Il presepe di San Pietro del 2022 viene da Sutrio: ecco la storia
di Raffaele Oriani , di Raffaele OrianiSUTRIO (Udine). Il 3 dicembre, in piazza San Pietro a Roma, si è inaugurato il presepe vaticano del Natale 2022. Dieci giorni prima, in un capannone di Sutrio, provincia di Udine, si fanno le prove generali prima di caricare l’opera su quattro Tir con destinazione la capitale. È sera, pioviggina, ma ogni cosa sembra al suo posto, e nella piccola folla di artisti, notabili e operai che fa compagnia al cronista del Venerdì, è tutto un bisbigliare di approvazione.
Larice, cedro e abete
Splendida la capanna a campata di legno lamellare, imponenti le statue di legno a grandezza naturale, suggestive le luci che a una a una sottraggono la Natività di larice, cedro e abete rosso al buio pesto del cielo di montagna. Ma siamo in Friuli, dove la contemplazione è ammessa solo dopo che si sia esaurita anche l’ultima delle cose da fare. Dalla schiera degli assorti si stacca l’anima di questo presepe, il direttore artistico Stefano Comell…
SUTRIO (Udine). Il 3 dicembre, in piazza San Pietro a Roma, si è inaugurato il presepe vaticano del Natale 2022. Dieci giorni prima, in un capannone di Sutrio, provincia di Udine, si fanno le prove generali prima di caricare l’opera su quattro Tir con destinazione la capitale. È sera, pioviggina, ma ogni cosa sembra al suo posto, e nella piccola folla di artisti, notabili e operai che fa compagnia al cronista del Venerdì, è tutto un bisbigliare di approvazione.
Larice, cedro e abete
Splendida la capanna a campata di legno lamellare, imponenti le statue di legno a grandezza naturale, suggestive le luci che a una a una sottraggono la Natività di larice, cedro e abete rosso al buio pesto del cielo di montagna. Ma siamo in Friuli, dove la contemplazione è ammessa solo dopo che si sia esaurita anche l’ultima delle cose da fare. Dalla schiera degli assorti si stacca l’anima di questo presepe, il direttore artistico Stefano Comelli. Ha visto qualcosa che non va. La famigliola che si avvicina al bambino svetta troppo, e mette in ombra la statua accanto. Quattro comandi in friulano che avrebbero fatto felice Pasolini, e il blocco di cedro è già imbragato, sollevato dalla scena del presepe e deposto sul fondo in cemento del capannone. Comelli è un direttore artistico con scalpello e motosega: fa un balzo, avvia il motore e aggredisce il legno per togliere i dieci centimetri di troppo. Dura un minuto, saltano i trucioli, la statua ora è perfetta. Si possono spegnere e riaccendere le luci: siamo lontani da tutto, anche dal centro incantato di questo paesino di 1.200 abitanti, ma non manca più nulla all’appuntamento con l’epicentro della Cristianità.
Sono quarant’anni che si fa il presepe in piazza San Pietro, e da dieci il Vaticano ne “esternalizza” l’allestimento con un’assegnazione molto ambita da comunità locali di tutto il mondo. Lo scorso anno è stata la volta degli indios chopcca di Huancavelica, in Perù, per il 2023 stanno volando gli stracci tra i comuni contigui di Contigliano e Greccio in provincia di Rieti.
Tre anni di attesa
Nella stradina principale di Sutrio è esposta la lettera del primo ottobre 2019 con cui il Governatorato della Città del Vaticano comunicava al sindaco di aver accolto «la proposta della sua comunità di offrire l’allestimento del presepe per il Natale 2022». Tre anni di attesa: il paese di Sutrio è arrampicato sulle pendici del Monte Zoncolan, che dai primi anni Duemila è la nuova cima Coppi del Giro d’Italia. Nel centro storico le strade sono lastricate, le case restaurate, i balconi ricchi di fiori anche in autunno inoltrato: si capisce che qualcosa o qualcuno ce la sta mettendo tutta per contrastare lo scivolamento di armi e bagagli di montagna verso le comodità di pianura.
Un presepe può servire anche a questo: «Per noi è un onore immenso, e una grande occasione di far conoscere il nostro borgo» dice il sindaco Manlio Mattia. «Ma sono trent’anni che lavoriamo a testa bassa per tenere in vita il paese: abbiamo sei feste artistico-gastronomiche, un albergo diffuso che ci ha permesso di recuperare le case di chi non abita più con noi, il Giro d’Italia che viene spesso a trovarci e ci regala una scia di cicloturisti tutto l’anno». Ma soprattutto hanno il legno, che ha riempito il paese di statue, e aiuta a mantenere in equilibrio ricordi e progetti: «Una volta in tutte le famiglie c’era un intagliatore, oggi non è più così ma ogni autunno organizziamo una manifestazione di scultori del legno, e per questo presepe speciale abbiamo chiamato a raccolta i migliori artisti e artigiani della valle».
