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Steven Spielberg si racconta in The Fabelmans: "Tutto iniziò quando mia mamma tradì mio padre con il suo migliore amico"

Paul Dano (il papà), Gabriel LaBelle (Sammy) e Michelle Williams (la mamma) in The Fabelmans, al cinema dal 22 dicembre (Merie Weismiller Wallace/Universal Pictures) 
Nell’ultimo film, l’autobiografico "The Fabelmans", il grande regista mette in scena il suo amore per la  sala e quello, al capolinea, tra i suoi genitori: "le due cose sono collegate". Intervista
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New York.  È fin troppo facile sovrapporre la famiglia Spielberg a quella dei Fabelman, e nel suo trentaquattresimo film questo gigante del cinema non fa nulla per differenziarle, anzi gioca costantemente con le assonanze e i riferimenti, concludendo la pellicola con una lezione, indimenticabile quanto sorprendente, ricevuta da John Ford. Questo film smaccatamente autobiografico, definito scherzosamente "una seduta di analisi da 40 milioni di dollari", racconta come la scoperta della settima arte sia andata di pari passo con quella del dolore, rappresentandone il momento di catarsi e resurrezione.

Il regista a 3 anni con la madre Leah Posner e la sorellina Anne nel 1949 (Alamy / Ipa) 

La sintesi dei due temi avviene quando Sam, alter ego del regista, scopre montando un filmino in super 8, girato durante un campeggio estivo, che la madre ha una relazione con il miglior…

New York.  È fin troppo facile sovrapporre la famiglia Spielberg a quella dei Fabelman, e nel suo trentaquattresimo film questo gigante del cinema non fa nulla per differenziarle, anzi gioca costantemente con le assonanze e i riferimenti, concludendo la pellicola con una lezione, indimenticabile quanto sorprendente, ricevuta da John Ford. Questo film smaccatamente autobiografico, definito scherzosamente "una seduta di analisi da 40 milioni di dollari", racconta come la scoperta della settima arte sia andata di pari passo con quella del dolore, rappresentandone il momento di catarsi e resurrezione.

Il regista a 3 anni con la madre Leah Posner e la sorellina Anne nel 1949 (Alamy / Ipa) 

La sintesi dei due temi avviene quando Sam, alter ego del regista, scopre montando un filmino in super 8, girato durante un campeggio estivo, che la madre ha una relazione con il miglior amico del padre: un'idea semplice e folgorante, intorno alla quale gravita una vicenda di crescita e maturazione. Basta ripercorrere il cinema di Spielberg per comprendere come quel trauma abbia assunto un ruolo centrale anche in pellicole apparentemente distanti come E.T., nel quale il padre dei bambini che vivono l'avventura con l'extraterrestre ha abbandonato la madre per un'altra donna.

Nel bel documentario che gli ha dedicato Susan Lacy, Spielberg ha spiegato il motivo ispiratore di quel film nella "necessità di un evento straordinario che consentisse ai bambini protagonisti di alleviare il dolore dell'abbandono". Nei Fabelmans l'evento purificatore ha invece la realtà del cinema, non solo in una dimensione escapista, ma di memoria e di celebrazione della forza redentrice dell'arte. Insieme a Incontri ravvicinati del terzo tipo è il film più personale che abbia mai realizzato, e come in quel caso ha voluto scriverlo in prima persona, coadiuvato questa volta da Tony Kushner: se allora rivoluzionava la prospettiva del genere fantascientifico, individuando negli alieni non una minaccia ma una possibilità di salvezza, con tutte le evidenti risonanze politiche, questa volta Spielberg sceglie una struttura classica per raccontare, all'interno di questa coming of age story, temi come l'antisemitismo, il bullismo, il primo amore e il cinema vissuto come gioco, incanto e arte.

Steven Spielberg a 8 anni, nel 1954 (Alamy / Ipa) 

Per Spielberg, che si è definito "un ottimista in grado di abbracciare il dolore", l'eclettismo nasce dal piacere e dalla necessità di raccontare. E non esiste cineasta al mondo che abbia assorbito meglio la lezione shakespeariana per cui bisogna sempre offrire uno spettacolo. Ancora una volta, la leggerezza con cui riesce a trattare argomenti profondi, l'insuperabile maestria di narratore e quello che Pauline Kael definì "un talento fenomenale", fanno di lui forse l'unico regista per il quale oggi non è esagerato utilizzare il termine genio.

Quando glielo dico si schermisce e mi invita a parlare piuttosto di altri registi come John Ford, interpretato nel film da David Lynch. "Cercavo qualcuno che avesse l'autorevolezza per reggere un ruolo del genere" mi racconta con un sorriso timido "e devo ammettere che l'idea non è mia ma di Marc Harris, marito di Tony Kushner. Sono grato a lui e ovviamente a David per avere accettato. Voglio aggiungere che nella realtà l'incontro che ho avuto da adolescente con John Ford è andato esattamente come l'ho raccontato: persino le parole sono le stesse".

