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Noi che abbiamo una certa idea dell'Inghiterra

tributi per la morte di Elisabetta II. AFP via Getty Images 
La Brexit, Elisabetta e i premier che cadono uno dopo l’altro. Il Paese che pensavamo di conoscere non esiste più? Jonathan Coe risponde con un nuovo romanzo. E in questa intervista
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Londra. "Tutto cambia e tutto resta uguale". La frase consolatoria che chiude Bournville, il nuovo romanzo di Jonathan Coe (nessuno spoiler - da sola non basta a capire come finisce la storia), è ispirata dal chiasso dei bambini nel cortile di una scuola durante la ricreazione: "Lo stesso meraviglioso baccano ascoltato da mia madre al tempo della vittoria sul nazismo nel 1945 e da me quest'anno dopo l'ultimo lockdown, quando abbiamo ricominciato a vivere", dice lo scrittore.

L'autore di La famiglia Winshaw, La banda dei brocchi, Circolo chiuso e un'altra dozzina di best-seller, ha abituato il suo pubblico a una sorta di serial a puntate sullo stato dell'Inghilterra e in senso più ampio della nostra civiltà. Stavolta lo fa con un viaggio umoristico, nostalgico e commovente attraverso sette momenti topici degli ultimi 75 anni, centrato su una famiglia media almeno in parte autobiografica: una lunga metafora sulla capacit&agra…

Londra. "Tutto cambia e tutto resta uguale". La frase consolatoria che chiude Bournville, il nuovo romanzo di Jonathan Coe (nessuno spoiler - da sola non basta a capire come finisce la storia), è ispirata dal chiasso dei bambini nel cortile di una scuola durante la ricreazione: "Lo stesso meraviglioso baccano ascoltato da mia madre al tempo della vittoria sul nazismo nel 1945 e da me quest'anno dopo l'ultimo lockdown, quando abbiamo ricominciato a vivere", dice lo scrittore.

L'autore di La famiglia Winshaw, La banda dei brocchi, Circolo chiuso e un'altra dozzina di best-seller, ha abituato il suo pubblico a una sorta di serial a puntate sullo stato dell'Inghilterra e in senso più ampio della nostra civiltà. Stavolta lo fa con un viaggio umoristico, nostalgico e commovente attraverso sette momenti topici degli ultimi 75 anni, centrato su una famiglia media almeno in parte autobiografica: una lunga metafora sulla capacità di poter ricominciare sempre da capo, anche dopo le crisi più terribili, come sono state la Brexit per gli inglesi e il Covid per tutti. A partire da Bournville, il quartiere di Birmingham del titolo, in cui Coe è cresciuto immerso nell'odore della locale fabbrica di cioccolato Cadbury: "Anch'essa un simbolo nazionale, un mito dell'eccezionalità anglosassone, permeato dall'idea nefasta che siamo superiori agli altri. Perfino nel confezionare cioccolato, sebbene sia universalmente noto che quello belga o svizzero sono di gran lunga migliori". Eppure quel "Welcome to Britaly" che nei giorni scorsi dalla copertina dell'Economist accostava Londra nientepopodimeno che alla tradizionalmente ingovernabile Roma, starebbe lì a dimostrare semmai il contrario. Ma del resto che dire davanti all'inedito spettacolo del balletto di premier che si è tenuto a Downing street negli ultimi tre mesi? E che si è concluso - giusto per rimescolare le carte - con la nomina a primo ministro di Rishi Sunak, figlio di genitori nati in Africa da famiglie indiane, primo leader di colore,  il più giovane della storia (42 anni) e soprattutto il più ricco: e questo sì che è invece molto british. "Il guaio" commenta Coe in un caffè di Londra, prima di partire per l'Italia dove presenterà il romanzo e farà pure un concerto, a Milano, con ArtChipel, l'orchestra jazz che suona musiche di sua composizione, è che gli inglesi odierni, orfani della regina Elisabetta, "hanno smarrito la capacità di osannarsi e prendersi in giro allo stesso tempo: la nostra dote migliore".

Bournville di Jonathan Coe in libreria per Feltrinelli
dall’8 novembre (432 pagine, 20 euro, traduzione di Mariagiulia Castagnone).  
Che fine ha fatto quell'Inghilterra?

"Bisogna arrivare in fondo al libro per cercare una risposta. E nemmeno io, che l'ho scritto, sono sicuro di averla trovata. Per cominciare bisogna distinguere: Londra non è l'Inghilterra. Un sacco di italiani che conosco mi dicono: adoro l'Inghilterra, ma quando chiedo loro dove sono stati, scopro che non sono mai usciti da Londra. E l'Inghilterra non è il Regno Unito: se vai in Scozia o in Galles, trovi persone molto diverse".

Però un'idea dell'Inghilterra esiste, o almeno esisteva: cosa le è successo?
"Il dialogo, nelle prime pagine del romanzo, è simile a quello che ho avuto io con un amico tedesco, subito dopo la Brexit. Mi chiedeva cosa diavolo ci è successo. Cercava di spiegarmi che in Germania, e in generale in Europa, si erano abituati a guardare all'Inghilterra in un certo modo: una nazione capace di ridere di se stessa, la culla della moderna democrazia, un esempio di stabilità e pragmatismo. E tutto questo, con il voto per la Brexit, sembrava essere stato ripudiato".

