La meravigliosa storia dell'alfabeto
di Stefano Bartezzaghi , di Stefano BartezzaghiChi "conosce l'abbiccì" è qualcuno che ha appreso il minimo indispensabile, i rudimenti di una o dell'altra disciplina. Ma siamo proprio sicuri di conoscerle, la A, la B, la C? Cosa lega la forma grafica al suono (o ai suoni) a cui corrisponde? Perché non a tutti i suoni corrisponde una lettera? Perché l'alfabeto comincia proprio con quelle tre lettere?
È in aule scolastiche decorate da quadretti che molti di noi hanno imparato l'alfabeto, o lo stanno imparando. Nel primo si vede un albero e la A iniziale vergata in maiuscolo e minuscolo; nel secondo una barca, con la B; nel terzo un cane, con la C. In capo a pochi giorni l'abbiccì viene imparato e in capo a pochi mesi o anni non ce ne si darà più pensiero, salvo qualche dubbio: come mai la C di "cane" è (come forma grafica) la stessa C iniziale di "cigno", mentre per la "chiocciola" ha bisogno di un'H di sos…
Chi "conosce l'abbiccì" è qualcuno che ha appreso il minimo indispensabile, i rudimenti di una o dell'altra disciplina. Ma siamo proprio sicuri di conoscerle, la A, la B, la C? Cosa lega la forma grafica al suono (o ai suoni) a cui corrisponde? Perché non a tutti i suoni corrisponde una lettera? Perché l'alfabeto comincia proprio con quelle tre lettere?
È in aule scolastiche decorate da quadretti che molti di noi hanno imparato l'alfabeto, o lo stanno imparando. Nel primo si vede un albero e la A iniziale vergata in maiuscolo e minuscolo; nel secondo una barca, con la B; nel terzo un cane, con la C. In capo a pochi giorni l'abbiccì viene imparato e in capo a pochi mesi o anni non ce ne si darà più pensiero, salvo qualche dubbio: come mai la C di "cane" è (come forma grafica) la stessa C iniziale di "cigno", mentre per la "chiocciola" ha bisogno di un'H di sostegno? Dubbi che non vengono a tutti: per i più le cose stanno come stanno e non ci si complica la vita chiedendosi perché. Ma la curiosità resta, tant'è vero che molto spesso le pubblicazioni per ragazzi dedicano sezioni ai diversi alfabeti, sistemi di scrittura e codici di cifratura e molti si avventurano a raccontare la storia della scrittura o, molto meglio, le diverse storie legate alle diverse scritture, per quel che è dato saperne e per quel che è dato di capirne di quel che se ne sa.
Da tempo i programmi di videoscrittura hanno dispiegato a ogni utente l'affollatissima tavolozza delle font e hanno stimolato l'interesse per libri divertenti come il Sei proprio il mio typo. La vita segreta dei caratteri tipografici (Ponte alle Grazie) di Simon Garfield. Sul passaggio da figure a scritture e l'evoluzione delle scritture antiche, ci ragguagliano i libri di affascinante e scorrevole erudizione della filologa Silvia Ferrara (La grande invenzione. Storia del mondo in nove scritture misteriose e Il salto. Segni, figure, parole: viaggio all'origine dell'immaginazione, entrambi editi da Feltrinelli). Alfabeti figurati con lettere-animali, lettere-piante, lettere-amanti vengono tramandati da volumi illustrati di grande bellezza, a partire dall'ineguagliabile La lettera e l'immagine (Vallardi) di Massin.
Alla variegata bibliografia sull'essere umano come creatura scarabocchiante, si aggiunge ora il piano e divulgativo Il dono di Cadmo. L'incredibile storia delle lettere dell'alfabeto (Ponte alle Grazie), di Alessandro Magrini. Il titolo si riferisce a uno dei miti connessi alla scrittura, risalente all'egiziano Nonno di Panopoli (V secolo d.C.): "Invece Cadmo portò a tutta la Grecia un dono fatto di voce e pensiero: costruì uno strumento in cui risuonava la lingua, e unendo elementi vincolati a elementi svincolati in una sequenza di connaturata armonia, tracciò il segno inciso di un silenzio che zitto non sta". A parte il bell'ossimoro di scrittura come "silenzio che parla", che troviamo anche alla base di indovinelli arguti, la citazione adombra nel riferimento mitico un passaggio che avvenne veramente: Cadmo era di origine fenicia, ed è proprio la civiltà fenicia ad avere mediato la transizione dai geroglifici egizi ai caratteri alfabetici greci.
