Al cinema "Il mio amico Massimo", dedicato a Troisi a 70 anni dalla nascita
di Angelo Carotenuto , di Angelo CarotenutoGerardo Ferrara era un ragazzino di 16 anni quando, una sera d'estate a Sapri, afferrò una di quelle sedie di plastica che si trovano agli spettacoli all'aperto, e scoprì che Massimo Troisi faceva ridere. Sarebbe diventato - molto tempo dopo - l'uomo che sull'isola di Procida andava in bicicletta al posto suo, la sua controfigura nel Postino, anzi di più, una spalla che gli rendeva leggera la fatica quotidiana del set. Il sosia che chissà quante volte sarebbe servito prima ("E tu mo' ti presenti?"). Si salutarono con una dedica sul libro di scena e la promessa di rivedersi a Sapri: "Così mi riposo. Tu me faje sta bbuono".
Alfredo Cozzolino era invece l'amico di infanzia che portò via la camera da letto a sua madre, serviva per le riprese di Ricomincio da tre, compresa la statua che nel film doveva far ricrescere una mano, sentendosi giustamente chiedere da lei: "E je stasera addo' dormo?&qu…
Gerardo Ferrara era un ragazzino di 16 anni quando, una sera d'estate a Sapri, afferrò una di quelle sedie di plastica che si trovano agli spettacoli all'aperto, e scoprì che Massimo Troisi faceva ridere. Sarebbe diventato - molto tempo dopo - l'uomo che sull'isola di Procida andava in bicicletta al posto suo, la sua controfigura nel Postino, anzi di più, una spalla che gli rendeva leggera la fatica quotidiana del set. Il sosia che chissà quante volte sarebbe servito prima ("E tu mo' ti presenti?"). Si salutarono con una dedica sul libro di scena e la promessa di rivedersi a Sapri: "Così mi riposo. Tu me faje sta bbuono".
Alfredo Cozzolino era invece l'amico di infanzia che portò via la camera da letto a sua madre, serviva per le riprese di Ricomincio da tre, compresa la statua che nel film doveva far ricrescere una mano, sentendosi giustamente chiedere da lei: "E je stasera addo' dormo?". Una dietro l'altra sono le voci che compongono un mosaico nuovo su Troisi, per molti versi inedito, nel documentario Il mio amico Massimo, regia di Alessandro Bencivenga, dal 15 dicembre al cinema con Lucky Red.
Tra due mesi saranno 70 anni dalla nascita. Il 2024 segnerà il trentennale della morte. Non c'è frammento del suo mondo che non abbia desiderio di ricordarlo. Un mondo che dal Big Bang Troisi si è espanso e poi si è frazionato, ha generato pianeti, qualche meteora, delle nuvole. A ottobre è passato alla Festa del cinema di Roma I magnifici 4 della risata (Roberto Benigni, Francesco Nuti, Massimo Troisi e Carlo Verdone), di 3D Produzioni e Luce Cinecittà in collaborazione con Rai Documentari, per la regia di Mario Canale. A febbraio è attesissimo Laggiù qualcuno mi ama, il lavoro di Mario Martone e Anna Pavignano, una produzione Indiana con Vision Distribution e Medusa Film.
"Il mio amico Massimo", l'omaggio al cinema per Massimo Troisi
"Io spero che l'indagine intorno a Troisi non finisca mai", dice Lello Arena, che in Il mio amico Massimo è una delle voci narranti. Cloris Brosca gli subentra nel racconto del periodo in cui smisero di frequentarsi con l'intensità degli anni della Smorfia. "Quando è morto", dice Arena, "pensavo di avere il compito di dover favorire la memoria di lui. Non ce n'è bisogno, perché Massimo non ha mai avuto bisogno dell'aiuto di nessuno. Ognuno ha il suo Massimo e tutti questi Massimi compongono il puzzle di una persona, non solo un artista, che ha rappresentato qualcosa nella vita di tanti".
