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"Vi racconto la generazione ribelle dell'Iran e come andrà a finire la protesta. Forse..."

Musica e veli colorati in un parco di Teheran: l’atmosfera rilassata che si respirava nella capitale prima della stretta imposta dal presidente Raisi  negli ultimi mesi (Behrouz Mehri / Afp via Getty Images) 
Chi sono i giovani che da settimane infiammano le strade di Teheran? È una rivolta destinata a finire nel sangue? L’analisi di Vanna Vannuccini, una giornalista che il Paese degli ayatollah lo conosce bene
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Tante volte li avevo visti a Teheran. Ragazzi e  ragazze, liceali e universitari, seduti coi loro computer nei loro caffè, alla Casa del Cinema o al Gramaphone, come  se fossero in un caffè studentesco di Montreal, chiacchierando e studiando; o nei piccoli teatri off dove allestivano le ultime novità che gli arrivavano dai palcoscenici londinesi. O ancora negli uffici delle startup digitali che avevano fondato. Un piccolo mondo che si erano ritagliati  quasi come se il regime non esistesse. In quell'universo i giovani stavano insieme incuranti della separazione fra i sessi, davano vita a band musicali, montavano spettacoli teatrali in cui recitavano maschi e femmine (cosa che non accade nei teatri ufficiali). Il regime lasciava fare, come se  con loro avesse stretto un patto non scritto: voi non v'immischiate nella politica e noi non vi rendiamo la vita difficile quanto potremmo. Gli ayatollah scommettevano che pur di preservare quegli …

Tante volte li avevo visti a Teheran. Ragazzi e  ragazze, liceali e universitari, seduti coi loro computer nei loro caffè, alla Casa del Cinema o al Gramaphone, come  se fossero in un caffè studentesco di Montreal, chiacchierando e studiando; o nei piccoli teatri off dove allestivano le ultime novità che gli arrivavano dai palcoscenici londinesi. O ancora negli uffici delle startup digitali che avevano fondato. Un piccolo mondo che si erano ritagliati  quasi come se il regime non esistesse. In quell'universo i giovani stavano insieme incuranti della separazione fra i sessi, davano vita a band musicali, montavano spettacoli teatrali in cui recitavano maschi e femmine (cosa che non accade nei teatri ufficiali). Il regime lasciava fare, come se  con loro avesse stretto un patto non scritto: voi non v'immischiate nella politica e noi non vi rendiamo la vita difficile quanto potremmo. Gli ayatollah scommettevano che pur di preservare quegli ambiti di libertà, i giovani non avrebbero dato fastidio.

La scintilla

Così infatti è andata per alcuni anni. Ora non più. Da otto settimane in Iran non è più così, da quando è morta in carcere, poche ore dopo esser stata arrestata, Mahsa Amini, una ragazza curda di 22 anni, in vacanza a Teheran, fermata dalla cosiddetta "polizia morale" perché non indossava il velo nel modo prescritto dal regime.

Le proteste  sono cominciare immediatamente. Le prime sono state le ragazze: le stesse che da tempo mostravano la loro insofferenza togliendosi il velo. E dietro di loro, subito, i più giovani, che per la prima volta non fanno differenza tra diritti delle donne e diritti umani: stufi dei codici  imposti dal regime e dell'ipocrisia che da quarant'anni segna le vite degli iraniani, tra comportamenti pubblici e privati, sono scesi per le strade. Come se la morte di Mahsa obbligasse tutti a ripensare le ristrettezze delle  proprie esistenze e a  reclamare una vita normale.

