Trent'anni senza Gianni Brera, il giornalista che faceva arrabbiare il calcio
di Giuseppe Smorto , di Giuseppe SmortoC'è un signore in vestaglia nella sala stampa dei Mondiali di Mexico '86: ha un accredito al collo, è sceso dalla sua camera per dettare il pezzo al giornale. Intervistato quasi come un giocatore, che poi è quello che Riva e Mazzola hanno sempre raccontato di lui: Gianni Brera, il campione di giornalismo, in trasferta oscurava i campioni in campo. L'unico in grado di imporre la formazione all'allenatore di club o al ct, o di portarsi dietro 20 mila lettori, quando lasciò Il Giornale di Montanelli per Repubblica, nell'anno di grazia azzurra 1982.
C'è un signore in vestaglia nella sala stampa dei Mondiali di Mexico '86: ha un accredito al collo, è sceso dalla sua camera per dettare il pezzo al giornale. Intervistato quasi come un giocatore, che poi è quello che Riva e Mazzola hanno sempre raccontato di lui: Gianni Brera, il campione di giornalismo, in trasferta oscurava i campioni in campo. L'unico in grado di imporre la formazione all'allenatore di club o al ct, o di portarsi dietro 20 mila lettori, quando lasciò Il Giornale di Montanelli per Repubblica, nell'anno di grazia azzurra 1982.
Inseguito dai gangster
Al Mundial, promette: in caso di vittoria sul Brasile, metterà il saio dei flagellanti al suo paese, San Zenone Po, per San Bartolomeo. Puntuale, il Fondatore di Repubblica lo chiama quando è ancora sui banchi dello stadio a scrivere dei tre gol di Pablito. "Ora devi onorare la tua promessa". Ma per sua fortuna, la processione di agosto è stata abolita.
Due anni dopo (1984) Scalfari gli chiede di andare alle Olimpiadi di Los Angeles: Brera non può, dice che rischia la vita. In effetti, risulta ai bravi biografi come Claudio Rinaldi, direttore della Gazzetta di Parma, che Brera si era fidanzato con la donna di un pugile/gangster, durante una lunga trasferta americana nei primi anni 50. Oltre trent'anni dopo, ha paura di una vendetta. Il giornale però gli mette tre televisori nella casa alle Cinque Terre, e lui macina pezzi olimpici in canottiera senza mai uscire di casa. A fine Giochi Repubblica gli dà un premio.
In tempi che non ci sono più, Brera critica perfino la Roma di Liedholm, che ha vinto lo scudetto 1983. L'allenatore svedese racconta una volta che da giocatore aveva avuto l'applauso dall'intero stadio quando, finalmente, aveva sbagliato un passaggio. Ma per Brera il calcio di Liedholm è troppo dispendioso. Siamo nella terra dell'Ego, e con quali protagonisti: Carmelo Bene, che della Roma è innamorato, definisce "criminali" le teorie di Brera. Renato Nicolini, l'assessore più amato della capitale, riesce perfino a metterli di fronte in un dibattito. Il drammaturgo appare invasato, parla della marcatura a uomo, da Brera propugnata, come una caccia all'uomo "che esige, a bordo campo, uno staff di infermieri, tecnici, barelle, cani da guardia". Il giornalista non se ne cura, risponde quasi con scherno, ma quel giorno in Campidoglio solo tre persone in tutta la sala sono con lui: Sconcerti, chi scrive, e Fabrizio Bocca, che poi racconterà: "Brera non si spaventò, sembrava solo preoccupato che a sera non gli propinassero il vino dei Castelli". Finisce quasi in rissa, guadagniamo l'uscita sottovoce mentre a fondo sala si sentono ancora le invettive di Bene.
Rombo di tuono e maciste
Qualche anno dopo, sempre dalle colonne di Repubblica, Brera si prende un altro lusso: attaccare Arrigo Sacchi, l'uomo che ha riportato in alto il Milan, quella che all'estero è definita una delle più belle squadre di tutti i tempi. Sono passati oltre trent'anni, e Sacchi non dimentica: "Pur nel rispetto per il giornalista, io rispondo con quello che ho vinto. Lui scriveva che logoravo i calciatori: ma quanto sono durate le carriere di Tassotti, Costacurta, Baresi, Maldini? Prima della finale di Coppa dei Campioni con la Steaua, leggo ai giocatori un suo articolo: ragazzi, dobbiamo fare come dice lui? E Gullit si alza e risponde a nome del gruppo: "Mister, noi giochiamo come sappiamo fare noi". Brera diceva: primo, non prenderle. Ma io non le ho prese, le ho date".
A ottant'anni appena compiuti, Sandro Mazzola ricorda di quando andava di nascosto dal club a comprare il giornale per leggere il commento di Brera. "Lui aveva sempre ragione, ma il più bravo ero io". Rivera, almeno con Repubblica, di quel giornalista non vuole più parlare. Lui era l'abatino, il fighetto, "solipsista oltre ogni immaginazione". Per certi articoli, la madre di Rivera pianse e i tifosi bruciarono le copie del Giorno, dove allora Brera lavorava.
Oggi il calcio è spalmato e ha oscurato gli altri sport, non esiste un giornalista più famoso della sua testata, la partita dura giorni e l'odio si è fatto social. Sono vuote quelle notti raccontate da Gianni Mura, quando sul tavolo restano le briciole e qualche bottiglia, la luce è azzurra per il fumo e si parla per il piacere di parlare, perché comunque c'è una passione condivisa, 'sto porco pallone, Eupalla, la pelota. Quel tempo è finito, Brera resta intramontabile e atipico, per usar parole create da lui, i famosi neologismi. Ci sono tante sue espressioni che i più giovani non sanno di sapere. Si fa pretattica anche in politica. Gigi Riva sarà per sempre Rombo di Tuono. E quando in settembre, a 82 anni, se n'è andato Bruno Bolchi, capitano dell'Inter, il primo calciatore ritratto su una figurina Panini, tutti lo hanno salutato come Maciste. Indovinate un po' chi lo aveva battezzato così.
Sul Venerdì del 9 dicembre 2022