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Storia della dottoressa C. e di altre donne vittime di violenza

Nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, un libro dà la parola a chi subisce maltrattamenti in famiglia. Finendo a volte anche sotto accusa
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"La sensazione che ti rimandano gli altri è che il problema è chi denuncia. Cioè, alla fine di tutta la storia, il mostro sono io". La dottoressa C. ripensa alla vita con il suo ex compagno: ricatti, offese, aggressioni e minacce. Ricorda i suoi genitori che minimizzano, il sostegno di psicologhe e penaliste dei centri antiviolenza, ma anche le falle di un sistema che finisce con il colpevolizzare le vittime. Quell'uomo, condannato per violenza e stalking, la accusa di essere affetta da Pas, la sindrome da alienazione parentale che la comunità scientifica disconosce ma che continua a inquinare i tribunali italiani. La costringe così a ingenti spese per le consulenze tecniche d'ufficio e a una estenuante battaglia legale per l'affidamento dei figli. Lei si sente sola, vittima di un uomo prepotente, ma anche di istituzioni non sempre adatte a tutelare chi subisce violenza. Per questo accetta di parlare: rompere il silenzio è…

"La sensazione che ti rimandano gli altri è che il problema è chi denuncia. Cioè, alla fine di tutta la storia, il mostro sono io". La dottoressa C. ripensa alla vita con il suo ex compagno: ricatti, offese, aggressioni e minacce. Ricorda i suoi genitori che minimizzano, il sostegno di psicologhe e penaliste dei centri antiviolenza, ma anche le falle di un sistema che finisce con il colpevolizzare le vittime. Quell'uomo, condannato per violenza e stalking, la accusa di essere affetta da Pas, la sindrome da alienazione parentale che la comunità scientifica disconosce ma che continua a inquinare i tribunali italiani. La costringe così a ingenti spese per le consulenze tecniche d'ufficio e a una estenuante battaglia legale per l'affidamento dei figli. Lei si sente sola, vittima di un uomo prepotente, ma anche di istituzioni non sempre adatte a tutelare chi subisce violenza. Per questo accetta di parlare: rompere il silenzio è un atto politico.

Nel saggio Sopravvissute, le sociologhe Flaminia Saccà e Rosalba Belmonte lasciano la parola a lei e ad altre nove donne. Le chiamano "signora" o "dottoressa" per restituire loro dignità sociale e professionale, poi le invitano a raccontare "in prima persona, senza distorsioni e senza mediazioni" quello che hanno vissuto. Lo fanno perché dopo avere esaminato 16.715 articoli di quindici testate per tre anni e 282 sentenze per il progetto di ricerca Step − realizzato dall'Università della Tuscia con l'associazione Differenza donna e finanziato dalla presidenza del Consiglio dei ministri − si sono rese conto che della violenza contro le donne in Italia si ha una percezione distorta. Ad esempio, si tende a sottovalutare la forma più diffusa, quella dei maltrattamenti famigliari. E si costringono le vittime a lottare contro pregiudizi e stereotipi sessisti.

Prendendo la parola, la dottoressa C.  non parla solo di sé, ma anche di chi minimizza, finge di non vedere, confonde per incompetenza o pregiudizio, la conflittualità con la violenza. Invita a non sottovalutare la gravità e la diffusione del fenomeno perché salvarsi da sole è difficile. Ci impartisce, come dicono le autrici, una lezione di pedagogia civile.

Sul Venerdì del 25 novembre 2022