Più preziosa e impegnativa dell'amore, ecco cos'era l'amicizia nel vangelo secondo Troisi. L'amico Massimo più sorprendente è quello che con il suo cerchio intimo progetta di scavare un tunnel fino alla banca più vicina. Dovevano aver visto molte rapine in molti film, ma dinanzi alla prospettiva di scavare con le mani, risponde che "la mente non si può stancare". Il Troisi più generoso è quello che accoglie la richiesta di una comparsa, una signora avanti negli anni che gli domanda se in scena lei non si possa vedere un poco di più, e allora se la mette di fianco, seduta a tavola, la chiama zia. Il Troisi più esigente è quello che dice a Massimo Bonetti di parlare in Le vie del Signore sono finite con "l'accento di uno che vive tra Frosinone e Alatri". Quello più poetico è l'uomo che confida a Renato Scarpa di non voler rimandare Il postino a dopo il trapianto, perché "voglio fare questo film con il mio cuore, non con il cuore di un altro". Il più segreto è quello che dopo tanti anni fa dire a Clarissa Burt che "le risate non mi mancano, mi manca il suo abbraccio", lei che racconta di quando rispose alla telefonata per l'annuncio della Coppa Volpi a Venezia ("saltavo sul letto dalla gioia, facevo la ragazza pon pon, ero così fiera di lui"), di non aver visto Il postino prima di 10 anni ("voleva farlo a tutti i costi e l'ha fatto a tutti i costi"), lei che ha un sospetto a proposito di Pensavo fosse amore invece era un calesse: "Nel film c'è un po' della nostra storia. Io credo che 'invece era un calesse' significa invece era Clarissa".
Ora che Massimo non c'è più e ciascuno fa i conti con i rimpianti, Lello Arena dice che con la Smorfia "non avemmo la percezione di aver cambiato il modo di parlare dei ragazzi napoletani. È oggi che si capisce quanto fossimo diventati bandiera dei timidi e degli emarginati, del minollo e del rostocco che non potevano salire sull'Arca, quelli che come Massimo non avevano voce in capitolo. Gli esclusi che non sapevano come un re decide che tu sia Cenerentola, solo perché ti entra una scarpa. Siamo stati un progetto di vita comune, cercando di coordinare le diversità enormi che esistevano tra noi, inadatti a qualunque pianificazione. Sbagliammo pensando di poter fare a meno l'uno dell'altro. Con Massimo non si litigava mai, ci si teneva dei musi lunghissimi per periodi enormi. La Smorfia ha il merito di avergli dato un luogo sicuro e felice in cui far crescere un animo così stratosfericamente delicato".
Eduardo li convocò per conoscerli e dire anche a loro: fujtevenne. "Ci invitò a essere napoletani sì, purosangue, ma fuori città, per tornare un domani e restituire qualcosa, pagare il debito di essere nati qui, dopo aver dimostrato altrove di non essere artisti cittadini, ma artisti e basta. Non so se questo significa fujtevenne. Credo volesse dire: non approfittate di essere napoletani, non cadete in tentazione".
A Napoli, alla fine, Arena è tornato per davvero. Dirige un teatro e insegna in un'accademia, in una città - dice - "diversa da come viene raccontata, dove ci sarebbero delinquenti e assassini ovunque, una città che i criminali li ha subiti e ha dovuto fare spettacolo con essi, quando di contro metabolizza tiranni, epidemie, invasioni, finanche tendenze e luoghi comuni su sé stessa. Ogni tanto mi dicono che non si trova un altro Troisi. Penso: meno male. Un miracolo non va ripetuto, ne va cercato uno diverso. Il Covid è stato un tappo. Cerchiamo anime fragili e diamo una chance a chi potrebbe smarrire il talento. È così che ricordiamo Troisi. Ogni giorno sul territorio, da vicino, sporcandoci le mani".