Invia una pillola abortiva a una donna messa incinta dal marito violento: attivista polacca rischia tre anni di carcere
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni , dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuonile gravidanze indesiderate
Berlino. Da mesi Justyna Wydrzynska siede sul banco degli imputati in un processo inedito: è sotto processo in Polonia per aver aiutato una donna abusata dal marito a prendere la pillola abortiva. Potrebbe essere la prima vittima giudiziaria, in Europa, del neo-fanatismo antiabortista che si aggira per il continente e che punta a castrare la libertà delle donne. Se sarà riconosciuta colpevole, Justyna, attivista e co-fondatrice di "Abortion Border Initiative" - associazione polacca che, di fronte alle restrizioni al diritto di aborto aiuta le donne ad andare all'estero o a procurarsi il farmaco - rischia fino a tre anni di carcere.
La sua è una storia simbolo in un Paese che negli ultimi anni ha visto le libertà civili restringersi sempre di più e che per questo è più volte arrivato ai ferri corti con l'Unione europea. Anche sulla questione femminile. In Polonia vige un bando di fatto dell'aborto dall'…
Berlino. Da mesi Justyna Wydrzynska siede sul banco degli imputati in un processo inedito: è sotto processo in Polonia per aver aiutato una donna abusata dal marito a prendere la pillola abortiva. Potrebbe essere la prima vittima giudiziaria, in Europa, del neo-fanatismo antiabortista che si aggira per il continente e che punta a castrare la libertà delle donne. Se sarà riconosciuta colpevole, Justyna, attivista e co-fondatrice di "Abortion Border Initiative" - associazione polacca che, di fronte alle restrizioni al diritto di aborto aiuta le donne ad andare all'estero o a procurarsi il farmaco - rischia fino a tre anni di carcere.
La sua è una storia simbolo in un Paese che negli ultimi anni ha visto le libertà civili restringersi sempre di più e che per questo è più volte arrivato ai ferri corti con l'Unione europea. Anche sulla questione femminile. In Polonia vige un bando di fatto dell'aborto dall'autunno del 2020, da quando la Corte costituzionale ha deciso di consentirlo solo in caso di stupro o incesto. Resta un'unica, strana eccezione: la pillola abortiva, che di per sé non è vietata. Anche se chi aiuta una donna a procurarsela è considerato complice del suo aborto e per questo rischia la prigione. All'avvio del processo, ad aprile, Amnesty International ha definito le accuse contro Wydrzynska "scioccanti". L'esperta di Amnesty di diritti delle donne, Monica Costa Riba, ha accusato la Polonia "di voler reprimere deliberatamente" l'attivismo e ha invitato la procura a "far cadere immediatamente tutte le accuse" contro la donna. Non è servito a nulla: il procedimento va avanti. Abbiamo raggiunto Wydrzynska al telefono mentre si stava riprendendo dall'ennesima udienza del processo: la procura aveva appena cercato di aggravare l'impianto accusatorio presentando come prova un paio di interviste in cui l'attivista sostiene di non essersi pentita di aver aiutato una donna abusata dal marito. "Lo rifarei", sussurra al telefono. Non vuole rivelare il luogo da cui ci parla. "Preferisco non si sappia", spiega. Di questi tempi, chi difende i diritti delle donne in Polonia spesso non dorme sonni tranquilli.
Wydrzynska, perché ha aiutato una donna ad abortire?
"Perché me lo aveva chiesto, perché sono un'attivista e perché voglio sostenere le donne che fanno questa scelta. E soprattutto: perché il marito è un uomo violento e possessivo. La donna ci aveva contattati: voleva trovare il modo di andare all'estero per interrompere la gravidanza. Ma a un certo punto il suo compagno è venuto a sapere che aveva programmato questo viaggio e l'ha minacciata. Le ha detto che sarebbe andato dalla polizia, che l'avrebbe denunciata per l'intenzione di interrompere la gravidanza e l'avrebbe anche accusata di rapimento del loro bambino di due anni, qualora lo avesse portato con lei. Era veramente angosciata e temeva per la sua incolumità. Non c'era altra scelta: dovevo aiutarla".
Era stata violentata?
"Questo non lo so. So che è il marito è un uomo violento e possessivo, che le controllava le telefonate, i messaggi, le email, so che la seguiva, che la soffocava. E so cosa significa quando un uomo ti controlla così, quando è così paranoico. Ormai conosco l'effetto che fa sulle donne, so che è difficile per loro anche solo parlare. E infatti...".
