Come ha fatto Giuseppe Conte a diventare di sinistra
di Nicola Mirenzi , di Nicola MirenziPer Nicola Zingaretti era "il punto di riferimento fortissimo di tutte le forze progressiste". Oggi è l'incubo della sinistra italiana. Da alleato, Giuseppe Conte è diventato un competitor, soprattutto dopo le elezioni del 25 settembre. Il suo partito cresce nei sondaggi sulla pelle della sinistra. E nel Pd lo guardano come il capo di un esercito di barbari all'assalto di tesori, simboli, voti, influenza, pezzi di popolo. "Conte", mi dice un alto dirigente del Partito democratico, "ci sta mettendo di fronte a un dramma storico". Quello di guidare o essere guidati.
Rimanere protagonisti o diventare subalterni. Il congresso per la scelta del nuovo segretario Pd - concordano sottovoce i dirigenti - si terrà intorno a una domanda brutale: "Si può lasciare la storia della sinistra italiana in mano a Conte?". Lui - il fu avvocato del popolo, il neo difensore dei poveri cristi - ce la sta mettendo tutta per espropri…
Per Nicola Zingaretti era "il punto di riferimento fortissimo di tutte le forze progressiste". Oggi è l'incubo della sinistra italiana. Da alleato, Giuseppe Conte è diventato un competitor, soprattutto dopo le elezioni del 25 settembre. Il suo partito cresce nei sondaggi sulla pelle della sinistra. E nel Pd lo guardano come il capo di un esercito di barbari all'assalto di tesori, simboli, voti, influenza, pezzi di popolo. "Conte", mi dice un alto dirigente del Partito democratico, "ci sta mettendo di fronte a un dramma storico". Quello di guidare o essere guidati.
Rimanere protagonisti o diventare subalterni. Il congresso per la scelta del nuovo segretario Pd - concordano sottovoce i dirigenti - si terrà intorno a una domanda brutale: "Si può lasciare la storia della sinistra italiana in mano a Conte?". Lui - il fu avvocato del popolo, il neo difensore dei poveri cristi - ce la sta mettendo tutta per espropriargli miti e riti. Scende in piazza per la pace con le bandiere arcobaleno. Va a braccetto con Maurizio Landini contro la manovra di Giorgia Meloni. Presenzia al congresso dell'Arci. È con i disoccupati a Scampia. Con i senza tetto a Milano. I sottoccupati a Torino. I disperati a Bari e a Palermo. Ovunque ci sia un emarginato della periferia d'Italia, lui accorre a dare conforto come la Santa madonna pellegrina. Questo il nome in codice dell'operazione. E ci si chiede come abbia fatto quest'uomo di 58 anni, la cui ultima dichiarazione dei redditi prima di fare il presidente del Consiglio ammontava a 380 mila euro, a diventare il campione dei diseredati, un mondo che un tempo si specchiava nei partiti ufficiali del movimento operaio e oggi è ammaliato dal suo essere borghese.
Dalla Puglia col mito di Roma
Il giorno in cui lo incontro, nella sede del Movimento 5 Stelle, mi fa aspettare per circa un'ora davanti alla porta del suo ufficio, dal quale entrano ed escono in continuazione collaboratori che ordinano sushi per pranzo e lo chiamano con solennità "il Presidente". "Il Presidente ha ricevuto una telefonata importante". "Il Presidente ha bisogno ancora di altri cinque minuti". "Il Presidente si scusa per l'attesa". Le sedie gialle. Alle pareti poche foto di alcune eroiche manifestazioni grilline: piazza San Giovanni, il Circo Massimo. Non fosse per queste rare immagini, potrebbe essere lo studio di un architetto, di una start up, o forse anche di un dentista. Proprietà di un partito alleggerito dal peso della Storia. Con una tradizione breve. Privo di testi da venerare. Ma con uno staff che prepara sistematicamente ogni dettaglio. Ogni intervista. Ogni ospitata tv. Ogni intervento.
