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Torna Via col Vento: per Rossella oggi è un altro giorno

Nuova edizione “a puntate” e traduzione aggiornata per il bestseller di Margaret Mitchell diventato un film leggendario. Libro razzista ma anche un po’ femminista. È il caso di riscoprirlo?
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Riproporre Via col vento oggi (il libro, non il film). Perché no? Per la verità edizioni più o meno aggiornate non mancano: la nuova traduzione, realizzata da Paola Mazzarelli per l'editore Gallucci, non è la prima ad adottare un italiano un po' più spigliato di quello tradizionale, ma come e più delle altre cerca per esempio di dare al parlato delle persone di colore una dignità di idioma usato da una comunità. È un parlato riprodotto con attendibilità nell'originale, ma che nelle nostre versioni antiche veniva fatalmente reso come gergo di analfabeti, con "zì badrone" e verbi all'infinito.

Un altro dei motivi per cui la nuova edizione è reader friendly, cioè più facile da usare per il lettore, è che al posto del pesante tomo di mille pagine che una volta si teneva sul comodino per rivisitarne brani, come si apre a caso una Bibbia, ci sono cinque volumet…

Riproporre Via col vento oggi (il libro, non il film). Perché no? Per la verità edizioni più o meno aggiornate non mancano: la nuova traduzione, realizzata da Paola Mazzarelli per l'editore Gallucci, non è la prima ad adottare un italiano un po' più spigliato di quello tradizionale, ma come e più delle altre cerca per esempio di dare al parlato delle persone di colore una dignità di idioma usato da una comunità. È un parlato riprodotto con attendibilità nell'originale, ma che nelle nostre versioni antiche veniva fatalmente reso come gergo di analfabeti, con "zì badrone" e verbi all'infinito.

Un altro dei motivi per cui la nuova edizione è reader friendly, cioè più facile da usare per il lettore, è che al posto del pesante tomo di mille pagine che una volta si teneva sul comodino per rivisitarne brani, come si apre a caso una Bibbia, ci sono cinque volumetti leggeri, magari un po' cari (intorno ai 13 euro l'uno), ma da portare anche in treno o in metropolitana. I primi due sono appena usciti, gli altri arriveranno nel 2023: vedremo così se regge ancora il fascino di un romanzo esploso come si sa in America nel 1936, un milione di copie nel primo anno, trenta dopo le varie traduzioni in molte lingue.

L'opera dell'allora sconosciuta Margaret Mitchell rimase un unicum. L'autrice, che dichiarò di non volerle dare un seguito, morì improvvisamente prima di poter cambiare idea, e le continuazioni scritte da altri, più o meno autorizzati, non ebbero mai alcun successo. L'unicum tuttavia diventò subito patrimonio nazionale, occupando un posto accanto ai Grandi Romanzi Americani per definizione come Moby Dick, Huckleberry Finn o Il grande Gatsby, che pure avevano maggiori ambizioni letterarie. E oggi? Beh, anche oggi la sua popolarità rimane notevole, pur essendo stata insidiata (ma non sostanzialmente ridimensionata) dalla cancel culture, che impone di rimuovere i monumenti al generale Lee e altri memento del passato schiavista della Confederazione.

Schiavi ma contenti

Certo qui, a differenza della Capanna dello zio Tom, scritto ben ottant'anni prima, la schiavitù non viene contestata. Chi ha la pelle scura è rappresentato come leale e fedele alleato del suo proprietario, con in testa la governante Mammy (l'attrice Hattie McDaniel, che la interpretò nel film, fu la prima persona non bianca a ricevere un Oscar). I neri che entrano in contatto diretto con la protagonista appartengono alla classe privilegiata dei servitori, che sceglie di restare coi padroni anche dopo l'emancipazione. Di quelli che lavorano nei campi, ossia dei veri schiavi, non si parla quasi mai. Per la verità, c'è un nero delinquente che aggredisce per strada Scarlett, subito salvata da un nero buono (il nero cattivo prudentemente diventa bianco nel film). Nemmeno un'organizzazione razzista come il Ku Klux Klan è disapprovata, anche se non si arriva a glorificarla come nel capolavoro di D.W.Griffith, l'oggi imbarazzante film The Birth of a Nation (1915).

Diciamo che gli interessi dell'autrice sono altri, e quello principale non è nemmeno, forse, l'evidente, sentimentale nostalgia per una società poi condannata dalla Storia. Questa nostalgia non è incondizionata, dell'ironia filtra già nelle prime pagine. "Le cose che contavano erano produrre cotone di qualità, montare a cavallo con perizia, sparare bene, ballare con garbo, far da cavaliere alle signore con eleganza e reggere l'alcol da uomo". È un mondo maschile, dove la donna vale solo come ornamento pregiato, squisita padrona di casa, incantevole compagna. Ora, sullo sfondo di un Eden perduto per sempre, la lunga e complessa vicenda racconta la formazione, potremmo dire la presa di coscienza, proprio di una di queste donne che non hanno accesso alle "cose che contano".

