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A Bergamo dove non è andato tutto bene

CInquemila morti soltanto nel primo mese di contagi. In pochi dissero "chiudiamo". Non vennero ascoltati. Le famiglie di 630 vittime attendono in tribunale verità e giustizia
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BERGAMO. In Italia ci sono state due epidemie. Una terribile, che ha schiantato il Paese, provocato 178 mila morti, chiuso in casa milioni di persone, costretto bambini e ragazzi a mascherarsi per mesi dietro un computer. È passata, soprattutto grazie ai vaccini. E poi c'è l'altra, che sembra non passare mai: la Procura di Bergamo indaga da due anni e mezzo sui primi mesi di Covid. Inchiesta lunga e articolata, che dovrebbe concludersi entro fine anno. Oltre al versante penale, c'è la causa civile intentata dai famigliari delle vittime bergamasche contro presidenza del Consiglio, ministero della Salute e Regione Lombardia. Si protrae dal 23 dicembre 2020, ma entrerà nel vivo solo con l'udienza del prossimo 24 gennaio. E poi le mosse incerte della politica: la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla gestione dell'epidemia nella scorsa legislatura è rimasta ai blocchi di partenza, e lì resterà probabilmente anch…

BERGAMO. In Italia ci sono state due epidemie. Una terribile, che ha schiantato il Paese, provocato 178 mila morti, chiuso in casa milioni di persone, costretto bambini e ragazzi a mascherarsi per mesi dietro un computer. È passata, soprattutto grazie ai vaccini. E poi c'è l'altra, che sembra non passare mai: la Procura di Bergamo indaga da due anni e mezzo sui primi mesi di Covid. Inchiesta lunga e articolata, che dovrebbe concludersi entro fine anno. Oltre al versante penale, c'è la causa civile intentata dai famigliari delle vittime bergamasche contro presidenza del Consiglio, ministero della Salute e Regione Lombardia. Si protrae dal 23 dicembre 2020, ma entrerà nel vivo solo con l'udienza del prossimo 24 gennaio. E poi le mosse incerte della politica: la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla gestione dell'epidemia nella scorsa legislatura è rimasta ai blocchi di partenza, e lì resterà probabilmente anche in questa.

Per capire quanto sia ferrea la volontà di fare chiarezza, basti ricordare che nel luglio 2021 le commissioni Esteri e Affari Sociali della Camera approvano un emendamento che limita le eventuali indagini al periodo precedente la proclamazione dello stato d'emergenza, ovvero il 31 gennaio 2020! Si dice che, se il resto d'Italia ha subìto una tempesta, Bergamo e le sue valli siano state travolte da uno tsunami: qui la pandemia fa cinquemila morti solo nel primo mese di contagi. Troppe cose non sono andate per il verso giusto: "Se si parla ancora di tsunami, è perché in questi due anni non sono state chiarite le tante responsabilità che hanno reso possibile la peggior strage dell'Italia repubblicana" dice l'avvocato Consuelo Locati, che con un drappello di colleghi rappresenta in giudizio 630 famigliari di vittime del covid.

Il primo granello

Merita raccontarla ancora una volta, l'altra epidemia, quella che dilaga a Bergamo, fa strage in Val Seriana, ammutolisce le campane a morto, a un certo punto spegne perfino le sirene delle ambulanze. Quella che molti pensano che si potesse evitare: "Il 21 febbraio, quando si diffonde la notizia del primo contagiato italiano a Codogno, un nostro medico mi richiede il tampone per due pazienti che non riescono a guarire dalla polmonite" ricorda Giuseppe Marzulli, già direttore dell'ospedale di Alzano Lombardo, all'imbocco della Val Seriana. "Io sono molto scettico, i pazienti non sanno nemmeno dov'è la Cina, non rientrano nei casi che il ministero ci ha chiesto di attenzionare. Due giorni dopo sapremo che sono entrambi positivi". È il primo granello della valanga: Marzulli ha ancora gli occhi gonfi quando ricorda i minuti, le ore e i giorni che seguirono a quella scoperta. Ricevuta la notizia dei contagi, blocca subito il Pronto soccorso, e si chiude in riunione con i vertici della sua azienda sanitaria. Ha a disposizione quattordici tamponi per quattrocento dipendenti e duecento pazienti: non è possibile mettere in sicurezza l'ospedale, è una follia riaprire in queste condizioni.

Niente zone rosse

Ma in riunione i vertici sono tassativi, e il Pronto soccorso di Alzano riapre dopo meno di quattro ore: "Non c'era nessuna necessità, la nostra accoglienza conta per uno scarso 5 per cento dei ricoveri d'emergenza della provincia" aggiunge Marzulli. "È che dopo Codogno si volevano evitare altre zone rosse: in due giorni la priorità era passata dalla gestione del virus alla tutela dell'attività economica". Non è senno di poi: Marzulli in quei giorni voleva chiudere, altri decisero di riaprire.

