Fare i regali (non solo a Natale) fa bene alla salute: lo dice la scienza
di Giuliano Aluffi , di Giuliano AluffiQuesto Natale, quando qualcuno vi farà un regalo inatteso, guardatelo con un pizzico in più di curiosità: l'esistenza stessa degli altruisti è un rompicapo per gli studiosi dell'evoluzione. Ce ne sono di autorevoli, come gli psicologi evolutivi Leda Cosmides e John Tooby, che ritengono l'altruismo un retaggio inattuale, e controproducente, di un passato preistorico in cui poteva avere senso, e molti altri che sospettano la presenza sottopelle di un Mister Hyde egoista, desideroso di applausi o anche solo di provare il piacevole brivido del benefattore, in ogni Dottor Jekyll che si prodiga per gli altri con apparente sacrificio.
"Che l'altruismo faccia bene non solo a chi riceve, ma anche e soprattutto a chi dà non è solo una suggestione: è un fatto convalidato dalla scien…
Questo Natale, quando qualcuno vi farà un regalo inatteso, guardatelo con un pizzico in più di curiosità: l'esistenza stessa degli altruisti è un rompicapo per gli studiosi dell'evoluzione. Ce ne sono di autorevoli, come gli psicologi evolutivi Leda Cosmides e John Tooby, che ritengono l'altruismo un retaggio inattuale, e controproducente, di un passato preistorico in cui poteva avere senso, e molti altri che sospettano la presenza sottopelle di un Mister Hyde egoista, desideroso di applausi o anche solo di provare il piacevole brivido del benefattore, in ogni Dottor Jekyll che si prodiga per gli altri con apparente sacrificio.
"Che l'altruismo faccia bene non solo a chi riceve, ma anche e soprattutto a chi dà non è solo una suggestione: è un fatto convalidato dalla scienza" spiega il bioeticista Marco Annoni, ricercatore al Cnr e coordinatore del Comitato etico della Fondazione Umberto Veronesi, che ne parla nel suo saggio La felicità è un dono. Perché l'altruismo intelligente è la scelta migliore (Sonzogno). "Ricerche interdisciplinari, dalla psicologia empirica alle neuroscienze, convergono nel dire che chi si dedica agli altri, ad esempio chi opera nel volontariato, è più soddisfatto della sua vita, è più resiliente allo stress, ha migliori relazioni personali e può essere anche più longevo". La felicità del donare ha tre dimensioni: "Innanzitutto quella emotiva: donare provoca un effetto che è stato definito "calore luminoso". E la risonanza magnetica mostra come le aree cerebrali legate alla gratificazione si attivano sia quando si ricevono dei soldi che quando li si dona. Poi c'è la dimensione razionale, evidenziata dagli studi di psicologia sociale: l'altruismo è un modo per dare più significato alla propria esistenza. Infine c'è la felicità morale: il senso di fare "la cosa giusta" e di diventare persone migliori" spiega Annoni. Come diceva Seneca: "Devi vivere per il prossimo, se vuoi vivere per te"".
Ma come mai il nostro cervello remunera così tanto atti che, in un'interpretazione rigida della lotta per la sopravvivenza darwiniana, apparirebbero controproducenti? Proprio nell'Origine dell'uomo Darwin si chiedeva in che modo l'anteporre ai propri interessi quelli degli altri avesse superato il severo vaglio della selezione naturale: "È molto dubbio che la progenie dei più empatici e benevolenti superi numericamente la progenie degli egoisti e degli infidi. Chi era disposto a sacrificare la sua vita pur di non tradire i compagni, spesso non ha lasciato una progenie a cui trasmettere la sua nobile natura", scriveva. Ribatte Annoni: "Se guardiamo all'evoluzione come una mera competizione tra singoli, l'altruismo è inspiegabile. Ma in realtà la selezione naturale può agire a più livelli, ad esempio a livello dei gruppi. E, come immaginò anche Darwin, i gruppi che hanno al loro interno più membri disposti a sacrificarsi per il bene collettivo prevalgono - e hanno quindi più successo evolutivo e culturale, cioè vengono più imitati - dei gruppi composti da egoisti, perché sono più coesi in battaglia e possono catturare animali più grandi". Per Cosmides e Tooby (e Richard Dawkins) questo tipo di altruismo è vantaggioso in comunità piccole dove si passa l'intera vita - come è stato il caso per il 99 per cento della nostra storia evolutiva - ma nella società di oggi, fatta di contatti fugaci con migliaia di estranei che non si incontreranno mai più, è un maladattamento, uno spreco di risorse, visto che non garantirebbe più all'altruista i vantaggi del passato.
