Cartoline dai mondiali del Qatar
di Gianni Riotta , di Gianni RiottaDoha (Qatar). "Guarda la gente in strada, sui viali verso lo stadio, all'ingresso della linea Metro, lanciata nel 2019 e chiamata, ovviamente, Oro. Qui puoi classificare tutti secondo una gerarchia sociale. In alto, eleganti nel bianco di thobe e dishdash tradizionali, gli uomini legati alla famiglia dell'emiro Tamim bin Hamad Al Thani, sicuri di sé, Mercedes o Bentley. Poi, giù nella piramide, ma sempre in alto, clan e famiglie dei cittadini del Qatar. Nel Paese vivono meno di due milioni e ottocentomila persone, ma solo 313.000 hanno passaporto dell'emirato e contano.
I qatarioti non vicini a politica e business, sono l'ultimo strato del vertice, vezzeggiati con prestiti a interesse zero. Poi gli "expats", americani e britannici che, per radici coloniali, pesano più. Quindi gli europei, tedeschi, olandesi, italiani. In qualunque ministero un dirigente usa un tono diverso con ciascuno di loro. Un gradino sotto egiziani, arabi, indo…
Doha (Qatar). "Guarda la gente in strada, sui viali verso lo stadio, all'ingresso della linea Metro, lanciata nel 2019 e chiamata, ovviamente, Oro. Qui puoi classificare tutti secondo una gerarchia sociale. In alto, eleganti nel bianco di thobe e dishdash tradizionali, gli uomini legati alla famiglia dell'emiro Tamim bin Hamad Al Thani, sicuri di sé, Mercedes o Bentley. Poi, giù nella piramide, ma sempre in alto, clan e famiglie dei cittadini del Qatar. Nel Paese vivono meno di due milioni e ottocentomila persone, ma solo 313.000 hanno passaporto dell'emirato e contano.
I qatarioti non vicini a politica e business, sono l'ultimo strato del vertice, vezzeggiati con prestiti a interesse zero. Poi gli "expats", americani e britannici che, per radici coloniali, pesano più. Quindi gli europei, tedeschi, olandesi, italiani. In qualunque ministero un dirigente usa un tono diverso con ciascuno di loro. Un gradino sotto egiziani, arabi, indonesiani, filippini, Sud Est asiatico, Bangladesh, India, Pakistan, fino a Nigeria, Senegal, colletti bianchi e blu. Dalla casa regnante all'edile che fatica allo Stadio 974, montato con 974 container, il prefisso del Qatar, ognuno ha il suo posto, marcato da sguardo, vestito, salario, voce. Era così anche a Londra, Parigi, Firenze, ai tempi di Dante, ma vivere nel feudalesimo impressiona" mi spiega un manager da sempre in Qatar.
Il canto dei giapponesi
Non c'è tifo popolare al Mondiale nel deserto. Gli Stati Uniti hanno contato sui militari del Centcom, comando strategico che da Doha monitora Medio Oriente e Oceano Indiano, 60.000 uomini e donne che si son sgolati per i volenterosi giocatori USA. I marocchini hanno mobilitato i lavoratori e via via reclutato gli orfani dei Paesi musulmani eliminati, Tunisia, Arabia Saudita. Non i qatarini, indifferenti al campionato, in tribuna d'onore solo per le formalità di rito. Con i voli low cost arrivano argentini, qualche brasiliano, inglesi e francesi contano sugli expats di stanza in Qatar. I giapponesi cantavano un coro struggente.
Nel souq del virtuale
Il luogo in cui la torcida si raccoglie è il Souq Waqif, bazar di Doha. Tappeti kilim multicolori, botteghe con spezie e cibo libanese, mezeh e hummus. Il puzzo vi guida verso le trattative su capre, montoni e cammelli. Vi perdete per le viuzze e l'Orientalismo, il fascino dell'Est sull'Ovest raccontato dal critico palestinese Edward Said, stordisce con gli afrori soffiati dal vento Shamal, maestrale dal deserto. Peccato sia tutto falso, tranne lo Shamal.
