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Marco Bellocchio: "A 83 anni debutto nelle serie tv"

Marco Bellocchio (83 anni) alla scrivania del suo studio di Roma durante l’intervista con il Venerdì (Luigi Narici / Agf) 
A 26 anni enfant prodige con I pugni in tasca, a 83 debutta con la sua prima serie tv, "Esterno notte", in tre serate evento su Rai 1 il 14, 15 e 17 novembre
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Roma. Marco Bellocchio è il più grande autore europeo vivente, anzi mondiale. Così risulta dalla rassegna stampa internazionale di Cannes, dove il regista ha presentato a maggio Esterno notte, la sua prima miniserie televisiva, a 82 anni. Nel frattempo, il 9 novembre, ne ha compiuti 83, che porta molto bene. E forse per questo ribatte: "Ci sono autori più vecchi di me". Sì, ma la grandezza è riferita alla bravura, non all'età: "Beh, allora fa piacere".

Alla destra della statua bianca di Mao preposta da tempi remoti al presidio della sua scrivania, che è un avanzo di scena di L'ora di religione, Bellocchio si gode il suo momento di gloria. Può vantarsi d'essere stato un enfant prodige, visto il debutto folgorante con I pugni in tasca a 26 anni, e un vieux prodige oltre mezzo secolo dopo: "Mai avuto tante proposte di lavoro come adesso. Forse dipende dal fatto che si è accumulata …

Roma. Marco Bellocchio è il più grande autore europeo vivente, anzi mondiale. Così risulta dalla rassegna stampa internazionale di Cannes, dove il regista ha presentato a maggio Esterno notte, la sua prima miniserie televisiva, a 82 anni. Nel frattempo, il 9 novembre, ne ha compiuti 83, che porta molto bene. E forse per questo ribatte: "Ci sono autori più vecchi di me". Sì, ma la grandezza è riferita alla bravura, non all'età: "Beh, allora fa piacere".

Alla destra della statua bianca di Mao preposta da tempi remoti al presidio della sua scrivania, che è un avanzo di scena di L'ora di religione, Bellocchio si gode il suo momento di gloria. Può vantarsi d'essere stato un enfant prodige, visto il debutto folgorante con I pugni in tasca a 26 anni, e un vieux prodige oltre mezzo secolo dopo: "Mai avuto tante proposte di lavoro come adesso. Forse dipende dal fatto che si è accumulata una serie di riconoscimenti, molti alla carriera, che di solito la chiudono, la carriera. Intanto, vivo alla giornata, anche su progetti che richiedono tempo". Questo per dire che, aspettando la messa in onda, il 14, 15 e 17 novembre su Rai 1, della sua elogiatissima serie sul rapimento Moro, lavora a un altro film. Sempre un rapimento, ma a sfondo religioso.

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Nelle note di regia lei scrive che questo ritorno a Moro, vent'anni dopo Buongiorno, notte, è un'eccezione perché non torna mai sulle sue storie. Si può obiettare che la vicenda del suo gemello suicida si ripresenta in tre film, Gli occhi, la bocca, Sangue del mio sangue e Marx può aspettare. E ricorrono qui e là le sue sorelle, le madri dolorose, la casa di Bobbio, l'inconscio e pure la monaca di Monza. Quindi è un ritorno consapevole o inconsapevole?

"Inconsapevolmente, se fossi davanti a un terapista mi interpreterebbe. Consapevolmente, l'interesse è nato nel quarantennale del rapimento: non ci pensavo proprio e lo spunto è stato un articolo di Filippo Ceccarelli sul rapporto di Moro con la propria immagine. C'era una sua fotografia, in doppiopetto e cravatta sulla spiaggia di Maccarese, tra i bambini di una colonia e i genitori in costume da bagno. O un'altra in motoscafo, con la moglie al timone. Per me era una novità vederlo fuori, in famiglia: l'articolo rimandava a un Moro privato, anche se Ceccarelli non fa mai del pettegolezzo, ma coglie dai particolari qualcosa di significativo. Poi si intrecciano tante letture: quest'uomo che si fa due uova fritte quando torna a casa perché con la moglie è abbastanza in freddo. E, alla fine, si procede anche per contrasto: ho visto tanta roba brutta sul quarantennale, e allora sono stato attratto dai personaggi, non per dire ora ve la racconto in modo nuovo, o vi rivelo la verità, che poi non si può sapere più di tanto. Mi intrigavano Paolo VI, Cossiga, i notabili Dc, Adriana Faranda, la signora Moro".

Con lei e la famiglia ha usato molto tatto.

