Libri per Natale: Vargas Llosa racconta Borges
di Bruno Arpaia , di Bruno ArpaiaDue scrittori più diversi, è impossibile: uno, Mario Vargas Llosa, ostinatamente realista, fluviale romanziere avidamente interessato alla politica e alla storia; l'altro, Jorge Luis Borges, infastidito dalla politica, autore di poesie e di brevi e vertiginosi racconti fantastici o metafisici, popolati di specchi, tigri e labirinti. Eppure, confessa lo stesso Vargas Llosa, per lui Borges è stato sempre una fonte di piacere intellettuale: "La bellezza e l'intelligenza del mondo che ha creato mi hanno aiutato a scoprire i limiti del mio mondo, e la perfezione della sua prosa mi ha fatto prendere coscienza delle imperfezioni della mia". Perciò, dal 1963, dalla prima volta che incontrò a Parigi il grande scrittore argentino, per cinquant'anni Vargas Llosa lo ha letto, lo ha intervistato, ne ha scritto e adesso pubblica questo Mezzo secolo con Borges (Le Lettere, a cura di Martha Canfield) in cui raccoglie le testimonianze dei loro i…
Due scrittori più diversi, è impossibile: uno, Mario Vargas Llosa, ostinatamente realista, fluviale romanziere avidamente interessato alla politica e alla storia; l'altro, Jorge Luis Borges, infastidito dalla politica, autore di poesie e di brevi e vertiginosi racconti fantastici o metafisici, popolati di specchi, tigri e labirinti. Eppure, confessa lo stesso Vargas Llosa, per lui Borges è stato sempre una fonte di piacere intellettuale: "La bellezza e l'intelligenza del mondo che ha creato mi hanno aiutato a scoprire i limiti del mio mondo, e la perfezione della sua prosa mi ha fatto prendere coscienza delle imperfezioni della mia". Perciò, dal 1963, dalla prima volta che incontrò a Parigi il grande scrittore argentino, per cinquant'anni Vargas Llosa lo ha letto, lo ha intervistato, ne ha scritto e adesso pubblica questo Mezzo secolo con Borges (Le Lettere, a cura di Martha Canfield) in cui raccoglie le testimonianze dei loro incontri e le sue idee sull'autore a cui non fu mai concesso il Nobel.
"Borges era una persona di grande sobrietà" ci dice l'autore peruviano, oggi 86enne. "Quando, nel 1981, andai a casa sua per intervistarlo, vidi che abitava in un piccolo appartamento con un gatto e una domestica. La sua camera era poco più che una cella, angusta e con macchie di umidità alle pareti. Mi colpì che la stanza della madre ormai morta fosse rimasta intatta, con un vestito lilla steso sul letto, l'ultimo che aveva indossato. Del resto, la madre era stata una figura importantissima nella sua vita. Si può dire quasi che la controllasse. Una signora racconta che, ogni volta che Borges la invitava a cena, dopo un po' si alzava e andava a telefonare. Una sera la signora scoprì che parlava con la madre, le raccontava quello che succedeva e le chiedeva consigli...".
Sfoggiava anche una grande modestia. Lei scrive che, accorgendosi che tra i non molti libri sugli scaffali erano assenti quelli di Borges, gliene chiese il perché; e che lui rispose: "Chi sono io per stare insieme a Shakespeare o a Schopenhauer?". Era una modestia reale o una civetteria?
"Credo che fosse una civetteria. Tanto è vero che, sebbene lo avessi trattato con grande rispetto e ammirazione, Borges si offese moltissimo perché avevo scritto che in casa sua c'era un'infiltrazione dal soffitto e un secchio per raccogliere l'acqua. Disse che non era vero, che ero un immobiliarista peruviano che voleva vendergli un appartamento. Da allora non l'ho più visto. Ma ho continuato a leggerlo e a provare per lui una grande ammirazione, come del resto tutti, o quasi tutti, gli scrittori di lingua spagnola. Nessuno può negare che sia uno dei grandi prosatori della nostra lingua, che abbia scritto dei racconti assolutamente meravigliosi".
Quando ha cominciato a leggerlo?
"A metà degli anni Cinquanta, quando una professoressa argentina che venne in Perù ci parlò di Borges e ci lasciò dei libri che leggemmo avidamente. A quel tempo ero membro del partito comunista e Borges era il contrario di ciò che per i comunisti doveva essere uno scrittore. Eppure, per quanto con una sensazione di "adulterio", lo lessi ammaliato, con gran rispetto per la sua prosa, per la precisione della sua prosa".
Forse proprio questa precisione, quasi flaubertiana, della lingua è il vero punto di contatto tra scrittori tanto diversi come lei e Borges...
"Come tutti i latinoamericani ho sempre sofferto di un eccesso di aggettivi, che taglio sempre quando rivedo i miei testi, perché so che sono portato a eccedere. Borges, invece, non lo fa mai: i suoi aggettivi sono sempre meravigliosamente precisi, concreti, aiutano a definire i personaggi. Devo sicuramente a lui questa capacità di limitarmi con gli aggettivi".