In passato, su questa landa, mercanti beduini contrattavano cammelli e ovini, qualche sella, tende, sacchi di granaglie, nel 2003 un incendio distrusse gli ultimi padiglioni. Allora si costruirono, come una quinta di Hollywood, il dedalo di strade, edifici "antichi" in pannelli prefabbricati, la strada degli artisti dove la pittrice Issa Awad compone trompe l'oeil con oasi e palme. Nulla nasce prima del XXI secolo, ma gli sportivi in polo che fumano il narghile hooka, mandando giù con limonata alla menta pollo grigliato e pane arabo caldo di forno, non lo percepiscono. Credono di vivere la loro esperienza Falsa-Reale dell'Oriente, come chi si immerge nella Virtual Reality dei computer, dove l'Artificiale è Naturale.
Una preghiera
"Erano là, nell'ordine arido del deserto, dove tutto è possibile, dove si cammina senza ombra, sul filo della propria morte. Gli uomini blu avanzavano sul sentiero invisibile verso Smara, le creature più libere al mondo": il frate europeo sorride. "Conosce questa citazione del Nobel Jean-Marie Gustave Le Clézio? Viene dal romanzo Deserto e le spiega tutto, mi creda". Il padre, che chiede di non esser nominato, opera in questi mesi nella zona residenziale che le autorità definiscono "Area Religiosa", ma gli impiegati filippini indicano sorridendo come "Città della Chiesa".
In Qatar le fedi estranee all'Islam non sono libere e si rifugiano dunque in questo quartiere, si dice Messa alla parrocchia Nostra Signora del Rosario (parroco il sacerdote filippino Rally Gonzaga, con undici confratelli), ma di venerdì, giorno sacro dei musulmani, con speciale licenza del Papa. Il monaco guarda i fedeli allegri, e ritorna all'austero Le Clezio: "Non solo il calcio, ma l'intera vita del Qatar capovolge ormai il rapporto con il deserto. Era, nella teologia monoteista, il luogo dove la solitudine concedeva agli eremiti verità e libertà, Vox clamantis in deserto di Giovanni Battista. È diventato, come predica il gesuita Adolfo Nicholas, metafora "della nostra superficialità globale"".
Moquette vegetali
"Il deserto? Non è una metafora!" ride il giardiniere ragazzo, originario di Kherala, che irriga le aiuole intorno alla Biblioteca Nazionale, nel distretto Città dell'Educazione, rigorose linee trasformate in pilastri flessuosi dal giornalista, maturato in architetto, Rem Koolhaas. "Se non bagni il prato tre volte al giorno, se non curi piante e fiori, arriva la sabbia, prima un velo, poi una manciata, infine una zolla intera. Il verde è estraneo qua. In tv brillano i campi del calcio, mi creda, son moquette vegetali".
Alla corte di Timur
Cosa c'è dunque di vero al Mondiale? Di certo i capolavori, meravigliosi, al Museo di Arte Islamica, vetrate aperte verso il mare, da cui i pescatori poveri, prima di petrolio e gas, strappavano, sfiancandosi timpani e polmoni, le perle, sola ricchezza della costa, oltre ai dhow, le antiche barche del Golfo, oggi usate in crociere kitsch. Un folio del Corano più grande del mondo arriva dalla favolosa Samarcanda, XV secolo, calligrafia scuola Muhaqqaq. L'opera monumentale fu composta per la corte di Timur, sfogliarla era un'impresa e così Ulugh Beg, nipote di Timur, fece allestire il colossale podio di pietra che ancora sfida il tempo dal cortile della Moschea Bibi Khanum. Dalle vetrine luccicano spade e sciabole con cui la cavalleria islamica domò la cristianità, monili per gli harem, copie miniate del Corano, disegnate in Spagna, Sicilia, Nord Africa e via via ad est, fino ai confini della Cina.
