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Paul Klee ci ha ridato la linea

Paul Klee ritratto nel 1920 nel suo studio  ne Bauhaus di Weimar. Tedesco di madre svizzera, nacque a Münchenbuchsee, nei pressi di Berna, nel 1879 e morì nel 1940 a Muralto, nel Canton Ticino, dove viveva dopo la fuga dalla Germania nazista (Elaborazione grafica da foto Culture Club/Getty Images) 
  
Un saggio di Gregorio Botta indaga sul grande artista svizzero-tedesco. Tutto “genio e regolatezza”, fu metodico e profetico. A cominciare da un ritratto dimenticato di Adolf Hitler: un ubriacone
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Paul Klee visse per il colore e di colore pensò di morire. Colpa di una sclerodermia fulminante che se lo portò via a sessant'anni e che la famiglia attribuì ai vapori fatali esalati dai pigmenti della sua pittura. Ma è solo leggenda. Peggio fecero lo stress e la tristezza. L'esilio in Svizzera dopo la fuga dalla Germania nazista, la solitudine, la dittatura che bollò (e confiscò) la sua "arte degenerata" lo stremarono. Giudicato pazzo dai tedeschi e schizofrenico dagli svizzeri, vide rimbalzata la richiesta di cittadinanza nei giorni bui delle persecuzioni a causa dei suoi dipinti diventati improvvisamente cupi e tragici, mentre i borghesi elvetici preferivano fiori e angeli. Esule ma sedentario, sognatore ma metodico, Klee è stato l'artista delle contraddizioni, un indagatore dell'invisibile che amava la materia, affascinato dalla finitudine ma attaccato a una vita in bilico "tra i morti e i non nati&quo…

Paul Klee visse per il colore e di colore pensò di morire. Colpa di una sclerodermia fulminante che se lo portò via a sessant'anni e che la famiglia attribuì ai vapori fatali esalati dai pigmenti della sua pittura. Ma è solo leggenda. Peggio fecero lo stress e la tristezza. L'esilio in Svizzera dopo la fuga dalla Germania nazista, la solitudine, la dittatura che bollò (e confiscò) la sua "arte degenerata" lo stremarono. Giudicato pazzo dai tedeschi e schizofrenico dagli svizzeri, vide rimbalzata la richiesta di cittadinanza nei giorni bui delle persecuzioni a causa dei suoi dipinti diventati improvvisamente cupi e tragici, mentre i borghesi elvetici preferivano fiori e angeli. Esule ma sedentario, sognatore ma metodico, Klee è stato l'artista delle contraddizioni, un indagatore dell'invisibile che amava la materia, affascinato dalla finitudine ma attaccato a una vita in bilico "tra i morti e i non nati". Da questa confessione sibillina prende il via il nuovo libro di Gregorio Botta, ex vicedirettore di Repubblica e artista lui stesso (scultore dell'impalpabile e del mutevole), che dopo il saggio Pollock e Rothko. Il gesto e il respiro, firma oggi per Laterza la biografia chirurgica e struggente di un maestro del Novecento. Che, già nel titolo, parla di opposti: Paul Klee. Genio e regolatezza.

Dove sta il genio e dove la regolatezza?
"Il genio nell'assoluta libertà con cui inventava codici espressivi ogni volta diversi, sperimentatore di linguaggi, tecniche, forme cangianti, frutto della sua mente teorica di intellettuale versatile, poeta, pittore e musicista che a soli 17 anni suonava il violino nell'orchestra di Berna. La regola, nella mania del controllo. Teneva un resoconto completo dei suoi lavori ogni giorno in diari dove annotava le carte, le tinte, le misure di un corpus sterminato di oltre 10 mila opere".

Perché proprio Klee?
"Per la sua figura spiazzante. Non era l'artista maledetto, il mascalzone, il nevrotico, il depresso. Era un uomo perbene, un gentiluomo dell'Ottocento, un padre affettuoso, equilibrato, riservato, che però se ne usciva con frasi tipo "Io sono inafferrabile. Vivo eternamente rivolto all'interno". E questa dicotomia lo rende terribilmente misterioso e affascinante".

Anche per il grande pubblico?
"Il questo caso è merito della sua apparente semplicità, una porta di accesso all'arte che passa per un disegno spontaneo, felice, amichevole. Chi guarda, resta colpito dalla dolcezza. Ma dietro, si nasconde un pensiero complesso, una disciplina ferrea, un metodo spietato".

