

Comunque non c'è solo chi negozia, c'è anche chi combatte: Vanessa Nakate e Diana Nabiruma, attiviste ugandesi di Fridays for Future, partecipano alla Campagna Stop-Eacop con una trentina di ong ugandesi, keniote e francesi. Chiedono a TotalEnergies di ritirarsi e alle banche di non finanziarla. Diversi istituti di credito hanno già abbandonato il progetto. Il 23 marzo scorso gli attivisti hanno incontrato papa Francesco: "Gli ho detto" racconta Nakate "che noi non possiamo bere il petrolio". Sotto la terra arida e dura del villaggio di Mrama, nella regione di Singida, manca infatti l'acqua ma presto scorreranno fiumi di petrolio. È il grande paradosso. Siamo arrivati nel cuore della Tanzania più secca, tra rocce dalla forma ovale e tratti di deserto giallo. "In cambio del transito chiediamo pozzi d'acqua profondi", ci dice il capo villaggio, Felix E Maluli. Ma la società petrolifera per ora ha offerto loro sementi per piantare nuovi alberi e corsi di formazione per prevenire l'Hiv.

Fatuma Juma Sinna ha 45 anni e sette figli. Le hanno tolto la casa e la terra sulla quale crescevano alberi di mango. Dice che con i soldi del risarcimento, poco meno di 5 mila euro, potrà costruirne una più solida. Nel campo espropriato c'era però anche la tomba di famiglia: le ossa dei loro cari dovranno essere rimosse e il sepolcro trasferito.
 

Sul Venerdì del 21 ottobre 2022