Come mai secondo lei?
"Per un insieme di ragioni. Un nazionalismo nostalgico del nostro lontano passato imperiale, la risposta alla globalizzazione, il bisogno di sentirci superiori e diversi, l'insularità. Il paradosso è che il mondo ci ammirava perché abbiamo Oxford, i Beatles, il fair-play, ma non riuscivamo a rendercene conto. E allora abbiamo deciso di buttarci giù da un precipizio convinti di avere il paracadute: ma non si è aperto, o non c'era mai stato. Risultato, siamo fuori dall'Europa e non ci abbiamo guadagnato niente".

Una fotografia che affiora dal romanzo è la vittoria ai Mondiali di calcio del 1966...
"Anch'essa, come la Brexit, ha partorito una montagna di patriottismo: oggi viene ricordato come un momento mitico. C'è tanta gente che, quando le cose in Inghilterra vanno male, si consola dicendo: sì, okay, d'accordo, ma abbiamo vinto due guerre mondiali e i Mondiali del '66. Ora, le guerre mondiali le abbiamo vinte, sebbene non da soli, perché senza l'America non ce l'avremmo fatta. Ma la vittoria contro la Germania nella finale dei Mondiali di calcio fu un mezzo imbroglio: la palla non superò la linea di porta, l'arbitro ci diede una enorme mano. Eppure, se uno lo ammette, viene bollato come antipatriottico o traditore".

Perché, fra i sette momenti epocali per questa sua storia dell'Inghilterra, ben quattro hanno a che fare con la famiglia reale?
"Premetto che non sono un monarchico a oltranza, né un fan della royal family. Ma rimettendo insieme la storia del nostro dopoguerra mi sono reso conto che molti momenti in cui abbiamo mostrato il nostro volto coincidevano con avvenimenti della casa reale. Solenni, come l'incoronazione di una giovane regina nel 1953, quando c'era ancora il razionamento dei generi alimentari e le ferite del conflitto erano fresche. Gioiosi, come il matrimonio tra Carlo e Diana. O luttuosi, come il funerale di lady D. I Windsor servono da sfondo per fare emergere i nostri sentimenti nazionali".

A proposito, che cosa ha provato per la morte della regina Elisabetta?
"Sono stato triste, ma ho anche pensato che avendo 96 anni, non poteva durare molto più a lungo. Sulle prime l'ho presa con un po' di cinismo, mi parevano esagerati dieci giorni di lutto nazionale. Ma poi, davanti allo spettacolo di tutte quelle persone in coda per venti ore di seguito, per intravedere la bara della regina dieci secondi ho pensato che c'era qualcosa di genuino, di emozionante e di interessante in quel comportamento. Qualcosa di autenticamente inglese, da non disprezzare o irridere".

E cosa pensa di re Carlo?
"Non cambia molto per me, seduto qui in un caffè, se a Buckingham Palace ora c'è Carlo invece di sua madre. Ma è probabilmente un passaggio storico di qualche rilievo: la fine di un'epoca, come hanno scritto in tanti. Personalmente, ho sempre ritenuto Carlo il meglio della famiglia reale. È un ambientalista convinto, e di questo oggi c'è grande bisogno. Ed è preparato, intenzionato a fare bene la sua parte. Regina o re, tuttavia, non possono decidere niente di concreto. Sono soltanto simboli".

Il Regno Unito ha un nuovo primo ministro, Rishi Sunak, il quinto in sei anni e il terzo in tre mesi...
"Era inevitabile che Liz Truss fallisse, perché dal 2016 la politica britannica è stata basata su una fantasia, l'idea che il Regno Unito possa rompere tutti i legami con il suo più vicino partner commerciale e non soffrire alcuna conseguenza negativa. Continuare a fare credere questa favola al nostro popolo richiedeva un maestro dell'illusionismo: soltanto Boris Johnson poteva riuscire in un simile trucco, perché per lui la politica è tutta a base di fare l'occhiolino e sorrisi ironici. Il problema con Truss era che non soltanto la sua politica si è rivelata disastrosa, ma che lei dava l'impressione di considerarla una proposta seria".

Questo romanzo ha anche aspetti molto personali: un personaggio ispirato da sua madre che, come lei stesso racconta nella post-fazione, ha perso la vita durante la pandemia.
"Ne ho parlato anche per spiegare, a chi non lo capisce in pieno, perché è stato giusto che Boris Johnson desse le dimissioni. Qualcuno lo ha trovato esagerato, un premier sfiduciato dal proprio partito e costretto a lasciare il potere solo perché ha partecipato a un paio di festicciole a Downing Street nei giorni del lockdown. Ma in quei giorni la maggioranza del popolo britannico rispettava le regole imposte dal governo. Per quelle regole io non potuto dire addio a mia madre. Boris, con la sua aria da clown a tratti sembra innocuo, ma dietro la maschera c'è un uomo politico che crede di essere al di sopra della legge, convinto che a lui tutto sia concesso. Questo non era giusto perdonarlo".

Nel libro c'è amarezza per la piega presa dall'Inghilterra degli ultimi anni, ma senza completa disperazione. Fa venire in mente il discorso di Hugh Grant nel film Love actually, quando nei panni di un premier britannico dice: siamo una piccola isola ma siamo anche il Paese di Shakespeare, dei Beatles, di James Bond, di Harry Potter, di David Beckham...
"È quello che credo anch'io. Non dispero del tutto perché spero che l'Inghilterra riesca a ritrovare la sua anima, spazzando via populismo e nazionalismo. Mi auguro che ritorni una certa idea dell'Inghilterra, più bella di quella che vediamo oggi. Nell'attesa, per addolcire il presente, mi ordino una tazza di cioccolata".

Manifestazioni pro-Brexit davanti alla sede del Parlamento. Getty Images 

Sul Venerdì del 4 novembre 2022