Non a caso insegnò al Bauhaus.
"I colleghi lo chiamavano "il Buddha", "il mago". Spiegava agli studenti il potere della linea che - diceva - era dotata di una vita, di un'anima. Credeva nel divenire della forma e nel ruolo dell'artista come demiurgo, un piccolo collaboratore di Dio, il creatore di una genesi non ancora compiuta. E lo immaginava come un albero che assorbe linfa dalle radici e offre al mondo i suoi frutti. Ma era convinto che il nostro mondo non fosse l'unico mondo possibile".

È vero che il viaggio in Italia gli cambiò la vita?
"Michelangelo ebbe su di lui un impatto devastante, ne sentì il vigore espressivo anche se giudicò la sua scultura glaciale e lo rimproverò addirittura per la freddezza delle tombe medicee. Lo colpì di più Leonardo per lo studio della natura. Fa impressione la sua autonomia di giudizio. Il Vaticano non gli piacque per niente; preferiva l'ingenuità autentica dell'arte medievale alla perfezione del Rinascimento. Ad ogni modo, tornò a casa in piena crisi, umiliato dalla statura del passato, ricominciò a dipingere in bianco e nero".

Dove trovò i colori che lo hanno reso celebre?
"In Nordafrica, in Tunisia, durante una spedizione illuminante. Rimase abbagliato dalla luce del Sud. Il paesaggio, la natura, le geometrie dell'architettura, le moschee e il deserto lo inebriarono. Scrisse allora la sua frase più commovente: 'Il colore mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell'ora felice: io e il colore siamo tutt'uno. Sono pittore'".

Quando Klee diventò Klee?
"Molte e ripetute volte. Ma all'inizio, sicuramente, nel silenzio della sua cucina. Quando lavorava mentre accudiva il figlio. La moglie Lily manteneva la famiglia dando lezioni di piano, nel frattempo lui si occupava di Felix che gli gattonava fra i piedi. Il cuore caldo della casa, l'assetto domestico, intimo e umano, segnarono il suo lavoro su fogli di quaderno dove tutto era ridotto all'essenziale e dove l'ispirazione nasceva dal contatto con l'infanzia. Puer e senex convivevano in lui".

La doppia vita continua.
"Klee è il re degli ossimori. Astratto e figurativo. Terrestre e celeste. 'L'uomo è per metà prigioniero e per metà alato' diceva. Ma le ali gliele aveva messe Felix. Quasi tutti i figli dei geni ebbero vite tremende. Restarono schiacciati dai padri. Basti pensare a Picasso che fu un massacratore di mogli e di figli. Paul si prese cura di Felix in modo totale. Costruiva burattini e marionette. Ne conservava i disegni. Era un gigante buono".

Anche lui convinto, come il grande Pablo, che servisse una vita intera per imparare a dipingere come un bambino?
"Il suo spirito era una straordinaria fusione di mentale e intuitivo, emozione e rigore. Ma prediligeva la formazione alla forma. La consapevolezza alla genuinità. A chi lo accusò di scarabocchiare la carta, rispose: 'I quadri che ha dipinto il mio piccolo Felix sono migliori dei miei, che spesso sono impregnati di cervello'. La disciplina mise ordine nei suoi sogni".

Il rapporto con Kandinskij?
"Si incontrarono a Monaco negli anni del Cavaliere Azzurro e si capirono subito, inaugurando un'amicizia che durò tutta la vita. In una lettera a Franz Marc, Vasilij raccontò: 'Ieri ho conosciuto Klee tramite Moilliet. Ora c'è un uomo con l'anima'".

Come reagirà alle violenze della guerra?
"Fu molto caustico coi colleghi che in accademia si schierarono dalla parte del potere. E schizzò una caricatura di Hitler con baffetti e ciuffo liscio, intitolata Stammtischler (Compagno di bevute), come fosse un ubriacone qualunque, ma quando ancora non era al governo. Presagio acuto di un pericolo imminente. Poco dopo, le sue opere vennero sequestrate persino nei musei e lui etichettato come ebreo, sebbene non lo fosse. Eppure non dirà mai di non essere ebreo. 'Perché ammetterlo vorrebbe dire accettare il razzismo nazista'".

Da artista, cosa le ha lasciato?
"La potenza e la sintesi della linea. 'La mia matita ha fatto alcune passeggiate ben riuscite' aveva scritto a Lily da ragazzo, prima di codificarne la forma in decine di soluzioni diverse. Dritta, sdraiata, a riccioli, a zig zag, a spirale, interrotta, in fasci, a onde, in archi, intrecciata, convergente. Mai puramente astratta. Ma portatrice di ricordi. 'Poiché un piccolo viaggio a piedi' ripeteva, 'è sempre pieno di impressioni'".

Sul Venerdì del 21 ottobre 2022