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Anche i Futuristi avevano un passato

Umberto Boccioni, Meriggio. Officine a Porta Romana, 1910, olio su tela (Collezione Intesa Sanpaolo) 
SPECIALE ARTE Padova celebra i cinque anni, tra il 1910 e il ‘15, fondamentali per la nascita dell’avanguardia italiana. Che, nonostante la foga distruttrice, doveva molto alla rivoluzione artistica del secolo precedente
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Non è vero che il futurismo voleva tagliare col passato. "Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le porte dell'Impossibile?" ululava il Manifesto pubblicato nel 1909 da Marinetti a Parigi su Le Figaro. Abbaiava ma non mordeva. Anzi. Davanti alle conquiste dei primi movimenti moderni (divisionismo e simbolismo) ammetteva a denti stretti il suo debito verso una rivoluzione dell'arte iniziata già a fine Ottocento.

L'invettiva "Noi vogliamo distruggere musei, biblioteche, accademie" rimbombò nel clima sospeso di un'Italia in bilico fra tradizione e avanguardia, ma aveva il piglio di una sfuriata machista per scuotere gli animi, salvo poi contraddirsi nei fatti. Umberto Boccioni collezionava fotografie dei capolavori del Rinascimento. Carlo Carrà amava Giotto (tanto da dedicargli poi una monografia). E lo stesso Marinetti (alla faccia del "disprezzo per la donna") si legò alla sple…

Non è vero che il futurismo voleva tagliare col passato. "Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le porte dell'Impossibile?" ululava il Manifesto pubblicato nel 1909 da Marinetti a Parigi su Le Figaro. Abbaiava ma non mordeva. Anzi. Davanti alle conquiste dei primi movimenti moderni (divisionismo e simbolismo) ammetteva a denti stretti il suo debito verso una rivoluzione dell'arte iniziata già a fine Ottocento.

L'invettiva "Noi vogliamo distruggere musei, biblioteche, accademie" rimbombò nel clima sospeso di un'Italia in bilico fra tradizione e avanguardia, ma aveva il piglio di una sfuriata machista per scuotere gli animi, salvo poi contraddirsi nei fatti. Umberto Boccioni collezionava fotografie dei capolavori del Rinascimento. Carlo Carrà amava Giotto (tanto da dedicargli poi una monografia). E lo stesso Marinetti (alla faccia del "disprezzo per la donna") si legò alla splendida Benedetta, anche lei futurista, pittrice di visioni spaziali ed evoluzioni aeree. Futuristi sì, ma con riserva.

Il futurismo prima del futurismo, il backstage, le contraddizioni e soprattutto l'eredità consegnata dalla generazione precedente, sono al centro della mostra Futurismo. La nascita dell'avanguardia1910-1915 che i curatori Fabio Benzi, Francesco Leone e Fernando Mazzocca hanno piegato sulla genesi di un gruppo celeberrimo, ma non svelato fino in fondo. Al di là di tanta prosopopea, millantata temerarietà e spregio della storia, i ragazzi di Marinetti avevano infatti le loro debolezze: l'ansia per la sorte dell'uomo schiacciato dai ritmi della "città che sale", il sentimento struggente dell'attesa e, perché no, un'asfissiante paura della morte.

Luigi Russolo, Autoritratto con teschi, 1908, olio su tela 


Allestito al Palazzo Zabarella di Padova fino al 26 febbraio 2023, il percorso scorre fra 120 opere concentrate in cinque anni di passione stroncati dai drammi della guerra - che invece di "igienizzare" il mondo (come auspicavano incoscienti nella loro ubriacatura nazionalista...) privò il mondo di alcune delle menti più brillanti delle pattuglia e dell'arte italiana tout court; Boccioni morto per una stupida caduta da cavallo (ironia del destino per lui, cantore del cavallo come simbolo del dinamismo) e Antonio Sant'Elia, l'architetto visionario delle metropoli (prima di Metropolis...), ucciso in trincea e poi immortalato da Mario Sironi stremato dal freddo a Dosso Casina.

Ma la dicotomia fra entusiasmo cieco e presa di coscienza si comprende grazie allo studio che indaga i lacci profondi dei futuristi con i loro padri putativi come Segantini, Previati, Pellizza da Volpedo che furono dei veri giganti in quanto a denunzie sociali, narrazione umanissima, palpito della natura e affondo spirituale nei misteri del cosmo. Oltre al retaggio di una tecnica "divisa" che sfrangia la pittura del primo Balla, del primo Boccioni o del primo Severini addirittura puntinista viste le sue frequentazioni francesi, ogni quadro degli esordi è davvero una costola del passato.

Altro che "musei=cimiteri!". L'Autoritratto con i teschi di Russolo è un capolavoro di simbolismo degno di Alberto Martini e delle sue vanitas spettrali. Le Officine di Porta Romana di Boccioni attingono alla lunga letteratura degli umili, da Morbelli a Longoni, per raccontare i luoghi delle fabbriche e della fatica quotidiana. I paesaggi al meriggio di Carrà hanno i colori della Bassa Padana di Pellizza e del suo popolo in cammino.

Ma attenzione, al debito segue l'emancipazione. Nella seconda metà della mostra divampa la nuova rivoluzione fatta di parole in libertà, simultaneità, cocktail materici e dinamismo plastico. Intuizioni che videro il Futurismo affrancarsi dalla tradizione e conquistare lo spazio aperto di opere sfuggite al limite delle cornici. Un'icona fra tutte: le Forme uniche del grande Boccioni che, nella falcata dell'uomo controvento, nella deformazione del suo corpo attraversato dall'aria e dalle tensioni del moto, pulsa come un ventricolo nel cuore della vita.

Sul Venerdì del 21 ottobre 2022