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R.J. Palacio, dopo "Wonder" ecco "Pony": ragazzi, siate epici

La scrittrice americana di origine colombiana R.J. Palacio alla prima del film tratto dal suo grande successo Wonder.  (UPI / Alamy / Ipa) 
La scrittrice racconta il suo nuovo romanzo: il viaggio a cavallo di un adolescente del West alla ricerca del padre. Per vincere le paure di ieri e di oggi
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NEW YORK. "Ho buttato via tutto ciò che avevo scritto per due anni e ricominciato da capo per arrivare a scrivere il classico per ragazzi cui aspiravo: Pony (Giunti editore). È la storia del dodicenne Silas che col suo cavallino va alla ricerca del padre, affrontando un viaggio nel selvaggio West che lo aiuterà ad affrontare le sue paure. Volevo creare un personaggio che riassumesse in sé figure archetipiche come Telemaco, il figlio di Ulisse. E personaggi letterari come Tom Sawyer. Ragazzi leggendari capaci di ispirare i loro coetanei...".

In un caffè dell'Upper West Side, nel cuore di Manhattan, Raquel Jaramillo, 59 anni, scrittrice di origine colombiana celebre in tutto il mondo con lo pseudonimo R.J. Palacio, loda l'omelette che sta gustando con lo stesso entusiasmo con cui racconta la genesi del suo nuovo piccolo eroe, "nato" dopo il successo di Wonder nel 2012: la saga di Auggie Pullman, il ragazzino bullizzato a ca…

NEW YORK. "Ho buttato via tutto ciò che avevo scritto per due anni e ricominciato da capo per arrivare a scrivere il classico per ragazzi cui aspiravo: Pony (Giunti editore). È la storia del dodicenne Silas che col suo cavallino va alla ricerca del padre, affrontando un viaggio nel selvaggio West che lo aiuterà ad affrontare le sue paure. Volevo creare un personaggio che riassumesse in sé figure archetipiche come Telemaco, il figlio di Ulisse. E personaggi letterari come Tom Sawyer. Ragazzi leggendari capaci di ispirare i loro coetanei...".

In un caffè dell'Upper West Side, nel cuore di Manhattan, Raquel Jaramillo, 59 anni, scrittrice di origine colombiana celebre in tutto il mondo con lo pseudonimo R.J. Palacio, loda l'omelette che sta gustando con lo stesso entusiasmo con cui racconta la genesi del suo nuovo piccolo eroe, "nato" dopo il successo di Wonder nel 2012: la saga di Auggie Pullman, il ragazzino bullizzato a causa del viso deforme, così simpatico e tenace da conquistare tutti. Talmente amato da aver venduto 60 milioni di copie, essere tradotto in 55 lingue e perfino trasformato in un film di successo con Julia Roberts e Owen Wilson protagonisti.

I temi difficili, lo sappiamo, non la spaventano: dopo Wonder, ha raccontato nel graphic novel Mai Più la storia di una ragazzina ebrea costretta a nascondersi per sfuggire all'Olocausto. Ora Pony affronta una paura atavica dei bambini: quella di perdere i genitori...
"Cominciai a scriverlo nove anni fa, nel pieno del successo di Wonder, ispirata da un incubo di mio figlio Caleb che aveva sognato un ragazzino solo al mondo e col viso coperto di sangue. Un'immagine intensa: mi rimase impressa e crebbe dentro di me. L'ambientai nel Far West, all'epoca della nascita della fotografia. E cominciai a studiare quel periodo, leggendo tutto quel che potevo. Per due anni scrissi con disciplina: ma a pagina 400 mi accorsi che nulla di quanto avevo messo giù somigliava a ciò che volevo dire. Finì che buttai la bozza e lavorai ad altro. C'è voluto il lockdown per aiutarmi a far venir fuori la storia così come la sentivo. L'ho scritta in tre settimane: ed era proprio quel che avevo in testa. Un romanzo per ragazzi semplice, avventuroso, epico".

L'ha davvero ispirata l'atmosfera cupa del 2020?
"Brooklyn, dove vivo, quell'aprile divenne l'epicentro mondiale del Covid. Contagi e morti si susseguivano, sentivamo costantemente le sirene delle ambulanze. Sì, l'epidemia mi ha dato il senso della nostra fragilità e della nostra intima comunione. Ho provato amore per il prossimo. E gratitudine per chi ancora faceva girare il mondo. Ecco perché Pony è una storia d'amore e gratitudine: il Covid ha fatto subire ai bambini non solo terribili perdite familiari, ma gli ha anche sottratto il senso della solidità del mondo. Il mio Silas riassume in sé tutto questo e i suoi coetanei possono riconoscersi in lui, nella sua solitudine ma anche nella sua capacità di apprendere, durante il viaggio, che non siamo mai completamente soli. È il messaggio profondo di questo libro: siamo tutti un'unica cosa e dobbiamo prenderci reciproca cura".

