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Eliasson a Firenze accende le macchine del tempo

Eye See Yu, 2006, acciaio inox, alluminio, filtro di vetro colorato, luce monofrequenza  
SPECIALE ARTE A Palazzo Strozzi la prima personale italiana dell’acclamato artista danese. Che nelle sue installazioni usa le più moderne tecnologie per attirare il visitatore in un flusso sensoriale. E renderlo protagonista
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Olafur Eliasson impiega con disinvoltura le più moderne tecnologie, senza ossequio alcuno per il fascino algido della macchina. E si muove e opera con lo spirito di un fine umanista. Nel caso di Firenze, lo fa in un luogo cardine della riscoperta della natura e dell’antico: quella perla del Rinascimento che è Palazzo Strozzi. Qui, fino al 22 gennaio 2023, per la cura di Arturo Galansino, l’artista danese di origini islandesi ha allestito una mostra che è al tempo stesso antologica e personale, spettacolare e intima. Nel senso che anche i lavori del suo luminoso passato sono esposti nella chiave di un’omogenea proposta attuale. Un’opera corale, la sua, dominata dalla luce sulla scia degli ambienti spazialisti di Lucio Fontana o delle installazioni Light and space di James Turrell. Ma inserita in un dialogo con il passato che guarda al futuro. Tirando dentro questo flusso sensoriale lo spettatore e rendendolo attore protagonista.

Innanzitutt…

Olafur Eliasson impiega con disinvoltura le più moderne tecnologie, senza ossequio alcuno per il fascino algido della macchina. E si muove e opera con lo spirito di un fine umanista. Nel caso di Firenze, lo fa in un luogo cardine della riscoperta della natura e dell’antico: quella perla del Rinascimento che è Palazzo Strozzi. Qui, fino al 22 gennaio 2023, per la cura di Arturo Galansino, l’artista danese di origini islandesi ha allestito una mostra che è al tempo stesso antologica e personale, spettacolare e intima. Nel senso che anche i lavori del suo luminoso passato sono esposti nella chiave di un’omogenea proposta attuale. Un’opera corale, la sua, dominata dalla luce sulla scia degli ambienti spazialisti di Lucio Fontana o delle installazioni Light and space di James Turrell. Ma inserita in un dialogo con il passato che guarda al futuro. Tirando dentro questo flusso sensoriale lo spettatore e rendendolo attore protagonista.

Innanzitutto la titolazione della mostra, Nel tuo tempo. L’artistar che vive a Berlino – dove è a capo di una vasta équipe che non dimentica mai di citare e ringraziare – ha voluto che il titolo fosse impresso ovunque in italiano. Se la mostra si apre nel cortile con la smisurata ellissi tra cielo e terra di un’opera intitolata in inglese Under the Weather (un tessuto stampato che il visitatore, camminandoci sotto, percepirà in movimento grazie all’effetto moiré), Nel tuo tempo si declina in italiano perché è nella nostra lingua che il termine significa sia il trascorrere dei giorni sia le condizioni atmosferiche.

Ed è salendo al piano nobile della dimora patrizia, iniziata a costruire nel 1489 su disegno di Giuliano da Sangallo, che ci troviamo subito immersi in questa doppia dimensione temporale. Triple Seeing Survey, opera site specific come le successive installazioni Tomorrow e Just Before Now, sfrutta l’unica finestra della stanza per crearne un’altra riflessa sul muro opposto. Il salone è vuoto e sarà lo spettatore a scoprire, percorrendolo, che l’opera altro non è che un fascio di luce, solo in parte naturale, che disegna sulla parete una geometria dai cromatismi variabili. Ma a stabilire il colore e il calore di questa epifania luminosa (che Galansino mette correttamente in relazione con la filosofia classica di Platone e con la teologia medievale dell’abate Suger) sono le imperfezioni dei vecchi e irregolari vetri di casa Strozzi, come anche le ore del giorno e delle stagioni. Attraverso in particolare questa installazione creata ad hoc, il palazzo patrizio si ammanta di una luce diversa, spirituale, quasi fosse una chiesa con le sue vetrate gotiche, oppure la Madonna di Senigallia dipinta da Piero della Francesca, con la finestra aperta e riflessa nell’ombra rischiarata dello sfondo. Eliasson invita così il visitatore della mattina a tornare al tramonto, o quello entrato in autunno a farlo di nuovo in inverno, per vedere come la luce del giorno “dipinge” la parete.

How Do We Live Together?, 2019, acciaio inox, vernice nera, lamina a specchio 

I primi sopralluoghi dell’artista e del suo staff a Firenze risalgono al 2015. Sette anni nel corso dei quali il maestro ha messo a punto la sua idea calandosi nel contesto fiorentino e senza cadere nella trappola della magniloquenza e del narcisismo in cui inciampano spesso gli autori di grande successo internazionale quale lui è. L’artista, che nel 2003 ha stupito il mondo accendendo il sole di The Weather Project nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra, per la sua prima, vasta esposizione italiana ha scelto quindi di vestire gli abiti del pittore, pur senza inforcare mai un pennello, ma dipingendo con la tecnologia della luce e attraverso il corpo degli spettatori.

Sarà il visitatore a scoprire, estasiato, di cosa è davvero fatto l’ambiente circolare (...e speculare) di How Do We Live Together (2019); a vedere apparire un arcobaleno nel momento in cui attraversa la cascata di vapore acqueo di Beauty (1993); a specchiarsi (e a riflettere) nel Colour Specrtum Kaleidoscope con cui Eliasson nel 2003 rappresentò la Danimarca alla Biennale di Venezia; infine a sentirsi trasportato, e a perdersi, nel mondo dei solidi platonici di Your View Matter (2022), un viaggio nel tempo e nella realtà virtuale allestito negli spazi ipogei della Strozzina.

Sul Venerdì del 21 ottobre 2021