Semplificare il caos
Magrini racconta il passo decisivo, compiuto dopo che l'egittologo Jean François Champollion, nel 1822, decifrò la Stele di Rosetta e dipanò la complessità del sistema dei geroglifici. Noi siamo portati a pensare che il mondo non abbia fatto che complicarsi, dai suoi inizi trasparenti sino all'opacità attuale. Per esempio dalla lingua dell'Eden, con la perfetta corrispondenza fra parole e cose (formulazione peraltro priva di senso) a Babele; o dai grugniti degli ominidi a Infinite Jest di David Foster Wallace. Eppure gli Antichi ce lo avevano insegnato: al principio c'era il Caos e uno dei principali obiettivi dell'evoluzione umana è stato quello di voler semplificare le cose. Se oggi volessimo scrivere in geroglifici, le nostre scuole elementari dovrebbero durare quindici anni, mentre il buon vecchio alfabeto a 26 lettere, con tutte le vicende intricate che Magrini compendia con grazia, è un capolavoro di ergonomia e praticità.
Champollion aveva capito che ogni geroglifico aveva non una ma tre funzioni possibili. Un rettangolo con un lato interrotto poteva significare "casa", poteva segnalare il contesto edilizio dei geroglifici che lo precedono o poteva indicare la sequenza di suoni "pr". Oggi i semiologi sanno bene che a qualsiasi domanda riguardi i segni si deve cominciare col dare una risposta invariabilmente esatta, costituita dalla sola parola "Dipende". All'epoca di Champollion non lo si sapeva. Cosa significa quel geroglifico? Dipende: dipende dalla sua posizione, da cosa lo precede e cosa lo segue, così come il valore di una nota musicale non è dato dalla sua sola forma ma anche e soprattutto dalla posizione. Per questo un sistema di scrittura a base iconica ha potuto evolversi in senso alfabetico e convenzionale.
Nel libro di Magrini - organizzato secondo l'ordine alfabetico: un capitolo sulla A, uno sulla B - vediamo subito come gli alfabetieri delle nostre aule scolastiche siano ispirati al modo in cui sembrano essere andate realmente le cose. La nostra A viene dall'alpha greco, di cui è l'iniziale, che a sua volta deriva da un precedente di origine semitica che ha dato origine anche agli equivalenti ebraico e arabo, 'alef e 'alif. Il nome aveva il significato di "bue" e "toro" e le forme del carattere alfabetico - evolute attraverso rotazioni e arrotondamenti avvenuti chissà dove e perché - stilizzavano una testa provvista di corna. La posizione inaugurale di questa lettera in ogni alfabeto sembra doversi al fatto che i fenici ritenevano che il bue fosse il bene più indispensabile di tutti, seguito dalla casa - a cui peraltro corrisponde la lettera B.
Oltre alle lettere, alle loro forme, al loro ordine nei diversi alfabeti, al rapporto con gli antichi termini di cui erano iniziali e coi numeri che hanno rappresentato, il libro tratta l'argomento dell'ordine di lettura (da sinistra, da destra, nei due modi alternati secondo l'andamento "bustrofedico", quello cioè dei buoi nei campi) e lo integra con la storia dei viaggi, dei commerci, delle relazioni tra i popoli e con le credenze e le scoperte che nei secoli si sono susseguite a proposito degli alfabeti.
La Città di K e l'Histoire d'O
A Parigi, molti anni fa, la vetrina di una gloriosa libreria del Marais espose per una stagione libri di un genere particolarissimo. Ad accomunarli era la presenza, nel loro titolo, di una lettera alfabetica isolata e la vetrina costituiva così nel suo complesso una strana forma di alfabetiere. C'erano tra gli altri A e B di Giorgio Manganelli, l'Histoire d'O di Pauline Réage, la Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf, Q di Luther Blissett, S/Z di Roland Barthes, V. di Thomas Pynchon, W o il ricordo d'infanzia di Georges Perec. In alcuni casi la lettera era un'iniziale, in altri poteva sostituire il nome, essere un simbolo o stare proprio per la lettera alfabetica stessa.
La meraviglia dell'alfabeto, infatti, è che appare costituito da mattoncini che servono a costruire le sequenze delle parole, ma in realtà ognuno di questi mattoncini può essere in sé una parola, può valere per il suo nome ("elle" per "L"), può valere per un nome o per una parola di cui è l'iniziale, ha una forma grafica con cui giocano i bambini ma con cui hanno giocato a lungo i miniatori, ritrasformandola in figura del mondo, albero, barca, bue, casa.
Pensiamo di servirci delle lettere per raccontare le nostre storie, ma ogni lettera ha già più storie dentro e fuori di sé. Per poter dire di aver davvero imparato l'abbiccì quante e quali storie dovremo ancora scoprire? La risposta è sempre la stessa: beh, dipende.
Sul Venerdì del 28 ottobre 2022