✕

Da trent'anni faccio paura ai bambini: intervista a R.L. Stine, autore di "Piccoli brividi"

Il pupazzo cattivo Slappy, diventato popolarissimo fra i bambini, mostra alcuni libri della serie horror Piccoli brividi 
La più amata serie horror per ragazzi continua a spaventare. Il segreto? "Mi diverto da pazzi" dice lo scrittore americano
4 minuti di lettura

Voleva far ridere i ragazzini. È finito col fargli paura. R.L. Stine inizia la sua carriera letteraria a fine anni Sessanta con lo pseudonimo rassicurante di Jovial Bob Stine. Scriveva libri umoristici e curava una rivista di satira per adolescenti. Oggi è il sovrano indiscusso dell'horror per ragazzi; lo "Stephen King della letteratura per i più giovani", lo definisce qualcuno. Ha scritto serie horror fortunatissime come La strada della paura e soprattutto Piccoli brividi (in originale, Goosebumps), che quest'anno compie trent'anni.

Il primo volume della serie, La casa della morte, esce nel luglio 1992. Da allora, i ragazzini dei Piccoli brividi - coinvolti in situazioni di perdita, sparizione, confronto col sovrannaturale, rigorosamente senza morti o violenze - hanno venduto oltre 400 milioni di copie in tutto il mondo. Dalle loro storie hanno tratto film, serie tv, videogames. Per il trentennale, fioccano gli omaggi. In Italia, Mondadori …

Voleva far ridere i ragazzini. È finito col fargli paura. R.L. Stine inizia la sua carriera letteraria a fine anni Sessanta con lo pseudonimo rassicurante di Jovial Bob Stine. Scriveva libri umoristici e curava una rivista di satira per adolescenti. Oggi è il sovrano indiscusso dell'horror per ragazzi; lo "Stephen King della letteratura per i più giovani", lo definisce qualcuno. Ha scritto serie horror fortunatissime come La strada della paura e soprattutto Piccoli brividi (in originale, Goosebumps), che quest'anno compie trent'anni.

Il primo volume della serie, La casa della morte, esce nel luglio 1992. Da allora, i ragazzini dei Piccoli brividi - coinvolti in situazioni di perdita, sparizione, confronto col sovrannaturale, rigorosamente senza morti o violenze - hanno venduto oltre 400 milioni di copie in tutto il mondo. Dalle loro storie hanno tratto film, serie tv, videogames. Per il trentennale, fioccano gli omaggi. In Italia, Mondadori fa uscire Piccoli brividi. Come tutto è cominciato, che raccoglie le prime tre storie della serie.

Intanto Stine non si muove dal suo appartamento di New York City. A 79 anni - è nato nel 1943 in una famiglia ebraica di Columbus, Ohio - lavora indefesso, una pagina dopo l'altra, ai prossimi libri. L'impero letterario e finanziario che ha creato è in fondo il frutto di questo maniacale lavoro di artigiano. Stine scrive per il piacere di scrivere. E le sue storie "di paura", la paura rassicurante di quando si è piccoli e si sa che alla fine si sistemerà tutto, continuano a piacere a legioni di ragazzini e ragazzine.

R.L Stine (foto di Dan Nelken) 

Quando ha iniziato a scrivere?
"A nove anni, su una macchina per scrivere che trovai in soffitta".

E che bambino era?
"Timido. Pieno di paure. Mi piaceva restare in camera, tutto il giorno, a battere a macchina".

Paure particolari?
"Quelle solite, dei bambini. Il buio soprattutto. Quando tornavo a casa in bici, la sera, la scaraventavo in fretta nel garage. Pensavo che acquattato, nell'oscurità, ci fosse qualcuno pronto a saltarmi addosso".

Come è diventato lo Stephen King dei bambini e dei ragazzi?
"Per caso. In realtà, mi considero un tipo piuttosto divertente. Scrivevo cose umoristiche. Un giorno a pranzo vedo la mia editor di Scholastic che mi dice: 'Senti, ho bisogno di un racconto horror per ragazzi. Ho il titolo, Blind Date, "Appuntamento al buio". Torna a casa e mettiti a scrivere". Non avevo la minima idea di ciò che mi stava chiedendo. Passai in libreria, comprai i libri di Lois Duncan e Christopher Pike, per capire cosa fosse un horror novel per adolescenti. Scrissi Blind Date, che entrò nella lista dei bestseller. Mi dissi: meglio lasciar perdere le cose divertenti, ai bambini piace la paura".