Giuseppe Conte è apparso così all'Italia, il primo marzo del 2018, accanto a Luigi Di Maio: senza connotati politici. Candidato ministro alla Pubblica amministrazione. Un tecnico scelto per scacciare l'immagine del Movimento degli incompetenti. "Giuseppe Conte ha un ruolo molto ambizioso" disse Di Maio presentandolo. Senza poter sospettare come sarebbe andata a finire tra i due: lui nemmeno rieletto in parlamento, Conte capo di un Movimento 5 Stelle trasformato in un partito semi personale.
Quando Alfonso Bonafede andò a dirgli che voleva presentarlo al Movimento, dopo le elezioni del 2013, Conte disse subito come stavano le cose: "Alfonso, sia chiaro che io non ho votato per voi". Era amico di Maria Elena Boschi. Fu lei a presentarlo a Matteo Renzi, a metà del 2013, al ristorante "il Sanlorenzo", a Roma, vicinissimo allo studio dell'avvocato Alpa, anch'egli presente al pranzo. Un uomo sotto il cui magistero Conte è cresciuto dal punto di vista giuridico e antropologico. Non si presero, né allora né mai, Renzi e Conte. Invece con Bonafede, sì. Era un assistente all'università di Firenze, dove Conte faceva il professore. Uno dei pochi docenti che non guardava i grillini dall'alto verso il basso. Come un vecchio barone. Per questo, quando i 5 Stelle si misero alla ricerca di gente che sapesse qualcosa, Bonafede andò da lui e gli disse: "Professore, le andrebbe?". Ecco l'intuizione originaria. La scintilla dell'ascesa che oggi può culminare al vertice della sinistra. Senza che peraltro Conte con la sinistra abbia mai avuto niente a che fare. Scenario al cui delinearsi alcuni nel Pd perdono il sonno. Altri invece bramano.
"Alla parola sinistra preferisco il concetto di progressismo" dice Conte quando mi fa accomodare su uno dei due divani del suo ufficio, collocati all'angolo opposto della sua scrivania. È in giacca e cravatta. Non con il golf a collo alto che usa nel tour tra le periferie d'Italia. "Perché la sinistra" spiega "ha varie anime. Sceglierne una, esclude le altre. Mentre l'idea del progressismo include tutti coloro che desiderano una chiara alternativa alle forze conservatrici. Chi lotta contro lo status quo, chi combatte le disuguaglianze, chi è per la giustizia sociale e ambientale. Progressista è l'urto che trasforma la società. Quella è la mia parte. Chiaramente alternativa alle destre".
Sostiene il professor Domenico De Masi, sociologo da tempo amico dei 5 Stelle, di aver "obiettato a Giuseppe" che alle destre si contrappongono più chiaramente le sinistre e che ""progressista" non significa nulla politicamente, perché frutto del progresso è sia il vaccino, sia la bomba atomica. Non è una vera scelta di campo". Ma niente. Non è riuscito a convincerlo. La destra e la sinistra non sono mai state le coordinate mentali di Giuseppe Conte.
Cresciuto al cattolicesimo democratico, in rapporti con il collegio di Villa Nazareth, dove non ha studiato, ma ha lavorato dopo la laurea, facendo la conoscenza del cardinale Silvestrini, Conte è stato ragazzo tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli 80. Le febbri politiche dei tempi, sia parlamentari, sia extra, non lo hanno sfiorato. Niente gruppi organizzati. Nessuna militanza. Né radio libere o pazzie. Ha studiato al liceo classico San Marco in Lamis, provincia di Foggia. Figlio di una maestra elementare e di un segretario comunale che ha accettato di lavorare a San Giovanni Rotondo per la devozione a Padre Pio. Una passione di famiglia che fece dire allo zio, quando giunse a Palazzo Chigi, che "Padre Pio è al governo", vivo "nello spirito di Giuseppe".
Il quale, alla prima intervista da Vespa, tolse l'immagine del santo dal taschino. Devoto tra i devoti. Aveva il mito di Roma, Conte. I suoi insistettero per farlo andare a studiare a Milano. Dove già studiava, Giurisprudenza, la sorella. Per risparmiare un po'. Lui, niente: voleva Roma. La immaginava centro del mondo politico e culturale. Era indeciso solo sul da farsi. Mi racconta: "In primavera mi immaginavo ingegnere. A giugno volevo fare Filosofia, ma non vedevo sbocchi. Perciò, a luglio, scelsi Legge".