Faccio l'avvocato del diavolo: letti oggi, non è che i racconti di Borges sono, come scrive lei stesso, troppo "cerebrali e freddi come cerchi"? E che, cito sempre lei, "nella sua prosa c'è qualcosa di inumano"?
"Sì, sono racconti perfetti, che provocano un certo distanziamento, malgrado siano scritti meravigliosamente. Ogni perfezione è inumana, perché la perfezione non è di questo mondo. E tuttavia, la prosa di Borges è perfetta, come, del resto, le sue poesie del periodo maturo. Lì c'è qualcosa di freddo, di lontano, se lo si paragona a Neruda, che è molto più vicino a noi, ma la poesia di Borges è indubbiamente grande poesia. La vera rivoluzione della lingua spagnola l'ha fatta lui, è forse il più grande scrittore che ha dato la lingua spagnola dopo i classici, ma questo non impedisce che il suo genio soffra, malgrado o forse a causa della sua impeccabile perfezione, di una certa inumanità. Però questa limitazione non c'era nella sua prosa, o nella squisita originalità della sua fantasia; c'era nella sua maniera di vedere e intendere la vita degli altri".
Forse per questo non amava il romanzo come genere e preferiva il racconto...
"È probabile che rifiutasse la tendenza realistica del romanzo, che è il territorio dell'esperienza umana totale, dell'intelletto e delle passioni, dell'istinto e della conoscenza, del fango della vita, e non accetta di essere confinato in forme puramente speculative e artistiche. Questa imperfezione congenita del genere romanzesco per lui doveva essere intollerabile. Invece il racconto, così breve e condensato, era il genere più adatto ai temi che lo spingevano a creare e che, grazie alla sua maestria, perdevano vaghezza e astrazione e si caricavano di attrattiva e perfino di drammatismo: il tempo, l'identità, il sogno, il doppio, l'eternità...".
E veniamo al Borges politico. Il suo appoggio alle dittature argentina e cilena gli ha creato molti nemici.
"Bisogna dire che era un ostinato individualista, allergico a ogni dottrina collettivista, come il fascismo, il nazismo o il comunismo. La politica lo annoiava, lo infastidiva. Anzi, la disprezzava. E tuttavia va sottolineato che fu sempre un tenace avversario di ogni nazionalismo e che, durante la Seconda guerra mondiale, si schierò a favore degli Alleati mentre molti, per esempio lo stesso governo argentino, avevano simpatie per i nazisti. Certo, il suo appoggio alle dittature non gli fa onore, ma ricordiamo che nasce da una profonda avversione nei confronti del peronismo, che aveva imprigionato per qualche giorno la madre e lo aveva degradato da bibliotecario a ispettore di pollai. Per questo i militari che abbatterono Perón gli sembrarono meritevoli, e nella sua testa apparivano migliori dei comunisti. Non so, poi, se fosse al corrente dei gravi delitti di cui si macchiavano i militari argentini e quelli cileni negli anni Settanta... Politicamente, era molto ingenuo. Quando è morto era considerato un uomo di destra, ma in fondo non lo era. Era interessato ad altre cose".
Secondo lei, è vero che non gli fu concesso il Nobel per ragioni politiche?
"A me alcuni accademici di Svezia dissero che, proprio nell'anno in cui stavano per concedere il Nobel a Borges, lui ricevette una decorazione da Pinochet, e questo provocò in loro molto disagio. Alla fine decisero di non dargli il premio quell'anno. Poi qualche tempo dopo Borges morì. Ma bisogna anche dire che il Nobel fu concesso a Neruda e a Miguel Ángel Asturias, che pure avevano ricevuto il premio Stalin, un premio non molto onorevole...".
Che eredità ha lasciato Borges? E la sua opera è ancora attuale?
"Forse il debito più importante che gli scrittori latinoamericani hanno con Borges è l'averli liberati da un complesso d'inferiorità che li rinchiudeva in un orizzonte provinciale, convinti di non potersi inserire nella cultura universale come poteva farlo un europeo o un nordamericano. L'altro enorme debito è l'avere lasciato come straordinaria eredità una lingua spagnola libera dagli eccessi retorici che l'hanno caratterizzata da sempre. Ha dimostrato che lo spagnolo era potenzialmente molto più ricco e flessibile, che poteva diventare lucido e logico come il francese e rigoroso e garbato come l'inglese. Perciò la sua opera non solo resiste al tempo, ma cresce con il tempo, sebbene resti uno scrittore che non può avere discepoli. Chi tenta di imitarlo fallisce, si trasforma in un piccolo Borges privo di indipendenza e incomparabile con il maestro. Non può avere imitatori: è uno scrittore unico, per stile, per tematica, per il suo esotismo. Insomma, la sua prosa è assolutamente fuori serie. Il miglior modo di omaggiarlo è leggerlo e scrivere cose molto diverse da quelle che scriveva lui".