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Dino Meneghin: "Se rinasco busso alla porta dell’Nba"

Dino Meneghin, qui con la maglia della Nazionale negli anni 80, è nato ad Alano di Piave (Belluno) il 18 gennaio 1950 (Alamy / Ipa) 
In un libro, gli anni d’oro del basket italiano attraverso le voci dei protagonisti. Come quella del suo atleta simbolo. Che qui si racconta tra successi e rimpianti
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Questa intervista a Dino Meneghin è tratta dal libro La nostra America (Hoepli) del critico televisivo di Repubblica e del Venerdì Antonio Dipollina

Dino Meneghin e il basket degli anni 70.
"Mi piacerebbe iniziare da quello che era il mondo esterno al basket, la vita di tutti: un decennio complicatissimo in Italia. Ricordo alcuni amici di Varese che i genitori trasferirono in Svizzera per paura dei rapimenti, ricordo l'austerity e le domeniche a piedi. Ricordo una partita al palazzetto, in una di quelle prime due domeniche: feci la borsa a casa, uscii, presi l'autobus e arrivai a Masnago. Ricordo in giro per Varese gente che veniva da fuori città, a cavallo...".

 

E però?
"Però eravamo giovani, e il basket era una bellissima cosa. E io c'ero dentro, impegnato, concentrato quasi esclusivamente su quello. Ricordo che giovanissimo pensavo: sono un professionista. Mi faceva bene sentirmi così. Il giorno in cui ca…

Questa intervista a Dino Meneghin è tratta dal libro La nostra America (Hoepli) del critico televisivo di Repubblica e del Venerdì Antonio Dipollina

Dino Meneghin e il basket degli anni 70.
"Mi piacerebbe iniziare da quello che era il mondo esterno al basket, la vita di tutti: un decennio complicatissimo in Italia. Ricordo alcuni amici di Varese che i genitori trasferirono in Svizzera per paura dei rapimenti, ricordo l'austerity e le domeniche a piedi. Ricordo una partita al palazzetto, in una di quelle prime due domeniche: feci la borsa a casa, uscii, presi l'autobus e arrivai a Masnago. Ricordo in giro per Varese gente che veniva da fuori città, a cavallo...".

 

E però?
"Però eravamo giovani, e il basket era una bellissima cosa. E io c'ero dentro, impegnato, concentrato quasi esclusivamente su quello. Ricordo che giovanissimo pensavo: sono un professionista. Mi faceva bene sentirmi così. Il giorno in cui capii che il basket poteva diventare il mio lavoro è stato il più bello di sempre".

 

E dire che nell'immagine collettiva, che è quella del giocatore italiano più popolare di sempre, non è che sia rimasta la sensazione di una persona dedita a privazioni, quasi monastica.
"Eppure... Ricordo a memoria ogni sabato sera in cui i miei amici sono andati in discoteca e io invece ero in ritiro. Gli altri che facevano tre mesi di vacanza e io dieci giorni. E all'interno della squadra non si scherzava: c'erano i più anziani che ti richiamavano bruscamente a ogni tentativo di fare il fenomeno... Per fortuna non mi pesava. E un certo atteggiamento sfrontato me lo permettevo perché tenevo a essere professionista, e un po' mi alleggeriva anche fatica e sacrifici".

Con gli allenatori?
"Venivamo da Nico Messina, persona simpatica, che non faceva pesare più di tanto il suo ruolo. Il cambio che poi portò alle vittorie fu con Aza Nikolic: mise subito le cose in chiaro. Lui era il professore, noi gli allievi. O se preferisce, lui era un caporeparto in fabbrica e noi eravamo gli operai. Gli scherzi in allenamento? Guai. Solo un gruppo forte e compatto come il nostro a Varese poteva reggere questo e non solo, farne davvero un'arma vincente".

Un tecnico che lasciava il segno.
"Le racconto questa. Erano anni in cui per far promozione al basket si giocava una strana Coppa Italia, incontrando squadre minori anche di serie C. Un giorno siamo a Catania, fischio d'inizio, cominciamo a giochicchiare, loro vanno in contropiede: 0-2. Azione dopo, idem: vanno in contropiede, 0-4. Nikolic chiama il time-out".

Ahia.
"Ci fece un cazziatone che mi rimbomba ancora adesso. Torniamo in campo, la partita finisce tipo 120-40, facciamo per rientrare negli spogliatoi e Nikolic: fermi, tutti in campo, allenamento supplementare".

Da brividi.
"Onestamente? Ci stava infinitamente sulle scatole. Ma alla fine abbiamo vinto tutto".

Mi dice la differenza principale che le viene in mente tra il basket di allora e oggi?
"Tante. Ma proprio ricordando quella squadra, l'allenatore aveva il vantaggio di avere un secondo cervello in campo. Il playmaker. Oggi non lo trovi nemmeno a pagarlo, un tipo di giocatore così. Oggi prevale tutto il resto, l'atletismo, lo spettacolo, il tiro da tre punti accentuato come obiettivo. Guardo le partite, si recupera un pallone in difesa e si va in contropiede: prima della linea da tre, arresto e tiro. Ovvio, a noi sembra lunare, ma se le cose cambiano, cambiano".