Ma c'è anche un'altra, e più affascinante, spiegazione evolutiva per il dilemma dell'altruismo: "Studiando con la risonanza magnetica il cervello di super altruisti come i donatori di reni, ho trovato che hanno un'amigdala più grande della media e più reattiva ai volti spaventati" spiega Abigail Marsh, docente di psicologia e neuroscienze alla Georgetown University. "Le espressioni di paura, con gli occhi spalancati e l'aria indifesa, rendono le proporzioni del volto adulto più simili a quelle dei bambini. E l'Homo sapiens è la specie che più eccelle nella cura alloparentale, ovvero nella propensione degli adulti ad avere cura dei figli degli altri, e perfino dei cuccioli di altre specie. Ecco perché i super altruisti hanno una forte risposta empatica al disagio - visto o anche solo immaginato - altrui, potenziata dal rilascio dell'ormone ossitocina nell'amigdala. Può essere questo a spingerli a donare una parte di sé o a rischiare la vita per difendere un estraneo in pericolo. Un estraneo che per il nostro cervello diventa, in quel frangente, quasi come un figlio". Con questo non si vuole sottovalutare l'apporto dell'intelletto: come ricorda il filosofo Michael Vlerick in un suo articolo, l'evoluzione delle inclinazioni emotive involontarie sono solo metà della spiegazione dell'enigma dell'altruismo. L'altra metà sono i processi cognitivi, e volontari, su cui si fonda la morale: gli occidentali che fanno donazioni per i bambini africani sanno perfettamente di agire in favore di esseri umani che non fanno parte del proprio gruppo, ma scelgono di aiutarli perché la ragione funziona da amplificatore per l'inclinazione evolutiva a cooperare con chi fa parte del gruppo.
Se la ragione è fondamentale, può in certi casi farsi sviare dalla mancanza di dati e verifiche. Come nel caso, disastroso, della PlayPump: "Era una pompa per estrarre acqua nei Paesi poveri sfruttando il movimento di una giostra per bambini. Un'idea lanciata dal pubblicitario sudafricano Trevor Field che affascinò i potenti della Terra e negli anni Novanta e Duemila raccolse milioni e milioni di dollari in donazioni, risultando poi - come rivelò, solo nel 2007, un report Unicef - molto peggiore delle vecchie pompe eoliche, creando più danni che benefici" spiega Annoni. Casi come questo portarono nel 2007 due giovani manager, Holden Karnofsky e Ellie Hassenfeld, a cercare un approccio più scientifico alla solidarietà. "Raccogliendo dati e facendo confronti, i due osservarono che il divario nell'efficacia tra le diverse associazioni benefiche può essere enorme: quelle più efficaci possono esserlo oltre cento volte più delle altre" spiega Annoni. "Così fondarono GiveWell, che da allora raccoglie dati e valuta quali iniziative, a parità di fondi, consentono di salvare il maggior numero di vite. Tra le organizzazioni segnalate quest'anno, due combattono la malaria".
Da questo impegno si è sviluppata, nelle università anglosassoni, tutta una corrente di pensiero, l'effective altruism. "Per gli "altruisti efficaci" non basta fare del bene: bisogna fare, ogni volta, il massimo bene possibile con le risorse a disposizione". Con il numero di vite salvate come criterio guida. Un'impostazione contabile che ha portato a derive intellettuali come il longtermism propugnato dal filosofo William MacAskill nel suo recente saggio Quel che dobbiamo al futuro, secondo cui, essendo la somma degli esseri umani del futuro superiore agli 8 miliardi degli attuali viventi, dovremmo anteporre il benessere dell'umanità futura al nostro, dando priorità già oggi, nelle donazioni, a cause ancora remote, come la difesa da una possibile ribellione planetaria dell'intelligenza artificiale. I fautori del lungoterminismo abbondano nella Silicon Valley, e uno dei più in vista è stato fino ad oggi il trentenne mago delle criptovalute Sam Bankman-Fried, che però ha preso troppo alla lettera il credo degli "altruisti efficaci": arricchirsi in fretta per poi donare una parte consistente del patrimonio. Il suo crack miliardario però ha rovinato milioni di investitori ( e lui è stato arrestato). "Per questo" chiosa Annoni "più che l'altruismo efficace, serve un altruismo intelligente, che metta insieme ragione e sentimento".
Sul Venerdì del 23 dicembre 2022