Letteratura, in particolare russa, filosofia, poesia: Conte dice di aver letto di tutto. Ma i tre nomi di autori che fa quando gli chiedo una preferenza sono "Calvino, Saramago, Borges". Non li aveva ancora letti tutti quando arrivò a Roma, in uno di quei treni che partiva dal Sud e non si sapeva quando arrivava. Si era già fatto buio quel giorno. Eppure, appena scese alla stazione andò subito a cercare il Colosseo. Quando lo vide, si lasciò cadere sul prato a contemplarlo estasiato. Un tratto di romanticismo provinciale che conserva nell'autoracconto dell'estraneità ai poteri forti. Agli apparati del comando. Alla capitale dell'oligarchia.
Per pochi mesi, Conte ha vissuto in periferia, in un appartamento con altri studenti meridionali: la Rustica, allora un postaccio a Roma Est, poi un'altra casa sulla Portuense e una a San Lorenzo, il quartiere dell'Autonomia operaia romana e di tutto il magmatico mondo della sinistra antagonista. Mentre iniziava il riflusso, Conte all'università si occupava della disaffezione dei giovani dalla politica, con un saggio dal titolo Oggi non posso, ho un disimpegno. Gli chiedo per chi votasse ai tempi. Ci pensa un po' se dirlo oppure no. Insisto. "E va bene: ho votato una volta per il Partito radicale. In seguito per il Partito comunista di Enrico Berlinguer, di cui ammiravo stile e integrità morale. Ma ero anche attratto dal progetto di Ciriaco De Mita e dei professori indipendenti".
Baciato dalla fortuna
Nel venticinquesimo capitolo del Principe, Niccolò Machiavelli affronta l'enorme questione della fortuna e del posto che occupa "nelle cose umane". Ne conclude che "la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre", mentre "l'altra metà, o presso" - cioè, meno - la lascia governare agli uomini. E cosa sarebbe Conte senza la dea fortuna? Ottenne la presidenza del Consiglio del governo gialloverde dopo il ballottaggio con Giulio Sapelli, nel marasma generato dalla vittoria di 5 Stelle e Lega, nel marzo del 2018, dopo 88 giorni di stallo. Luigi Di Maio e Matteo Salvini infine accettarono che né l'uno né l'altro potessero andare a capo del governo. Allora serviva una figura terza. Un profilo di garanzia.
La scelta cadde su Conte, il meno connotato politicamente. Un leader generato dalle circostanze. Le stesse che lo misero in sella la seconda volta, nel governo giallorosso. Solo che in questa occasione, nel frattempo, c'era stato un clamoroso discorso in Senato contro Matteo Salvini che reclamava i "pieni poteri". Fermo nei toni. Feroce nei contenuti. Micidiale nella prossemica. Conte in piedi, Salvini seduto, piegato, sotto, quasi a pararsi dai colpi. "Fu in quel momento" mi racconta Goffredo Bettini "che Conte, fino ad allora una figura senza particolari asprezze, tirò fuori la propria stoffa e l'accenno di un profilo politico. Mostrando di essere capace di combattere, di misurarsi con la durezza della battaglia. Mi colpì quel discorso che sembrava una requisitoria. Ascoltandolo, realizzai che aveva del talento". Storico dirigente comunista, ideatore del Pd, il teorico più coerente dell'alleanza Pd-5 Stelle, Bettini si trovava allora nel suo rifugio in Thailandia. Sopportava lunghissime telefonate intercontinentali. E si può dire che Conte, complici le tariffe telefoniche alle stelle, fu uno dei due uomini che lo indussero a tornare in Italia. L'altro era Nicola Zingaretti, suo vecchio amico e segretario del Pd.
L'eroe degli emarginati
Quando mi sta per congedare, Conte racconta che di recente è tornato sui campi da tennis. Per questo è abbastanza in forma, nonostante la vita che fa. L'ha sorpreso quant'è cambiata la tecnica di gioco durante la sua assenza dai campi. Ai suoi tempi, si colpiva la palla di piatto, sia col dritto sia col rovescio. Ora tutti giocano con il topspin. Colpendo la pallina dal basso verso l'alto con un innaturale movimento del polso. "Così. Guardi. Pam". E compie un gesto circolare con il braccio destro, nel suo anti atletico completo blu, eseguendo senza racchetta il colpo che dà alla palla un effetto isterico appena tocca terra. "Mi sono dovuto adeguare, altrimenti mi avrebbero preso a pallate". Ecco una delle sue virtù politiche più spiccate: la capacità di adattarsi velocemente alle circostanze.