La rosa nel deserto
Ogni meraviglia della Biblioteca Nazionale e del Museo di Arte Islamica viene da lontano, non concepita, custodita, tramandata tra le dune in Qatar. Per trovare la tradizione qatariota serve avventurarsi fino al Museo Nazionale, creato con le sfaccettature da "Rosa del deserto", i cristalli di gesso color ocra, souvenir amato dai turisti, dall'atelier Jean Nouvel. "Rappresentare l'eredità del Qatar" spiega la guida, severa in tunica thobe immacolata, "è la nostra missione", e vedrete pastorizia, allevamento, nomadismo del passato.
L'emiro al Thani ha idee diverse, sa che petrolio e gas esauriranno la loro potenza nel secolo in corso, vuole trasformare il regno in landa per il futuro, schermo su cui proiettare il mondo a venire. Senza nulla, o poco, mutare però del dominio feudale, giusto colorandolo di grattacieli, schermi pixelati, nastri semoventi per i pedoni.
Sfida all'ultimo cono
La scena a Westbay, Doha, in una gelateria Baskin-Robbins, catena USA fondata nel 1945 in California che, con i suoi 1.000 gusti, fu dessert di American Graffiti. Sera dopo le partite, lunga coda, occidentali dello staff Mondiale, tute blu e zainetto ton sur ton, reporter, cameramen, tanti lavoratori immigrati, mamme, bambini. Parcheggia il Suv grigio di un giovane qatariota, aristocratico per portamento e sfavillante Vacheron Constantin al polso. Senza un pensiero, supera la fila, getta con sufficienza una banconota sul banco di acciaio e ordina un cono.
Il gelataio, solerte, si accinge a servirlo quando un inviato americano di mezza età, credenziali luccicanti al collo, circa dal terzo posto della coda, si avvicina e dice calmo: "Comprendo che il signore non rispetti la precedenza e che né lei, né gli altri clienti vogliano, o possano, obiettare. Io sì, quindi lei torni indietro, se non dietro tutti, certo dietro me". Il commesso dà fuori di matto all'insubordinazione, il ricco cliente sibila: "In casa nostra lei seguirà le nostre regole e cultura". Il cronista yankee non molla: "Se invitate un ospite dovete rispettarlo voi".
Le voci si alzano, il giornalista serafico si attesta: "Chiamate la polizia, arrestatemi, qui ci sono bambini che aspettano il gelato". Improvvisamente negoziante e signore qatarino comprendono di star creando un incidente. Qualcuno dei ragazzi in tuta filma con il cellulare, l'uomo si fa da parte, l'inviato offre il gelato ai piccoli che aveva davanti, dalla coda parte un timido applauso. Il mattino dopo, l'addetto di Baskin-Robbins confessa: "Senza il Mondiale, quell'americano lo portavano dentro come ubriaco e poi toccava all'ambasciata tirarlo fuori. Qui le cose vanno così e basta, capito?".
La nazionale peggiore
Alla Biblioteca del Qatar potete entrare, prendere dagli scaffali lucenti i libri desiderati, un sistema digitale ve li fa trovare subito, e consultarli. A casa li portano invece solo i cittadini. Un vecchio "pallone tv" anni 70, con le chiazze nere, domina la sala, e una mostra narra la storia del calcio in Qatar, prima partita di campionato, con la Lega nata nel 1960, a vantarsi da locandine scolorite "Campo di Vera Erba!". Nel 1973 arriva Pelè, con il Santos, per un'amichevole e, finita la cavalcata contro la Corea del Sud, il Brasile 2022 ricorda con uno striscione il campione, in gravi condizioni.Dalle scale mobili della metropolitana, vi sorridono le facce ingenue della Nazionale di casa, forse la peggiore del calcio moderno, subito eliminata. "Nacque nel 1970" mi spiegano in Biblioteca "primo torneo Gulf Cup, contro il Bahrain".