Non ha pensato di interpretarlo lei?
"No, neanche per un attimo: non ho nessuna obiettività riguardo a me stesso e già ne avevo bisogno per individuare l'attore che interpreta Sam: la scelta è caduta su Gabriel LaBelle, a mio avviso bravissimo. Ho voluto lui per il talento con cui il suo sguardo riesce a esprimere la curiosità. Una caratteristica che credo di avere e che volevo mostrare".

È d'accordo con Orson Welles secondo cui i tre più grandi registi americani sono John Ford, John Ford e John Ford?
"Adoro John Ford, ho visto numerose volte tutti i suoi film: un grandissimo maestro e un artista immortale. Ma quella di Welles è una battuta che non prende in considerazione tanti altri registi americani, oltre alla varietà della nostra cinematografia: ci sono tante altre voci bellissime".

Nella scena iniziale, Sam va al cinema con i genitori a vedere Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. DeMille. La sua formazione non è avvenuta attraverso film considerati arte, ma prodotti, a volte splendidamente realizzati, di consumo: ritiene che questo abbia rappresentato un limite?
"Quando ero piccolo avevo accesso solo a quel tipo di film: erano quelli che mi portavano a vedere i miei genitori. L'unica altra possibilità era rappresentata dalla televisione, che tuttavia trasmetteva programmi per lo più comici che non avevano nulla a che fare con il cinema. Ma per rispondere alla sua domanda: mi sono quindi certamente formato con quel tipo di film, e  ho poi scoperto che il cinema poteva essere arte solo quando sono andato al college, a Lakewood, dove un docente illuminato mi ha fatto conoscere film che venivano da ogni parte del mondo. Lascio ai critici decidere quale delle due esperienze abbia avuto più importanza nella mia formazione".

Quali sono i film che in quel periodo l'hanno maggiormente colpita?
"I primi di Polanski, Il coltello nell'acqua e Cul-de-sac, poi i film di Louis Malle, Kurosawa, Antonioni. E ovviamente i grandi registi americani".

Lei ha dichiarato che quelli fondamentali per la sua vita sono Lawrence d'Arabia, La vita è meravigliosa e La finestra sul cortile: può dirmi cosa ha imparato, rispettivamente, da ognuno dei tre?
"Sono tre film per me fondamentali e anche in questo caso lascio la parola ai critici, io non riesco a leggere nel mio cinema. Ma devo aggiungere che quei tre film meravigliosi non sono in realtà gli unici ad avermi formato".

Le sue pellicole hanno storie e ambientazioni estremamente diverse: dall'Olocausto ai dinosauri, dalla schiavitù a uno squalo che terrorizza una cittadina balneare. Per non parlare di spie durante la Guerra fredda, falsari, terroristi, soldati, extraterrestri e archeologi avventurosi...: esiste un fil rouge che li accomuna?
"Non sono mai riuscito a fare un'oggettiva analisi del mio cinema, non credo di avere il giusto distacco né il talento. Si tratta di un altro argomento che lascio a qualcuno che lo analizzi dall'esterno. Posso solo rispondere questo: amo raccontare".

È d'accordo con chi pensa che è più facile che un artigiano raggiunga l'arte cercando solo di fare bene il suo mestiere, rispetto a chi invece ha come obiettivo il raggiungimento dell'arte?
"Credo che l'arte sia nell'occhio di chi osserva, e che nessuno possa proclamarsi artista. E che spesso è il lavoro umile a raggiungere i risultati più alti".

Con la madre e il padre, Arnold Spielberg, nel 1989 (Getty Images) 

Come reagirebbero i suoi genitori vedendo The Fabelmans?
"Mia madre ne sarebbe felicissima e danzerebbe come fa nel film. Era un'artista: oltre a danzare suonava il piano ed era una perfomer in tutto quello che faceva. Per un periodo ha gestito un ristorante nel quale recitava persino quando doveva servire i clienti. Mio padre, invece, reagirebbe con tristezza di fronte alla messa in scena della fine del suo matrimonio. Ma credo che poi ne sarebbe felice, perché nel film racconto anche come sia riuscito a mantenere una promessa che non voglio svelare a chi non lo ha ancora visto. Vorrei aggiungere tuttavia che dopo il dolore provato da tutti noi per la dissoluzione del matrimonio, c'è stato un momento di autentica e profonda amicizia tra i miei genitori: dopo la morte di Bennie, il migliore amico di mio padre di cui si era innamorata mia madre, i miei si sono riavvicinati e sono rimasti l'uno accanto all'altro sino alla fine delle loro vite, inseparabili".