Infatti ha intercettato anche la pillola che lei le ha mandato...
"Esatto. Siccome non poteva più andare all'estero, abbiamo deciso di sostenerla in un altro modo. Così le ho spedito per posta la pillola abortiva. A un un certo punto il compagno deve aver capito che qualcuno la stava aiutando e l'ha denunciata. Un giorno lei è tornata a casa e si è trovata tre agenti che le urlavano contro: c'era il bambino di due anni lì e lei voleva evitare che si spaventasse, forse. Insomma ha consegnato il pacco alla polizia. Sul plico non c'era il mio indirizzo, ma all'interno le avevo scritto il mio numero di telefono, in caso le servisse aiuto. E dunque mi hanno rintracciata subito. E in ogni caso è un bene che abbiano denunciato me, che sono un'attivista. Perché almeno io so come proteggermi".
Però lei adesso rischia tre anni di carcere.
"Sì, ma qui in Polonia c'è molta gente che aiuta le donne ad aggirare il bando delle interruzioni di gravidanza. D'altra parte c'è anche molta delazione: so di una madre denunciata per aver ordinato la pillola per la figlia, di un medico che ha consegnato una donna alla polizia che era stata ricoverata per una forte emorragia in ospedale dopo aver preso il farmaco. Insomma, il clima è molto pesante".
Come mai resta legale prendere la pillola abortiva nonostante il bando di fatto dell'aborto sancito dalla Corte costituzionale?
"La legge polacca è molto insidiosa perché criminalizza soprattutto chi aiuta ad abortire. L'interruzione di gravidanza è quasi bandita, se intendiamo quella eseguita da un medico. Ma chi prende una pillola può farlo legalmente. Deve farlo, però, rigorosamente da sola, senza "complici". Non sono molte le persone che vanno all'estero per abortire, noi ne abbiamo aiutate circa 1.600, quasi tutte nel secondo semestre di quest'anno. Le abbiamo portate in Germania, Austria, Regno Unito, Francia, Belgio. Ma sono moltissime quelle che si sono rivolte a noi per un aiuto di altro tipo: sono 40 mila".
Perché quest'accanimento da parte del governo?
"Al governo polacco non importa nulla delle nostre vite e della nostra salute, come dimostrano le tante donne morte dopo il bando della Corte costituzionale. Sono morte perché i medici sono stati costretti ad aspettare che i feti malati o malformati morissero, prima di intervenire. E se ne sono andate nel dolore e nella sofferenza nonostante si sapesse benissimo che i feti non avevano alcuna possibilità di sopravvivenza. Le loro morti erano totalmente evitabili. Al governo polacco non interessiamo minimamente come donne, come esseri umani. Vogliono solo che sia impossibile fare aborti".
Lei sapeva bene di rischiare...
"Certo. So che da questo processo potrebbe arrivare una condanna a tre anni di carcere, nella peggiore delle ipotesi. Peraltro la procura, dopo la prima udienza, ha preteso di aggiungere nuove prove al procedimento contro di me, ossia le interviste che ho concesso dopo l'avvio del processo. Sono colloqui in cui ho detto molto semplicemente che noi aiutiamo le nostre sorelle, che non me ne vergogno e che probabilmente rifarei la stessa cosa se mi ritrovassi nella stessa situazione. Penso anche che faccia parte della mia natura di aiutare altre persone. Soprattutto quando mi supplicano, come è accaduto in questo caso".
nelle strade di Cracovia (Getty images)
È vero che ci sono i cimiteri per feti in Polonia?
"Sì, ci sono in ogni cimitero. Quella di seppellire i feti lì è una decisione che spetta alle donne, in teoria. Ma a volte succede che gli ospedali conservino i feti anche se le madri hanno chiesto il contrario. E che organizzino veri e propri funerali. Nel mio paese, ad esempio, sono le organizzazioni cristiane a organizzare queste cerimonie, con tanto di prete, messa e tutto".
Questo avviene contro la volontà delle donne?
"Esattamente. Sono cerimonie simboliche che servono solo a colpevolizzare le donne, a umiliarle. Come se l'interruzione di gravidanza non fosse già di per sé un trauma doloroso".
Pubblicato sul Venerdì del 9 dicembre 2022