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Denis Bergamini, un delitto imperfetto

L'omaggio dei tifosi nel punto in cui fu trovato il corpo. Alfonso Di Vincenzo/ via Getty Images 
Il legale del caso Aldrovandi. La sorella di Stefano Cucchi. Al processo di Cosenza per la morte del calciatore ci sono anche loro. Dopo 33 anni nuove perizie dicono che la verità è più vicina
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COSENZA. Questa non è una storia di calcio e nemmeno un cold case, anche se un busto e un murale di Denis Bergamini stanno allo stadio di Cosenza, e la curva porta il suo nome. Non è un caso freddo né rimosso, sta ben piantato nella memoria della città, nessuno ha mai dimenticato il giocatore arrivato dal Ferrarese e finito male sulla Statale 106, nel consueto incrocio calabro fra degrado e bellezza, fra la strada più pericolosa e il castello federiciano a picco sul mare.

Il centrocampista Denis Bergamini. fotogramma 

Con tutte le differenze, sembra di leggere la storia di David Rossi. Due persone nel pieno della vita: uno, conosciutissimo portavoce del Monte dei Paschi a Siena, contradaiolo della Lupa; l'altro che in nome dell'amore per la maglia sceglie di rimandare il trasferimento a Parma in serie A. Due tragedie archiviate subito come suicidi…

COSENZA. Questa non è una storia di calcio e nemmeno un cold case, anche se un busto e un murale di Denis Bergamini stanno allo stadio di Cosenza, e la curva porta il suo nome. Non è un caso freddo né rimosso, sta ben piantato nella memoria della città, nessuno ha mai dimenticato il giocatore arrivato dal Ferrarese e finito male sulla Statale 106, nel consueto incrocio calabro fra degrado e bellezza, fra la strada più pericolosa e il castello federiciano a picco sul mare.

Il centrocampista Denis Bergamini. fotogramma 

Con tutte le differenze, sembra di leggere la storia di David Rossi. Due persone nel pieno della vita: uno, conosciutissimo portavoce del Monte dei Paschi a Siena, contradaiolo della Lupa; l'altro che in nome dell'amore per la maglia sceglie di rimandare il trasferimento a Parma in serie A. Due tragedie archiviate subito come suicidi, dopo indagini e perizie condotte in modo discutibile, con le rispettive comunità mai convinte delle versioni ufficiali. E un intreccio non casuale di misteri, di divise sporche o distratte.

Tre udienze al mese

Dentro il processo Bergamini, l'eco di altri nomi: Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giulio Regeni, Mario Paciolla. Riaperto nel 2017, può finire nei manuali di diritto e in quelli di anatomopatologia, si gioca tutto sulle più aggiornate tecniche di indagine. Tre udienze al mese, 200 testimoni, sentenza a gennaio 2023. Unica imputata, Isabella Internò, accusata di omicidio volontario in concorso con ignoti, con l'aggravante della premeditazione.

Parlare di Denis, che l'ufficiale all'anagrafe non volle registrare con quel nome, significa tornare al 1989: lui muore il 18 novembre, quando i giornali sono ancora pieni del Muro di Berlino che è caduto. La Calabria vive il momento più buio, fra sequestri e faide: non c'è spazio per altro sangue.

Uno scatto la sera della sua morte, il 18 novembre 1989. Aveva 27 anni 

Quel sabato, tutta la squadra è al cinema Garden. Bergamini, instancabile uomo di centrocampo, descritto dal frate ultrà, padre Fedele, come "limpido e gioioso", si allontana dai compagni. Insieme all'ormai ex fidanzata Isabella, fa 110 chilometri fino a Roseto Capo Spulico, all'estremo Nord della Statale Jonica: all'improvviso scende dalla Maserati e si butta sotto un camion. Almeno quella sembra la scena, quello è il racconto di Internò, che parla addirittura di un "tuffo a pesce": seguono 48 ore disastrose di indagini e rilievi, quasi ci fosse la fretta di chiudere tutto. Lei dirà che Denis vuole cambiare vita, prendere una nave a Taranto (dove non ci sono traghetti passeggeri). Ma lui non si porta dietro soldi né valigia, non ha programmato la fuga. Indossa pantaloni verdi, gilet scuro e camicia grigia a quadretti, cintura e scarpe scamosciate in tinta, un casual curato e griffato. I vestiti vengono però bruciati nei giorni successivi "perché nessuno li chiede indietro".

Mille partite sono state giocate da quel giorno al San Vito, una sola non doveva essere disputata, quel Cosenza-Messina del giorno dopo, 2-0 in un surreale silenzio, Padovano segna con la maglia dell'amico del cuore. Il lunedì lo stadio si trasferisce alla chiesa del Loreto, la bara fasciata di rossoblù sembra camminare da sola sulla gente. Il numero 8 viene ritirato dal Cosenza "fino a quando non sarà fatta giustizia": una divisa vintage che ultrà e bambini indossano spesso, con la riga orizzontale blu, quella di Denis. "Si è creato un sentimento che ha resistito per 33 anni" dice lo scrittore Paride Leporace, uno dei fondatori del gruppo Ultrà della curva, "tutta la città crede che l'eroe giovane e bello sia stato ammazzato. Non è consentito avere dei dubbi".