In libreria per l’editore Gallucci i primi due volumi di Via col vento di Margaret Mitchell, tradotto da Paola Mazzarelli: Il regno del cotone (208 pagine, 13,50 euro) e Fine di un mondo (224 pp., 12,90 euro)  

Margaret Mitchell impiegò circa dieci anni a scrivere il suo libro, anni che dedicò in parte a documentarsi minuziosamente. Quello che lei, nata e vissuta nella Georgia sentiva proprio retroterra favoloso, lo ricostruì nei dettagli, con la stessa amorosa perizia con cui, mettiamo, un pittore vittoriano come Sir Lawrence Alma-Tadema copiava al Museo Archeologico di Napoli fregi, anfore e suppellettili pompeiani per i suoi quadri storici ambientati nell'antica Roma. Dopodiché Sir Lawrence popolava quegli interni di dame del tempo suo, con vita stretta, fianchi opulenti e pettinature alte, dame che oggi sembrano signore, appunto vittoriane, abbigliate per una festa in maschera da tenersi dentro opportune scenografie, ma nelle quali le contemporanee riconoscevano plausibili copie di se stesse. Ebbene, Mitchell fece qualcosa di analogo: collocò nella scenografia d'epoca un personaggio del suo tempo.

La protagonista Scarlett O'Hara è infatti tutt'altro che una convenzionale Southern belle, bellezza del Sud. È una giovane donna ribelle e indipendente, che vedremmo bene come esponente della generazione uscita dalla Prima guerra mondiale, con le gonne corte, i capelli alla maschietta e la determinazione di non farsi imporre nulla da nessuno. All'inizio ha sedici anni e si destreggia tra vari pretendenti con astuzia e cinismo. Alla fine di anni ne ha trentadue, ha avuto tre mariti, ha ucciso un uomo, è stata ricca e povera, è stata madre, ha vissuto una lunga guerra dalla parte degli sconfitti, ha imparato a lavorare e a imporsi. È caduta e si è rialzata infinite volte. Effetto sulle lettrici degli anni 40? "Quella sono io, ecco come avrei voluto comportarmi se fossi nata in una piantagione del Vecchio Sud".

Giustamente David O. Selznick, produttore del film prontamente tratto dal bestseller, capì la fondamentale importanza del personaggio. Su questa mitica pellicola si sa tutto. Per venticinque anni dopo l'uscita rimase il maggiore incasso di sempre, ma c'è chi sostiene che rapportando le cifre lo sia ancora oggi. Noi italiani la vedemmo solo nel 1946, a guerra conclusa. Ci trovò in crisi di astinenza da superkolossal, e la accogliemmo con entusiasmo, naturalmente nell'edizione doppiata. Scarlett da noi si chiamava Rossella, e la frase conclusiva, "Domani è un altro giorno", è entrata in proverbio.  

Nevrotica Scarlett

Il libro fu adattato con munifica aderenza, manifestata anche nella durata (quasi quattro ore), e un fasto di effetti spettacolari che sarebbe rimasto a lungo incomparabile. Soprattutto, Selznick si sforzò per ottenere gli interpreti ideali. Per Rhett Butler - anche lui personaggio "moderno", un macho cinico e hard-boiled ma con un lato sentimentale come un detective di Dashiell Hammett - volle a tutti i costi Clark Gable, che era sotto contratto con un altro studio e che dovette riscattare a peso d'oro. E sempre per proteggere il suo divo, licenziò a riprese iniziate il regista George Cukor, che era gay e del quale pertanto Gable aveva cominciato a non fidarsi.

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Ma la vera scommessa, colei su cui tutto il film si sarebbe dovuto reggere, era la protagonista. E qui il produttore si dimostrò un genio. Mitchell, che descrive Scarlett come non proprio avvenente ma attraente, vivacissima, aggressiva, avrebbe voluto un peperino come Miriam Hopkins, adatta per fisico e temperamento, ma ormai trentacinquenne. Selznick promosse invece un'indagine a campo larghissimo, valutando 1.400 candidate poi ristrette a trentadue, e scegliendo alla fine Vivien Leigh, giovane attrice inglese non nota negli Usa. Molto bella, anzi, forse troppo; in compenso, e la macchina da presa lo capì, nevrotica la sua parte. Il suo trionfo fu il trionfo del film.

Sul Venerdì del 4 novembre 2022