Numero tre del suo primo governo, di cui ancora gli rimproverano i Decreti sicurezza, Conte diventa con la pandemia il comandante in capo della nazione ferita. Il Paese ha bisogno di certezze, lui gliele dà con i Dpcm e i messaggi a reti unificate. La Patria si stringe intorno alla sua guida, nonostante l'alto numero di morti che si contano. Il genio comunicativo di Rocco Casalino costruisce il "modello Italia". Il rapporto tra i due è un incastro psicopolitico fondamentale per capire quello che è accaduto. Perché Conte è per Casalino il "padre perfetto" che lo riconcilia con la tormentata figura paterna. E Casalino è per Conte il Virgilio che lo conduce nell'inferno dello spettacolo politico contemporaneo, dove vige la regola della rappresentazione, non quella della rappresentanza. Splendore del cinismo strappalacrime. Quello che il pubblico desidera. Post ideologico ben prima - e più - di ogni partito.
Il capolavoro politico di Conte, però, è la campagna elettorale estiva. Ancora una volta usando a proprio vantaggio gli errori degli altri, in particolare del Pd. "Se avessimo stretto l'alleanza allora" ragiona oggi qualche dirigente "difficilmente Conte sarebbe cresciuto così tanto". Il rapporto sarebbe rimasto da superiore a inferiore. Invece, l'arco costituzionale lo emargina come killer del governo Draghi, credendo di farlo fuori. Lui usa la scomunica per riemergere eroe di tutti gli emarginati, alzando una barricata sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del primo Movimento 5 Stelle, diventato pienamente suo nella difesa da chi lo vorrebbe cancellare. In primavera era dato per spacciato, il 25 settembre trionfa con il 15 per cento, 4,3 milioni di voti: meno della metà di quelli che aveva preso il Movimento nel 2018, 10,7 milioni. Magia delle aspettative. Oggi nei sondaggi è saldamente secondo partito.
Ancora lontano, pur insieme al Pd, dal contendere la maggioranza alla destra. Ma di questo, al momento, né lui né altri si curano. Nella sua ditta, il fondatore, Beppe Grillo, è sparito. In più, nessun dirigente può fargli ombra. Tutti eliminati dalla regola dei due mandati. Il Movimento 5 Stelle è ufficialmente suo.
Il papa straniero
Tutta pre-politica è, invece, la sua capacità seduttiva. Fenomeno che nel pop-trash ha creato l'ebbrezza delle "Bimbe di Conte", mentre nelle psicologie novecentesche è giunta fino all'altezza di sua maestà Massimo D'Alema. La fiducia che ha in se stesso è priva di dubbi. Anche se è capace di esitare ore prima di prendere una decisione definitiva. Sfinendo anche uno come Dario Franceschini che, a volte, si sfogava disperato: "Io non lo reggo più".
Ma una volta che decide, Conte va fino in fondo senza tentennamenti. In certi attimi, sul volto gli si apre un sorriso che ricorda quello di Silvio Berlusconi. Ma a differenza di Silvio, in lui la seduzione è sottintesa nel garbo, nell'attenzione, nello stile. C'è chi spiega il fascino che ha esercitato nei dirigenti di sinistra, molti dei quali l'avrebbero voluto e lo vogliono ancora leader, con la sindrome del Papa Straniero. Chi la spiega con la disperazione. Altri ancora con l'illusione che egli dà, quella di essere un leader condizionabile. Invece non è così. Conte si fa dettare la linea solo da se stesso. E la sinistra, che era partita con l'idea di educare i 5 Stelle, esercitando pian piano la propria egemonia, sta finendo per esserne egemonizzata. Con il supremo dettaglio che Conte non ha mai osato citare Gramsci. Eppure, pare lo applichi alla grande.
Sul Venerdì del 16 dicembre 2022