Non li aveva certo Domizio: padre di Denis, gira l'Italia con scatoloni di verbali e foto. Rifiuta prima 600 milioni e poi un miliardo offerti dall'assicurazione del camionista per chiudere la vicenda. A tutti la stessa risposta: "Denis è stato ucciso. Tenetevi i soldi". Purtroppo scompare senza vedere la parola "fine" su questa storia, se mai ci sarà.

Medicina legale, la svolta

Il processo viene riaperto grazie a Fabio Anselmo, l'avvocato della famiglia Aldrovandi, il figlio fu pestato a morte dalla polizia. Donata Bergamini, sorella del calciatore, lo vede all'opera a Ferrara: a lui l'ultima chance, è il 2015. Anselmo, finito in prima pagina per aver rotto i silenzi complici dell'Arma sul caso Cucchi, studia le carte, sapendo bene che la medicina legale può decidere i processi, nel bene e nel male. Propone nuovi esami, quelli che stabiliscono con ragionevole margine se una lesione è precedente o no alla morte: gli danno ragione. Anselmo si definisce "avvocato di contropotere". E racconta, a margine, di essere diventato destinatario di tante denunce di cittadini: alcune assurde, altre inquietanti.

La Procura coinvolge il professor Vittorio Fineschi, il medico legale che ha esaminato i poveri resti di Giulio Regeni, che ha fatto la prima autopsia italiana sul cooperante Mario Paciolla, collaboratore dell'Onu suicidatosi o suicidato in Colombia. I risultati sono significativi: decisivo l'uso della glicoforina, proteina selettiva che si colora se trova tessuti, muscoli con tracce di sangue pre-decesso. Lo scienziato la ritiene "infallibile al livello della prova Dna", e illustra ricerche internazionali. "Positive" alcune zone della laringe di Bergamini, versamenti ematici che non possono essere messi in relazione con l'impatto, "negativo"

L'addome.

Gli altri periti, Giorgio Bolino e Roberto Testi, ripetono le tesi di nove anni fa: "scarsa utilità" dei primi esami sul corpo, dove si scrive di lesioni inesistenti, certificazioni inattendibili (il caso fu però archiviato nel 2015). Accertati invece fenomeni di "asfissia meccanica violenta". Basso addome sfondato dalle ruote del camion, viso intatto, nessuna escoriazione nonostante Bergamini sia stato trascinato "per 60 metri" secondo la principale testimone. Ritorna - come nel caso Cucchi - la dolorosa, terribile ostensione (o descrizione) del corpo violato. Che parla ancora: non torna nemmeno la postura a terra, il corpo per esempio dice che non c'è stato "l'urto primario", non c'è stato investimento. Quindi un atto violento, un soffocamento con una busta di plastica, dice l'accusa, poi Bergamini viene lasciato sulla 106. Già nel 1990 e nel 2013 altri periti certificano sofferenze polmonari sul corpo "incompatibili con il fisico di un calciatore professionista".

"Aveva per caso l'Aids?"

Il processo fa il solito refrain, c'è sempre l'ombra della 'ndrangheta, il pentito dice: noi non c'entriamo. "Chiesi informazioni, ma nulla risultò" dichiara Franco Garofalo. Il calcio è un'altra cattedrale, il boss tiene il santino di Padre Pio e il poster della squadra.

L'ultimo libro su questa storia (Nel nome di Denis) porta la firma di Francesco Ceniti, giornalista della Gazzetta dello Sport: "L'intenzione è quella di mettere un punto fermo, in 33 anni cambiano i giudici, gli avvocati, i cronisti: l'oblìo va combattuto. Allora non c'erano i social, anzi i social erano i bar, con un unico verdetto: Denis è stato ucciso perché non ha voluto sposare la gelosissima fidanzata".

Le groupies del Cosenza sono oggi mamme di figli grandi, i compagni di squadra hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro, i giudici ora in pensione mettono i like su Facebook, Ilaria Cucchi e Donata Bergamini sono diventate amiche nel nome di un dolore comune. Isabella Internò ha poi sposato un funzionario di polizia. Assiste impassibile, non volge lo sguardo davanti alle foto più crude. E si capisce, è anche in gioco la sua vita. I confini della privacy sono labili. L'avvocato della difesa non risparmia colpi bassi, chiede ai testimoni: "Bergamini aveva l'Aids?". Così, davanti alle fasce tricolori della giuria, i medici e i legali si accapigliano, le lacrime confinano con il macabro, l'umano si fa brutale, ma cos'è anche questa se non ricerca e voglia di giustizia.
 

Sul Venerdì del 4 novembre 2022