Venezia fa rima con tessuti
di Fabio Bozzato , di Fabio Bozzatodei tessuti Francesco Zampieri e due collaboratrici. foto di Mirco Toniolo / Errebi / Agf
VENEZIA. Quando lo storico dei tessuti Francesco Zampieri apre i cassettoni dell'archivio, frammenti di tessuto fanno capolino dalle antiche manifatture della Serenissima o dagli opifici inglesi del XVIII secolo. Zampieri conosce aneddoti e segreti delle lavorazioni. Ci mostra ad esempio un lembo di velluto rosso scuro, ricamato con un decoro a riccioli, che risale al '400. E poi una seta "popolata da immagini bizzarre di un Oriente inventato, dove i cappelli di bambù dei contadini si alternano a file di palmeti". A quel punto, srotola i drappi delle ultime collezioni presentate alla fiera parigina Maison&Objet. E allora ritroviamo gli stessi motivi ma con fondi sgargianti o con pattern estrapolati da singoli dettagli. L'antico è rovesciato nel contemporaneo: benvenuti da Rubelli. Attraversare le stanze di uno dei più esclusivi editori e tessitori al mondo, significa non solo fare un viaggio nella storia del tessuto, ma comprendere che co…
VENEZIA. Quando lo storico dei tessuti Francesco Zampieri apre i cassettoni dell'archivio, frammenti di tessuto fanno capolino dalle antiche manifatture della Serenissima o dagli opifici inglesi del XVIII secolo. Zampieri conosce aneddoti e segreti delle lavorazioni. Ci mostra ad esempio un lembo di velluto rosso scuro, ricamato con un decoro a riccioli, che risale al '400. E poi una seta "popolata da immagini bizzarre di un Oriente inventato, dove i cappelli di bambù dei contadini si alternano a file di palmeti". A quel punto, srotola i drappi delle ultime collezioni presentate alla fiera parigina Maison&Objet. E allora ritroviamo gli stessi motivi ma con fondi sgargianti o con pattern estrapolati da singoli dettagli. L'antico è rovesciato nel contemporaneo: benvenuti da Rubelli. Attraversare le stanze di uno dei più esclusivi editori e tessitori al mondo, significa non solo fare un viaggio nella storia del tessuto, ma comprendere che cosa significa oggi, nel secolo XXI, fare tessitura. Soprattutto all'indomani della pandemia, quando ognuno di noi è sopravvissuto alla propria casa o l'ha messa in mostra negli interminabili collegamenti online. Il che spiega perché sia scoppiata una specie di febbre da restyling. Rubelli fa rima con Venezia. Prima del declino, la città lagunare per secoli era una capitale del tessile, da quando cioè i Dogi invece di comprare tessuti dall'Oriente, decisero di produrli, ancora più preziosi e raffinati, e venderli ovunque. Nel 1889, un ex console asburgico di nome Lorenzo Rubelli decise di investire in una fabbrica tessile, la Trapolin & Co. Oggi, quattro generazioni dopo, Nicolò Favaretto Rubelli può lanciare una collezione di damascati che andranno a coprire la parete di un loft di Manhattan o il divano di una casa reale emiratina, chi lo sa. "Ogni tessuto è prima di tutto una storia".
Il palazzo in laguna
Rubelli è tutt'altro che la Venezia nostalgica. Questa è una fabbrica del contemporaneo. Designer, direzione e customer service hanno sede a Marghera, nel cuore dell'ex polo industriale. L'archivio storico, invece, nel palazzo di famiglia in laguna, in Piscina San Samuele. I telai (29 di ultima generazione e 4 originali del '700) sono tutti concentrati a Cucciago, nel distretto degli artigiani della seta sul lago di Como. Showroom e uffici ovunque nel mondo. "Continuiamo ad approcciare il tessuto come un'opera d'arte, tanto che a volte dimentichiamo che dev'essere utilizzato" dice Nicolò Favaretto Rubelli, ad dell'azienda. "Per questo ci è sempre molto utile collaborare con persone pragmatiche. Penso allo stilista Peter Marino: magari noi ci intestardiamo a studiare un intreccio particolare, lui guardando la stoffa ha già visualizzato il prodotto finale". Qualcuno li ha definiti gli Hermès del tessuto. "In realtà siamo anche le sneakers del lusso", spiega il manager. "Da noi esce il damasco di seta e tessuti ad alte prestazioni: il nostro secondo articolo più venduto è un texture di fili tecnici, che non si consuma, non fa peli e ha un aspetto artigianale".