Il canto del falegname
All’inaugurazione del presepe vaticano il sindaco spera di intonare il Cjant dal marangon, il canto del falegname che racconta di come a Sutrio i contadini abbiano perso lo scettro a favore dei signori del legno. Sono loro ad avere scolpito le sedici statue per la ribalta planetaria. Non che si siano montati la testa: Isaia Moro ha modellato il personaggio del cramâr, il mercante che scavallava i passi carico come un mulo e vendeva Oltralpe le spezie e i tessuti di Venezia. Ci spiega come si disegna la figura sul tronco di cedro, e come si lavora di fino per ingentilire gli spigoli del legno. Ha spalle larghe e mani possenti, ma una voce trattenuta che non ama i voli pindarici: «Mi piace intagliare, ma sono operaio carpentiere, non potrei vivere di statue». Nel cuore di Roma, Sutrio porta questa fatica.
Che siano prati o piste da sci, il paese punta sul turismo, stampa opuscoli che offrono experiences, miscela di escursioni a cavallo e corsi di yoga. Ma il presepe è ancora appannaggio esclusivo della tradizione: «La statua della famiglia poteva essere un po’ più arcobaleno, ma l’importante è dare il senso dell’unità» accenna qualcuno. Tra capanna e proscenio sono 116 metri quadri di legno di larice per 16 tonnellate di peso escluse le statue: «Abbiamo voluto raccontare una comunità antica, che resiste nonostante le tante difficoltà della vita di montagna» dice il direttore artistico, Comelli.
Le statue sono ben piantate a terra, ma al centro del presepe c’è un vortice di legni in sospensione: per la culla del bambino è stata usata la radice di un abete rosso divelto da Vaia, la tempesta che nell’autunno di quattro anni fa ha abbattuto quattordici milioni di alberi dall’Alto Adige alla Slovenia. Dal capannone si vede bene: il borgo accoccolato nella sua valletta, i boschi tutt’intorno, e qui e là enormi chiazze d’erba mista a ceppi, rami, cespugli di sottobosco dove il bosco non c’è più. Il disordine di Vaia è ancora a portata di sguardo, e il sindaco se lo ritroverà a lungo nei bilanci del Comune: «Abbiamo perso 40 mila metri cubi di legna, e siamo stati costretti a vendere sottocosto tutto il legname recuperato. Per le casse comunali Vaia ha significato una perdita secca di 1.200.000 euro».
Martha Muser, artista diplomata a Brera ma felicemente accasata nel vicino paese di Timau, ha pensato di sfidare la tempesta e farne il perno di questa Natività: «I prati attorno a Sutrio sono punteggiati di enormi ceppaie di abete rosso» ci spiega sfilando un ultimo lembo di corteccia. «Ne abbiamo estratta una e, una volta rivoltata con il ceppo in basso e le radici in su, ne abbiamo fatto la culla del bambino». E come spesso capita, si è trovato anche il passo biblico tagliato su misura: “Un germoglio spunterà dal suo tronco, un virgulto germoglierà dalle sue radici”.
Tutti in piazza
Domani in piazza San Pietro ci sarà mezzo paese a fare il tifo per il virgulto che germoglia dalle radici di Vaia, dello spopolamento, della fatica di montagna. Il sindaco è ancora teso, sa che è una sfida cruciale, ricorda l’anno e mezzo di suspense quando aveva in tasca l’approvazione vaticana ma non ancora i finanziamenti per tradurre i disegni in pratica. Ce l’hanno fatta grazie al legno, anche se Giovanni De Santa, titolare dell’azienda che ha realizzato la capanna in larice, si lamenta di averci rimesso un sacco di soldi, e minaccia ridendo di chiudere l’impianto prima di Natale. Sono tante voci, ma un unico paese.A Sutrio confidano che il presepe in mondovisione sia l’agognato punto di svolta: «Ne abbiamo bisogno» dice il sindaco. «Perché la montagna è ancora tutta da salvare: pensi che nel mio anno si contarono 41 nascite. Sessantott’anni dopo, solamente tre». Quattro, con il bambino.
Sul Venerdì del 2 dicembre 2022