Lei, che nasce come graphic designer e ha illustrato copertine di autori importanti come Paul Auster e Salman Rushdie, ha sempre molta cura del messaggio che i suoi libri trasmettono. Perché ha deciso di scrivere per i bambini?
"In un certo senso, scrivo per la piccola lettrice che ero a 10 anni. Scrivo quel che avrei voluto leggere allora. Allo stesso tempo sono consapevole dell'impatto che i libri hanno sui bambini. Sono esperienze che li definiscono, trasformano: e dunque bisogna caratterizzare con verità e saggezza. Scrivere per bambini è una responsabilità che sento. Voglio nutrire la loro immaginazione e il loro spirito. Aiutarli a crescere: e a capire l'essenza della bontà e dell'altruismo, proprio come ho cercato di fare con i miei figli. Non voglio, per dire, spaventarli senza motivo o intrattenerli senza costrutto. Spero di aiutarli a venir su gentili, disponibili verso il prossimo, capaci di usare le loro vite per qualcosa di nobile e buono".

Lei è nata a New York, figlia di genitori colombiani. Un'esperienza assente dai suoi romanzi...
"I miei genitori erano persone speciali. Colte. Approdate in America per amore, non per fare fortuna. Quando si innamorarono erano entrambi sposati: e in un paese cattolico come la Colombia non c'era altro modo di stare insieme che fuggire. Vennero dunque in cerca di un diverso tipo di libertà e costruirono una casa piena di libri. Mio padre amava i classici: sant'Agostino. Mia madre gli autori tedeschi: Heinrich Böll, Thomas Mann. Ho lottato contro i preconcetti tutta la vita, spiegando alla gente che si può andare oltre i limiti che ti vengono cuciti addosso. In tal senso, essere figlia di immigrati mi ha definito quanto l'essere figlia di lettori voraci. Ma i miei genitori non sono assenti dai miei libri: per dire Martin, il papà di Silas nel romanzo, sorta d'inventore pazzo impegnato nella creazione di un particolare tipo di dagherrotipo, somiglia a mio padre: la persona più brillante che io abbia mai conosciuto, una sorta di enciclopedia del sapere. Capace di svegliarmi di notte per salire sul tetto e guardare meteoriti".

Ok, ma perché ha ambientato il romanzo proprio nel Far West?
"Sono cresciuta leggendo western, d'altronde parte dell'immaginario di tutti. Un genere di cui mi piace l'essere insieme semplice e mitico. E siccome sono ossessionata dal bisogno di raccontare storie che siano il più fedeli possibile alla realtà, la ricerca è stata essenziale, come per ogni altro mio libro. A ispirarmi, oltre alle tante letture, è stata anche la mia ricca collezione di dagherrotipi che da anni compro a ogni mercatino. Mentre scrivevo c'era uno dei personaggi, Rufe Jones, che mi sembrava per qualche motivo più reale degli altri. Alla fine mi sono accorta che stavo descrivendo una persona realmente esistita, ritratta in una foto ottocentesca della mia collezione: un cowboy avvolto in una coperta. Mi ha fatto capire quanto il nostro inconscio lavori davvero in maniera misteriosa".

E il Pony del titolo? Perché ha scelto di dare un cavallo come compagno del suo protagonista?
"Da piccola ero così ossessionata dai cavalli che a otto anni convinsi i miei genitori a farmi prendere lezioni di equitazione. Immagini due immigrati colombiani che sborsavano soldi che non avevano per far cavalcare la figlioletta a Flushing, New York. Era assurdo ma lo fecero. Non ho mai posseduto un cavallo ma li amo ancora: li scarabocchio a ogni occasione".

Come per Wonder, ci sarà anche un film ispirato a Pony?
"Probabile. Non è stato ancora annunciato e dunque posso dirle solo che lo farà un attore-scrittore-regista-producer fenomenale che ammiro da anni".

So che i fan glielo chiedono da tempo: darà un seguito a Wonder?
"Già, vorrebbero sapere come se la cava Auggie al liceo. Ma la verità è che lo stato della politica americana oggi è tale che ho paura di collocarlo nel mondo contemporaneo. Dovrei, per dire, parlare del fatto che rischia di finire coinvolto in una sparatoria scolastica. La sua generazione ne ha già dovute sopportare tante: stragi come quella di Parkland, il Covid, le verità alternative di Donald Trump. Scriverne, lo so, sarebbe un modo per affrontare cose importanti e forse dare perfino conforto a quei ragazzi. Ma, almeno per ora, proprio non me la sento".

Sul Venerdì del 21 ottobre 2022