Nel 1992 esce il primo volume di Piccoli brividi. È vero che non voleva farla?
"Sì. Ero impegnato a scrivere La strada della paura, una serie concepita per ragazzi nella prima adolescenza. Piccoli brividi doveva rivolgersi a bambini tra i 7 e i 12 anni. Ma chi aveva mai scritto una storia horror per bambini così piccoli? Fu mia moglie a insistere. Prova, mi disse, due o tre racconti, al massimo lasci perdere. Trent'anni dopo, sono ancora qui a scrivere Piccoli brividi. Del resto, per principio, dico sempre di no. E spesso sbaglio".

In trent'anni, sono cambiate le paure dei bambini?
"No. Sono sempre quelle. Paura del buio. Paura di perdersi. Paura di trovarsi in un posto sconosciuto. Paura di restare chiusi da qualche parte. Avrei potuto scrivere Piccoli brividi negli anni Cinquanta. Non sarebbe cambiato nulla".

Lo humour è un carattere essenziale nelle sue storie?
"Sì. Non dimentico mai che scrivo per i bambini. Appena sento che la storia provoca troppo spavento, ci metto dentro un elemento divertente".

Se non sono cambiate le paure dei bambini, in trent'anni sono cambiati i bambini. Come fa a starci dietro?
"Li spio. Restare aggiornati è la parte più difficile del mio lavoro. Sono fortunato, comunque. Ho un nipote di otto anni. Osservo come lui e i suoi amici si comportano. Cosa indossano. Come parlano. Cosa ascoltano. È un lavoro essenziale per una serie come Piccoli brividi, che è raccontata in prima persona dai dodicenni. La storia nasce dentro le loro teste, non sono io a narrare".

Qual è il personaggio di Piccoli brividi che ama di più?
"Sicuramente Slappy, il pupazzo di legno da ventriloquo, il cattivo per antonomasia. È diventato popolarissimo. Anche quest'anno, a Halloween, migliaia di bambini andranno in giro vestiti da Slappy. Mi provoca una grande tenerezza. Ma Slappy è anche il personaggio che mi piace di meno: mi costringe a scrivere continuamente di lui".

Il libro preferito dei Piccoli brividi?
"The Haunted Mask, in italiano La maschera maledetta. Racconta di una ragazzina che compra una maschera per Halloween e poi scopre che la maschera è diventata la sua stessa faccia. È un libro che nasce da un fatto vero. Quando mio figlio Matt aveva cinque anni, si provò per Halloween una maschera di Frankenstein che non riuscì più a levare. Tirava, tirava, ma il filo si era attorcigliato. Pensai, che idea fantastica. Lo so, è terribile: avrei dovuto aiutarlo, invece pensavo al libro".

Quando scrive, cosa viene prima? La trama o i personaggi?
"La trama. Anzi, no. In trent'anni, ho inventato tutte le trame possibili. Non ce ne sono altre che mi passino per la testa. Oggi la cosa per me più importante è il titolo".

Il titolo?
"Sì, la prima cosa cui penso oggi è il titolo. Se il titolo è buono, viene fuori una buona storia. Fifth-Grade Zombies è un ottimo titolo. Mi è venuto in mente. Ci ho lavorato. Mi sono chiesto: cosa posso raccontare? Appunto, di una classe di quinta in cui sono tutti degli zombi".

Si dice che le nuove generazioni non leggano. Che ne pensa?
"Che non è vero. Quando ho iniziato a scrivere, a fine anni Sessanta, il dipartimento letteratura per ragazzi, nelle case editrici, consisteva di due redattrici nascoste sul fondo della redazione. Oggi è un affare da miliardi di dollari. D'altronde, se i bambini non leggono, chi li compra i miei libri?".

In trent'anni il suo stile è cambiato?
"Spero sia migliorato. Cerco di essere il più semplice possibile. Frasi brevi. Capitoli brevi. Niente di complicato. Voglio che il mio lettore pensi: caspita, leggere un libro può essere divertente".

Le interessa insegnare qualcosa?
"Per carità, no. In Piccoli brividi non c'è nessuna lezione morale. Voglio divertire. Non ho niente da insegnare".

Le capita di essere stanco?
"Mai. Ho una routine ferrea. Per contratto, quattro episodi di Piccoli brividi all'anno. Mi metto al tavolo, metto giù una scaletta, scrivo. Ogni giorno, dalle 10 del mattino a ora di cena. Mi diverto da pazzi. Appena finita l'intervista con lei, mi rimetto a scrivere".