"Non mi sono trattenuto, ma in questo tipo di racconto sottolineare una certa nevrosi non mi appassionava più di tanto. Mi interessava invece che Nora Moro, a differenza di altri, scalpitasse, s'incazzasse. Appena ha avuto notizia che giravamo la serie, la figlia Maria Fida ci ha diffidato, ma dopo che è uscita, brevemente, nei cinema, non ho più ricevuto nessuna accusa o attacco. Solo il figlio di Andreotti ha preso una posizione di totale rifiuto, dichiarando di non volerla vedere".

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Lei temeva l'Andreotti di Sorrentino? Il Divo ha scolpito un'immagine definitiva.

"È un film bellissimo, ma non si può aver paura. Quanta dovrei averne ora che faccio un film che cinque anni fa voleva girare Spielberg? Il titolo è La conversione o anche Kidnapped: è la storia di Edgardo Mortara, un bambino ebreo battezzato da una cameriera cattolica convinta che fosse in punto di morte. La Chiesa lo rapì perché all'epoca, era l'Ottocento, il diritto canonico le consentiva di prelevare da una famiglia ebrea un bambino battezzato, per educarlo cristianamente".

Questa è proprio roba sua.

"Con Spielberg siamo su pianeti diversi: non l'ha più fatto e ci proviamo noi. Senza competizione".

Gli Efa, gli Oscar europei, conferiranno il 10 dicembre il Premio per la narrazione più innovativa a Esterno notte. Una serie: genere che fino all'altro ieri, almeno in Italia, era il parcheggio per chi non sfondava nel cinema. Come l'ha innovato?

"Ci sono state belle serie anche da noi, come La meglio gioventù dell'amico Marco Tullio Giordana. Non le ho mai disdegnate, le ho seguite e ne ho trovate di belle: da True Detective a The Night Of, persino un polpettone come Les Revenants o la deliziosa Chiami il mio agente. Ho visto una forma che diventava originale in base ai tempi adottati: non necessariamente quelli della velocità per evitare, come dicono i produttori, che lo spettatore cambi canale. C'era la possibilità di raccontare una storia in modo nuovo, distribuendo il tempo con una certa libertà. E nessuno mi ha detto troppo cosa fare o non fare. Ho usato una tecnica che non si perde in esitazioni e sospensioni, ma senza essere sbrigativa come quella di alcune serie così affannate da non far capire niente. Io voglio coinvolgere il pubblico, ma se c'è un sentimento importante, qualcosa su cui fermarsi, rallento. Questa cadenza l'ho vista anche nelle serie di grande successo".

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Come si lavora su un materiale storico senza fare un romanzo storico?

"Da una parte sentivo che era necessario, e non solo per dovere civile, rispettare la sostanza della tragedia, ma in modo naturale, già in fase di sceneggiatura e poi durante le riprese, spuntava l'attrazione verso delle deformazioni che mi sembravano espressive. Per esempio, Cossiga e la sua fissazione di sciogliere le bandiere attorcigliate sui pennoni: non credo che l'avesse, ma mi piaceva che andasse lì a liberarle. O l'insistenza sulle macchie di vitiligine alle mani, che erano vere. Oppure, Moro preoccupato di chiudere e far chiudere il gas in casa".

E la signora Moro che sfoga col confessore la sua rabbia contro il marito, poi il prete intuisce da elicotteri e sirene che è successo qualcosa di brutto e interrompe la confessione: vanno in via Fani, Nora Moro fronteggia l'orrore con dignità d'altri tempi e, ricondotta a casa su una macchina della polizia, si rivolge al confessore: "Padre, non mi ha dato l'assoluzione".

"Qui siamo un po' nell'invenzione. Nora diventa un personaggio più costruito e Margherita Buy mi ha stupito: temevo la commedia, la nevrosi, invece è stata bravissima. La sua immagine è totalmente diversa da quella di una donna tignosa e non particolarmente attraente, ma con quel tocco borghese le ha dato una dimensione di signorilità, non di superiorità, che è qualcosa di vero sebbene diverso dal personaggio reale".

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Tutti strepitosi. Ma ogni attore con cui ha lavorato tesse le sue lodi: come li cura lei, nessuno. Mi ha detto Servillo: "È ancora uno che, quando si finisce di preparare il set, vuol stare da solo con gli attori. E lo trovi spesso in platea: avrà visto cinque o sei miei spettacoli. La figura dell'attore lo affascina: c'è un romanzo di Soldati, L'attore, appunto, nella cartografia immaginaria dei film che avrebbe voluto fare".

"È vero, con gli attori capita spesso di avvicinarmi e parlargli sottovoce, mentre intorno accadono tante cose. Naturalmente il peso degli attori cambia, quando poi hai la fortuna di trovare uno come Gifuni o Servillo con cui dare un'architettura al personaggio, c'è poco da sussurrare se non piccoli dettagli che sono importanti: ritmi, pause, sguardo in rapporto all'immagine e all'obiettivo. In realtà, da moltissimo tempo non guardo in macchina. Una volta il regista la prendeva e impostava l'immagine, ora dico: beh, fate un primo piano o quel che serve e poi guardo sul video. Ma c'è un rapporto tra ciò che vedo sul video e l'attore che è sempre discreto, a bassa voce".