La bolla

Molte cose sono cambiate nel Paese negli ultimi anni: seguirle non è stato sempre facile,  viste le restrizioni imposte ai giornalisti. Anche ora, a nessun reporter è possibile andare: eppure, chi conosce l'Iran, anche da lontano percepisce che l'aria è completamente diversa. Per anni questi ventenni non si erano interessati a un sistema politico da cui non si sentivano rappresentati: non andavano a votare, non facevano differenza tra riformatori e conservatori. Una differenza enorme rispetto ai loro padri e fratelli maggiori. Anche loro erano scesi in piazza a protestare nel 2009: in quel caso contro la frode elettorale che aveva tolto la vittoria alle elezioni presidenziali a un riformatore, Mir Hossein Mousavi. A quei tempi chi scendeva in strada credeva che le riforme avrebbero trasformato - come aveva promesso il primo presidente riformatore, Mohammad Khatami, eletto nel 1997 - la Repubblica islamica in uno Stato di diritto. Ma dopo quella rivolta erano arrivati gli anni più bui della presidenza del falco Mahmud Ahmadinejad. Uno sprazzo di speranza si intravide con l'Accordo sul nucleare siglato con gli Stati Uniti di Barack Obama: poi il passo indietro di Donald Trump dall'America e l'elezione l'anno scorso (manipolata a dir poco) dell'ultraconservatore Ebraihim Raisi alla presidenza iraniana hanno definitivamente fatto a pezzi il mito che la Repubblica Islamica fosse in qualche modo riformabile.

Testimoni di  queste delusioni, i  giovani si sono chiusi nella loro bolla. Su internet assaporavano una vita normale e avevano cominciato a sfidare lo status quo: a superare le linee rosse. Ma la morte in carcere di Mahsa è stata un campanello d'allarme: avrebbero potuto essere arrestati in ogni momento,  com'era successo a lei.

Una delle prime proteste seguite alla morte di Mahsa Amini a Teheran. Inizialmente a scendere in strada sono state soprattutto le giovani donne, a cui presto si sono uniti i ragazzi (Getty Images) 

La prima volta

Il risultato sono gli oltre 14 mila arrestati e gli almeno quattro condannati a morte per muhariba - "offesa a Dio" - per aver lanciato bottiglie molotov contro alcune stazioni di polizia e di cui raccontano le organizzazioni per i diritti umani. Tre sono ragazzi di periferia tra i diciassette e i vent'anni. In queste aree nel 1979 la rivoluzione islamica aveva dato un tetto, un lavoro e la possibilità di andare a scuola a migliaia di poveri. In una di queste case un giorno una coppia di genitori analfabeti mi mostrarono la foto - appesa alla parete accanto all'immagine di Ali (primo imam dell'islam sciita) - del figlio che aveva studiato ed era diventato professore di astrofisica a Leyden. Oggi, quegli stessi quartieri di Teheran a causa delle sanzioni e della corruzione sono ripiombati nella miseria. E così, tra queste borgate che per decenni hanno dato sostegno alla rivoluzione e al regime, i giovani scendono in piazza.  È la prima volta.

Il futuro

"A un futuro di riforme oggi non crede più nessuno", mi dice su WhatsApp la vecchia amica Hedieh. Anche lei ogni sera apre le finestre e si unisce ai cori dal suo appartamento di Sohrevardi, il quartiere in cui abita a metà tra la Teheran ricca e la Teheran povera. Qui vive una classe media che in due anni, con il crollo del rial, ha visto azzerarsi tutti i propri risparmi. Ci conosciamo da tempo. Sociologa cinquantenne, insegna all'Università Azad. Da giovane era finita anche lei in carcere per aver indossato malamente il velo. Fu condannata a dodici frustate ma poi graziata per l'intervento di uno zio materno, amico dei pasdaran. Erano gli anni di Ahmadinejad. Dopo di lui venne Hassan Rouhani, un moderato: e i pulmini bianchi a strisce verdi della polizia morale si fecero più rari. Ma con l'attuale presidente ultraconservatore, Raisi, i codici di vestiario sono più cogenti. Per i religiosi di Qom sono un elemento identitario della Repubblica e Raisi si vuole accreditare con loro come erede dell'anziano leader supremo Ali Khamenei.

Come andrà a finire? chiedo a Hedieh. Lei teme che il regime userà la forza per piegare la protesta, come del resto sta già avvenendo, e come avvenne nel 2009. "Ma anche se davvero il regime crollasse, cosa verrà dopo?" si domanda angosciata. Perché Hedieh non ha dimenticato la sorte della Siria e delle cosidette Primavere arabe, represse nel sangue o seguite da regimi militari. Ma i ragazzi no, non si fanno domande. Vanno in strada e basta. Per gli iraniani espatriati ciò significa che la fine della Repubblica islamica è vicina. Per Hedieh, che a Teheran ci abita, gli ayatollah hanno ancora molte armi, e nessuno scrupolo ad usarle.

Pubblicato sul Venerdì del 2 dicembre 2022