È vero che sua madre l'ha spinta ripetutamente a raccontare la vostra storia?
"Sì, specialmente dopo aver scoperto che ne avevo parlato in un documentario: a lei non bastava, e voleva un film vero e proprio. Ma anche in questo caso devo dire con sincerità che è stato Tony Kushner a convincermi".

Sua madre definiva il senso di colpa come "un'emozione sprecata".
"Era la sua filosofia, che l'ha portata a fare le scelte che hanno segnato la sua vita e quella di tutti noi. Era uno spirito libero e questo era il suo modo di celebrare la libertà. Ma io non la penso come lei, e convivo con i sensi di colpa".

Lei l'ha definita come una Peter Pan: è stato detto spesso lo stesso di lei.
"Credo sia un complimento: mia madre faceva tesoro del suo essere infantile e aveva un rapporto paritario con le mie sorelle, che la chiamavano per nome, io ero l'unico a chiamarla mamma. Per quanto riguarda il sottoscritto è una definizione che ho sentito soprattutto all'inizio della mia carriera. Aggiungo inoltre che oggi sarebbe difficile dirmelo anche su un piano prettamente personale: ho sette figli e sei nipoti!".

Con la sua storia extraconiugale la madre - sua madre - causa la fine della famiglia, ma nei suoi confronti il film esprime una tenerezza che supera ogni possibile giudizio.
"È esattamente così, nonostante il dolore".

Non crede che vedendo un film o una serie in streaming, anche nel caso di proiezione perfetta e di prodotto di eccellenza, si perdano alcuni degli elementi essenziali del cinema: sala al buio, condivisione con un pubblico sconosciuto e proiezione su uno schermo luminoso molto più grande dello spettatore?
"Io faccio una distinzione: il cinema è una cosa che si fruisce, anzi si gode esclusivamente all'interno delle sale cinematografiche, mentre i film si possono vedere anche in streaming. Affinché si possa parlare di cinema sono necessarie le caratteristiche che ha elencato, ma questo non significa che i registi che realizzano una pellicola che viene trasmessa in streaming non creino qualcosa che non abbia l'autorevolezza di un classico film".

Ritiene che il Covid abbia segnato la fine delle sale cinematografiche?
"Il Covid ha certamente assestato un duro colpo alle sale, ma io sono un ottimista e credo che quando dalla pandemia si passerà a una situazione endemica riusciremo a riportare la gente al cinema, e non solo per spettacoli di evasione. Certo, è incredibile che dopo quasi 130 anni il cinema debba ancora sperimentare metodi per conquistare il pubblico. Ma a proposito del Covid, le dico una cosa: nel periodo di lockdown ho visto tutti i principali film incentrati su un processo: Testimone d'accusa, Il crogiuolo, Anatomia di un delitto, La parola ai giurati, Il verdetto...".

E si è chiesto come mai?
"Mi interessava vedere come autori diversi affrontano lo stesso tipo di struttura narrativa. Una volta esauriti i film processuali mi sono dedicato ai film di guerra, e poi ai western, partendo da Sergio Leone".

Quali sono i cineasti italiani a cui si è ispirato di più?
"Se dovessi scegliere un solo film italiano direi Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, capolavoro assoluto. Tra gli autori contemporanei voglio citare Roberto Benigni, che è un autentico artista: mi onoro di essere amico suo e di sua moglie Nicoletta. Mentre tra i grandi del passato, certamente Fellini, con cui ho vissuto un'esperienza che ricorderò per tutta la vita. Avevo 25 anni e non ero mai stato in Europa né sapevo cosa fosse il jet lag. La distribuzione di Duel mi aveva messo ad alloggiare all'hotel Hassler, e questo già mi sembrava un sogno, ma per la stanchezza non riuscivo a tenere gli occhi aperti. All'improvviso squilla il telefono e il concierge mi dice: 'Il Maestro è venuto a trovarla'. Scendo ancora assonnato e non riuscivo a crederci: Federico Fellini era davvero lì, in carne ed ossa! Aveva visto la sera prima Duel ed era incuriosito su chi fosse questo giovane che aveva fatto un film su un camion che insegue una automobile. Mi ha portato in giro per Roma tutto il giorno e poi a Cinecittà dove stavano preparando i set per il suo nuovo film. Mi ha raccontato i suoi sogni, e mi ha ascoltato, cosa che ancora mi commuove. Quella sera voleva portarmi a cena nel ristorante di un grande albergo ma non ci fecero entrare perché non avevamo la cravatta: non riuscivo a credere che si comportassero così con Fellini. Lui ci rimase malissimo, ma dopo un attimo ricominciò a incantarmi con i suoi racconti: mi ha fatto il regalo, unico, di farmi sentire dentro un suo film".