In Esterno notte ci sono tanti primi piani perché è un film per la tv o per altri motivi?

"Ho voluto stare più vicino ai personaggi proprio perché le situazioni lo imponevano, per sentire certi palpiti. Non so se per il cinema ne avrei girati di meno. E forse con l'età la vista si appanna".

Lei ha il suo nucleo storico di attori solidissimi, spesso di formazione teatrale, ma poi si rivolge anche a figure meno autoriali, più pop, come Castellitto, Favino, Mastandrea e li porta esattamente dove vuole lei: come intravede le possibilità?

"Si dice, non a torto, che un attore può essere bravissimo e scegliere brutti film, o che troppa intelligenza e cultura limitano l'interpretazione. E poi c'è la faccia, cerchi l'attore che ha quella faccia lì".

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Per Il traditore, a Favino, che la faccia da Buscetta ce l'aveva, ha fatto fare due provini.

"Avevo una diffidenza che nasceva dai film che aveva fatto. Un attore si porta dietro tutti i personaggi che ha interpretato e quindi da Bartali a Di Vittorio a tanti altri. La diffidenza era anche un mio limite, lui ha accettato di fare due provini, e per questo lo apprezzo molto. Mi convinse il primo più del secondo, che di solito è il peggiore, e, una volta deciso di andare insieme, lui mi ha aperto strade cui non avevo pensato e mi ha dato molto di più di quanto temevo che non mi avrebbe dato".

In apertura del primo episodio, Moro sembra uscire dal finale di Buongiorno, notte. Vivo, salvo e liberato. Poi le cose seguono il corso della storia, ma perché la deviazione iniziale?

"Entriamo in un tipo di scelta autoriale, ma mi aveva e ci aveva colpito che, nel memoriale, Moro dicesse 'Io ringrazio le Brigate rosse', forse convinto che lo avrebbero liberato. Era una partenza forte, da un documento scritto da Moro del quale nessuno ha saputo dare una spiegazione. L'ho chiesta anche a Mario Moretti. L'ho visto una volta prima di girare, è stato molto cordiale, ma ha glissato: non ricordava o non voleva ricordare perché Moro li aveva ringraziati. Dopo non l'ho più sentito, e neanche Morucci e Faranda: non vorrei che fossero inferociti".

Stavolta è più severo con i brigatisti, in Buongiorno, notte c'era più un riconoscimento delle loro ragioni umane.

"Forse sì, per me e anche per gli sceneggiatori, la storia si è sfaldata parecchio. Non che allora fossimo simpatizzanti, eravamo contro i terroristi, ma ci erano più vicini in senso temporale, avevamo vissuto spalla a spalla. E comunque mi attaccarono molto per quel film. Ci furono due reazioni percepibili: una di rifiuto, del tipo 'Vergognati, noi brigatisti non eravamo così stupidi', e una quasi di gratitudine. Franco Bonisoli mi ringraziò, come se ci riconoscesse qualcosa di vero e tragico".

In Esterno notte i discorsi di Morucci trasudano rozzezza. E nella scena in cui s'intona L'Internazionale al processo delle Br, fiancheggiatori e simpatizzanti sono mostruosi.

"I brigatisti leggevano Marx e Topolino, la loro cultura era appiccicata, approssimativa. E la scena del coro, che riprende un fatto riportato dalle cronache di allora, è interessante perché è un segno dei nostri tempi: i giovani che la interpretano non sapevano L'Internazionale, l'hanno improvvisata, ma erano talmente stonati che li abbiamo dovuti doppiare con un coro vero".

A qualcuno, vedendo Esterno notte, è tornato in mente Todo modo di Elio Petri.

"Tutti dicono che fu sottovalutato, sfortunato. Naturalmente l'ho rivisto e l'ho trovato piuttosto originale, anche se esagerava con l'espressionismo, con il potere che diventa una cosa astratta. C'era una scena in cui Citti sparava a Volonté che interpretava il presidente della Dc e noi abbiamo scritto, girato e poi tagliato un scena in cui Moro parla del film con la figlia, stupito che la gente possa pensare che la politica italiana sia così grottesca".

E 44 anni dopo, con la destra-destra al potere, com'è la politica italiana?

"Anche se c'è ancora Berlusconi e altri soggetti del passato, percepisco che si apre qualcosa di nuovo e non si sa bene dove si va a finire. Ma la realtà più annaspante è il Pd: spaesato, deve ancora capire come essere opposizione. Si sente come la paura che non sappia riprendersi, ma nella storia è così, ci sono forze che scompaiono".