Sono tante le sliding doors di Bergamo. Si poteva fare, e non si è fatto: "Il primo bivio è a monte e risale a un mese prima, quando il ministero modifica la prima circolare sul Covid: invece di monitorare tutte le polmoniti con "decorso clinico insolito o inaspettato", si decide di restringere il campo ai soli pazienti in arrivo dalla Cina" sintetizza l'avvocato Locati. Ma ad Alzano la prima vittima ha 83 anni, e passava le sue giornate tra i vicoli di un paesino in Val Seriana: "Provammo a chiedergli se avesse avuto contatti con la Cina e non capiva nemmeno la domanda: la verità è che il virus era ormai dappertutto" chiosa Marzulli. Ma Bergamo non ne vuole sapere: tre giorni dopo, la Confindustria locale lancia la campagna Bergamo is running (Bergamo corre) per minimizzare le notizie sul contagio e tranquillizzare i clienti di questo straordinario polmone produttivo. Eppure anche tra gli imprenditori c'è chi va controcorrente: il 24 febbraio la Same di Treviglio, storico marchio di macchine per l'agricoltura, con un accordo sindacale chiude gli impianti e manda in ferie collettive i 1.400 dipendenti. Come tante aziende bergamasche, Same ha rapporti con la Cina. Come nessun'altra, decide di prendere sul serio la minaccia del Covid: "Per chi voleva coglierli, i segnali c'erano tutti" dicono ora i vertici aziendali. Resteranno gli unici ad anteporre la salute al fatturato: "Due giorni dopo si tenne una riunione nella sede romana della Cgil" ricorda ora Eliana Como, sindacalista della Fiom di Bergamo e componente del direttivo nazionale. "Ci fu detto chiaramente che con Same avevamo sbagliato, e che le fabbriche dovevano restare aperte". Se a Bergamo si minimizza, a Roma non si è proprio centrato il problema: "Di lì a pochi giorni cominciarono a sfrecciare le autoambulanze in tutta la città" ricorda Como. "Si tenevano surreali riunioni su Zoom, con i compagni di Roma che discettavano di protocolli di sicurezza e l'urlo delle sirene che saliva dalla strada ogni quarto d'ora". Il 27 febbraio Cgil Cisl e Uil si accodano a Confindustria nell'invito a "riavviare tutte le attività ora bloccate". Poco poco la curva dei contagi si impenna, le morti dilagano, ma Eliana Como, con l'impressionante crescendo dei suoi post su Facebook, resta praticamente da sola a invocare la chiusura delle fabbriche: "Da Roma parlavano di lavoro in sicurezza senza capire che qui non c'erano mascherine, né tamponi, si sanificavano i luoghi di lavoro con il Vetril e l'unica soluzione era fermare tutti gli impianti non essenziali".

L'ora degli scioperi

Il 22 marzo ecco finalmente il lockdown produttivo: "Dal resto d'Italia mi scrissero i compagni chiedendomi se ero contenta" dice Eliana, ed è la seconda intervista che finisce con gli occhi gonfi. "Risposi che ero contenta per loro, ma che per noi era tardi per sempre".

Same non è socia di Confindustria, Eliana Como è sindacalista di opposizione senza referenti a Roma, Giuseppe Marzulli è un hombre vertical che ha tenuto testa invano alle direttive dei suoi capi. È grazie a figure fuori asse come queste se, a due anni e mezzo di distanza, è possibile raccontare l'epidemia della Bergamasca con strumenti diversi dal semplice senno di poi. E fuori asse si trovò presto anche Valseriana News, il sito dei giovani reporter Gessica Costanzo e Diego Percassi che registrò in diretta le anomalie che accompagnarono l'onda di piena: "È stata dura, perché io e Diego abbiamo fondato un sito di notizie locali, ma non abbiamo nessuno che ci copra le spalle" chiarisce Gessica, che incontriamo in un bar a pochi metri dall'ospedale di Alzano. A inizio marzo si rincorrono le voci sulla zona rossa: chiuderanno Alzano, chiuderanno Nembro, pare che qualche azienda abbia già spostato la produzione altrove.

Tra Alzano e Villa di Serio, Gessica e Diego incontrano i volontari della protezione civile in attesa di direttive. Ma non succede nulla: l'ultima sliding door è del 5 marzo, quando la bozza di decreto che aggiunge Nembro e Alzano ai comuni in zona rossa viene firmata dal ministro della Salute, Speranza, ma non dal premier Conte. Invece dell'agognata chiusura, ad Alzano arriva una telefonata sul cellulare di Gessica: "È un'infermiera dell'ospedale che per la prima volta rivela cosa succede in corsia: lavora accanto a un medico positivo, operano in condizioni disperate, ci prega di fare qualcosa". E Gessica inizia a raccontare. Prima sul sito, poi nel libro La valle nel virus (Edizioni Underground): "È stato orribile, i nostri compaesani morivano senza cure, il cellulare rilanciava continuamente messaggi di amici e conoscenti che avevano perso genitori, nonni, zii". La curva dei contagi è esponenziale, l'unica cosa da fare sarebbe chiudere tutto. Ma non lo fa nessuno: né i Comuni, né la Regione, né il governo. A fermare le prime fabbriche - la Brembo, la Dalmine - saranno a metà mese gli scioperi degli operai terrorizzati, non le ordinanze di salute pubblica.

A quasi tre anni di distanza rimangono le inchieste, le cause, e una memoria da rimettere a fuoco: "Lo devo a mio padre" dice Consuelo Locati. "In quei giorni chi aveva un parente in ospedale tirava il fiato solo dopo le 14.30, perché si sapeva che i decessi venivano comunicati sempre all'ora di pranzo. A me il cellulare squillò alle 13.41". L'avvocato Locati ha lo studio in via Borgo Palazzo. Davanti alle sue finestre passarono i famosi camion dell'esercito carichi di bare: "In quei giorni c'era soltanto la morte, poi è cresciuta la rabbia, ora cerco verità e giustizia" si riprende. "Perché a Bergamo c'è stata una strage, non uno tsunami".

Sul Venerdì del 4 novembre 2022