Un'altra.
"A me sembrano importanti, e lo noto subito ogni volta, il cambio spettacolare d'ambiente, le luci, i colori, i palloni. Noi avevamo il Voit e basta. Palazzetti un po' così, allora: oggi sembra l'America ovunque, tutto coloratissimo. E poi sì, senso di appartenenza, oggi, pochino. Giocatori intercambiabili, il concetto di gruppo in una squadra attuale lo puoi anche coltivare, ma sarà sempre la metà di quello di una volta".

Nostalgia?
"Mah, non è importante. Sono cambiati anche i tifosi, oggi sono molto più esigenti, vedono tutto, le partite nostre, la Nba. Tutta un'altra musica".

Oggi si celebrano rarissimi calciatori che giocano fino a 40 anni. Lei ha smesso a 44.
"Il buon Dio e i miei genitori mi hanno dato un buon fisico. Io ci ho messo il resto, tenendo conto che ho sempre giocato in squadre dove se arrivavi secondo avevi fallito. Quindi concentrazione e impegno, studiavo gli avversari, arrivavano gli americani forti e cercavo di imparare il più possibile. Qualcuno mi diceva: ma sei già Meneghin, chi te lo fa fare? Un bel niente, e più continuavo a giocare, più imparavo dagli altri. Quando ho smesso avevo ancora un anno di contratto ma il fisico mi ha consigliato seriamente di smettere".

Il trasferimento clamoroso a Milano. Quando la rivalità nel basket era una cosa seria, anzi di più. È uscito alla grande anche da questa avventura.
"Periodo un po' frastornante, all'inizio. A Varese i dirigenti mi dissero che Toni Cappellari, GM di Milano, voleva parlarmi. Se me lo dicevano loro, vuol dire che avevano deciso di cedermi. E quindi Milano: unica strada possibile per zittire tutti, metterci il triplo dell'impegno, andare al 110 per cento delle tue possibilità. E poi vincere subito, lì mi hanno dato fiducia e dopo è stato facile".

Mike D'Antoni cervello in campo, in panchina uno come Dan Peterson. Che personaggio era per il basket?
"Un super personaggio, non c'era mai stato uno così, non ce ne sarebbe stato un altro dopo. E quando ha iniziato a farsi conoscere e imporsi anche a chi di basket non ne sapeva nulla, è diventato il massimo possibile. Ricordo ancora la mia sorpresa divertita, una sera accendo la tv e vedo Massimo Boldi che sta facendo l'imitazione di Dan. Significava aver raggiunto una popolarità impensabile per un uomo del basket italiano".

Si può confrontare la popolarità del basket di allora con quella di oggi?
"Sono due cose completamente diverse. Oggi gli appassionati hanno tutto, ma devi essere già appassionato, arrivandoci per altre vie che non siano quelle di allora: quando c'erano partite in diretta, trasmesse per intero su uno dei pochi canali esistenti, la pubblicità era clamorosa. Da quello che passa in tv e viene guardato da tanti discendono poi modelli, comportamenti, voglia di emulazione dei più giovani. Ricordo mio figlio Andrea una volta, ragazzino, vede una gara di marcia in tv e decide che vuole fare quello: per una settimana ha camminato come i marciatori. Poi gli è passata, ma è per far capire la forza di quel mezzo. Oggi al basket manca parecchio la prima serata tv trasmessa in chiaro, una volta si poteva".

Cos'è cambiato?
"Il calcio ha aumentato lo strapotere, la pallavolo si è presa spazi che ha meritato eccome, ma il basket forse non si è mosso in quella direzione preferendone un'altra".

Ci racconta i tre momenti indimenticabili in carriera?
"Parto con il primo scudetto vinto a Varese, avevo 19 anni e arrivavo in una squadra che non godeva di grande credito: ci davano per sicuri retrocessi o qualcosa di simile. E invece inizia a funzionare tutto: invece di un americano c'era un messicano, Manuel Raga. E c'ero io che capivo definitivamente che quella sarebbe stata la mia strada. Poi ci mettiamo Nantes e la vittoria europea con la Nazionale, ricordo obbligato e omaggio dovuto a un coach come Sandro Gamba. E infine una storia molto personale: la prima volta che in una gara ufficiale ho giocato contro mio figlio Andrea".

La delusione più grande?
"Facile. Finale di Coppa dei Campioni 1983, in realtà è un derby tra Milano e Cantù ma si gioca a Grenoble. La peggior partita della mia vita, zero punti e tutti si aspettavano molto da me, essendo il giocatore con maggiore esperienza. Niente, la testa annebbiata dall'inizio alla fine, una delusione fortissima: fosse stato il Maccabi, ancora ancora... Ma era Cantù. Imperdonabile. Posso dirne un'altra?".

Certamente.
"Non aver mai provato davvero per la Nba. Ero anche stato scelto dal general manager di Atlanta ma poi lui stesso mi spiegò anni dopo che non se ne fece niente per tanti motivi. Ed era un mondo che si conosceva poco, da noi arrivavano americani fortissimi che ci impressionavano ed era chiaro che al 99 per cento erano giocatori che la Nba non aveva voluto: quindi pensavamo a una dimensione davvero irraggiungibile e forse non ci ho mai provato con la giusta convinzione".

E quindi?
"E quindi è semplice. Se rinasco e vedo che dalla Nba non mi chiamano, mi presento io da loro...".