Un ospedale per falchi
Lo sport nazionale è la falconeria, forse la più affascinante tradizione in cui i tifosi in bermuda si imbattano. Federico II di Sicilia, Stupor Mundi, abolì la barbara abitudine di cucire le palpebre dei falchi per non spaventarli, sostituendola con il cappuccio di cuoio, ancora in uso. Al Souq Waqif ne potete comprare uno per 5.000 euro, "sono da casa" spiega il falconiere "quelli da competizione sfiorano il mezzo milione". Un torneo giovanile funge da esibizione (solo maschi in campo fra gli uomini, invece i rapaci di entrambi i sessi), l'animale libera gli artigli dal guantone di protezione, gli organizzatori schiudono la gabbia alla preda, di solito una timida otarda, il falco le piomba addosso e la liquida in un turbinio di piume, il volo rapido assegna punti e penalità.
"Il falco pellegrino è diverso dal girifalco, uno colpisce in volo, l'altro a terra. Ci sono uccelli lodati per la vista, altri per la velocità, ne provi uno signore!" invita il custode. No, grazie, meglio visitare il Souq Waqif Falcon Hospital dove i nobili animali vengono curati da veterinari in camice, i becchi affilati, le zampe rese aguzze.
Meglio il silenzio?
Abbattano o no San Siro a Milano, il sindaco Sala ne ha copia, davanti allo stadio Al-Khalyyfa, Doha. Simulacro della Scala del calcio, riprodotto per i selfie dei tifosi. "L'illusione è impossibile, perché il reale è impossibile... il simulacro non cela più la verità, la verità nasconde se stessa, solo il simulacro è vero" medita il filosofo Jean Baudrillard in Simulacri e simulazioni del 1981. Il Mondiale di Calcio in Qatar 2022 è testimonianza perfetta per il pensatore francese, nulla di reale, tutto posticcio, perfino le violazioni dei diritti negate non solo dai despoti e dai loro attaché nei media, ma anche da intellettuali europei, vedi il popolare fisico Carlo Rovelli, perché se anche gli occidentali hanno perseguitato in passato, ogni denuncia è da considerarsi ipocrita, meglio il silenzio. Come nel deserto.
Niente arcobaleno
I calciatori tedeschi con la mano sulla bocca, gli iraniani non cantando l'inno, ministri e turisti con i colori LGBTQ+ (le guardie solerti han sequestrato una bandiera brasiliana del Pernambuco, dai sospetti colori arcobaleno) hanno rotto le complicità. Basta? No, ma meglio che la violenza oppressiva locale e la casuistica di casa nostra.
Dal cammello all'asino
Chi voglia capire il mondo a venire, infine, non può che appassionarsi al primo Mondiale in autunno. Il business globale, l'ansia dei regimi, il tifo spontaneo, le imprese sportive, i militanti dei diritti e l'umanità degli immigrati, al lavoro a 30 gradi in dicembre per mandare un bimbo a scuola in Bangladesh, curare una mamma in Tanzania, costruire il secondo piano di una casetta nelle Filippine. Un proverbio della penisola arabica recita: "Mio nonno andava in cammello, mio padre andava in cammello, io vado in Mercedes, mio figlio in Land Rover, mio nipote andrà a dorso d'asino".
Attribuita allo sceicco degli Emirati Rashid bin Saeed al Maktoum, la massima indica il terrore dei governi, che dopo il boom di gas e petrolio, il futuro riporti deserto e miseria sui grattacieli. Emiri e immigrati condividono il dilemma strategico, il resto del mondo, oltre Fifa e pallone, a Washington, Pechino e Mosca lo pondera, perché lo spettro dell'asino sulle dune dirà tanto della vita dei nostri nipoti.
Sul Venerdì del 16 dicembre 2022