Prima gli alberghi
Nicolò ricorda come la prima sfida sia stato il mercato alberghiero: "Dovevamo realizzare tessuti belli, ma anche resistenti, funzionali, lavabili e ignifughi. A quel punto abbiamo imparato a domare i filati sintetici". Tendaggi, tessuto per arredo e pareti, imbottiture e rivestimenti finiscono da privati ("A volte non sappiamo neanche chi siano e lavoriamo solo con gli architetti; a volte lo sappiamo e non possiamo rivelarlo") o sono commissioni di hotel, navi e teatri, mitico il gigantesco sipario del Bolshoi realizzato dieci anni fa. Il lavoro con i designer invece non è nuovo. Nel 1934 Gio Ponti presentava alla Biennale d'Arte, per conto dell'azienda veneziana, i suoi tessuti tempestati da una trama geometrica di punti rossi. Poi il lungo sodalizio con Roberta di Camerino e le sue borsette di velluto, veri oggetti di culto.
Oggi è il turno di giovani fuori dagli schemi, come l'inglese Luke Edward Hall che ha disegnato i volti di Antinoo, le lire e i tempietti di un'Arcadia perduta; o l'illustratore Gabriel Pacheco, con i suoi paesaggi messicani. "Ogni anno viene lanciata una collezione" racconta la designer Alessia Niero. "Raccogliamo idee e ci immergiamo nell'archivio".
Velluti e broccati
Ecco l'archivio, la porta sul passato. Il padre di Nicolò, Alessandro, ha collezionato tessuti da tutto il mondo e comprato stock da imprese dismesse, trasformandoli in veri fondi d'arte. È così che è cresciuto l'archivio ed è nata la Fondazione. "Abbiamo oltre 6 mila documenti tessili databili tra la fine del XV e la prima metà del XX secolo e 50 mila campioni di tessuti dalle produzioni del '900, oltre a migliaia di disegni preparatori, "messe in carta", libri antichi, lettere e manufatti", spiega la direttrice della Fondazione, Elisabetta Giuriolo. Ma torniamo alla collezione. Una volta approvato il progetto, "si mettono a punto i prototipi, lavorando in dettaglio" continua Alessia Niero. "Si passa così alla coloritura: si producono tanti frammenti di tessuto di diverso colore, mescolando i filati con variazioni di ordito e di trame, cioè i fili verticali e quelli orizzontali".
È un andirivieni tra Marghera e Cuggiago di stilisti e tessitori. Nel frattempo, le pareti si riempiono di tessere colorate come un catalogo di possibilità cromatiche. "Si procede per successive selezioni e dagli errori a volte escono soluzioni splendide che teniamo per ulteriori lavori". Individuato il prodotto definitivo, si procede alla tessitura.
Oggi il tessuto non sono solo sete, lini e cotoni pregiati, o velluti e broccati. Ma fibre sintetiche di nuova generazione e quelle ecosostenibili nate da semi di ricino e viscose di legno; e poi filati con led per campiture luminose, fibre riciclate dalle cimose che andrebbero gettate via. "Oggi la tessitura è un'arte più semplice dal punto di vista tecnologico"riflette Nicolò Favaretto Rubelli. "Ma ha mantenuto un aspetto imprevedibile: quando cominciamo, non siamo mai sicuri del risultato, nel processo si scoprono sempre nuove possibilità. In questo è davvero più simile a un processo artistico che a uno industriale".
Sul Venerdì del 4 novembre 2022