✕

La nuova vita di Sharbat Gula, la "ragazza afghana" di Steve McCurry: "Ricomincio dall'Italia"

Un anno fa, la donna che nel 1985 dalla copertina del National Geographic incantò il mondo con il suo sguardo fuggiva da Kabul e arrivava nel nostro Paese: da allora di lei non si è saputo più nulla. Fino a questa intervista esclusiva
6 minuti di lettura

La vita ricomincia da un quaderno rosso, con i quadretti: come quello che i bambini usano nei primi anni di scuola. Su di esso, la donna la cui immagine è fra le più famose del mondo, scrive il suo nome: lentamente, con qualche incertezza. Come quando tutta questa storia è cominciata e lei era solo una bambina di dieci anni. "IO SONO SHARBAT GULA", si legge su tre righe consecutive a lettere grandi, in stampatello. Accanto, parole della vita di tutti i giorni: porta, casa, palla. E poi il nome di colei che la sta aiutando a riallacciare un filo spezzato nell'infanzia e a guardare avanti: la sua insegnante di italiano. Siamo in un angolo della provincia italiana lontano dal caos e dal rumore, nel mezzo di villette a due piani circondate dagli alberi e da un parco giochi: l'Afghanistan non potrebbe essere più lontano da qui. Eppure è da qui che colei che di quel Paese è il volto ha scelto di ricominciare.


Da pochi giorni &egr…

La vita ricomincia da un quaderno rosso, con i quadretti: come quello che i bambini usano nei primi anni di scuola. Su di esso, la donna la cui immagine è fra le più famose del mondo, scrive il suo nome: lentamente, con qualche incertezza. Come quando tutta questa storia è cominciata e lei era solo una bambina di dieci anni. "IO SONO SHARBAT GULA", si legge su tre righe consecutive a lettere grandi, in stampatello. Accanto, parole della vita di tutti i giorni: porta, casa, palla. E poi il nome di colei che la sta aiutando a riallacciare un filo spezzato nell'infanzia e a guardare avanti: la sua insegnante di italiano. Siamo in un angolo della provincia italiana lontano dal caos e dal rumore, nel mezzo di villette a due piani circondate dagli alberi e da un parco giochi: l'Afghanistan non potrebbe essere più lontano da qui. Eppure è da qui che colei che di quel Paese è il volto ha scelto di ricominciare.


Da pochi giorni è passato un anno da quando Sharbat Gula Shinwari, 47 anni, ha messo piede in Italia per la prima volta, lasciandosi alle spalle una nazione da poco caduta in mano ai Talebani. Diventando il simbolo, oggi esattamente come 38 anni fa - quando la sua immagine fu fermata dall'obiettivo del fotografo americano Steve McCurry - di un popolo costretto alla fuga. Dal giorno del suo arrivo, della "ragazza afghana", come è conosciuta in tutto il mondo, non si è saputo più nulla: fino ad oggi.

 

Sharbat Gula Shinwari, 47 anni, nella casa dove vive con la famiglia (Luigi Narici / Agf) 

La casa vuota

"Buongiorno, come stai?", risponde quando le chiediamo se parla italiano dopo essere arrivati a casa sua. Intorno, un appartamento semivuoto, pulitissimo, dove spicca come unico ornamento una bandiera afghana alla parete. Come migliaia di connazionali, Sharbat Gula non è riuscita a portare con sé nulla quando ha lasciato il Paese: come loro, ha dovuto ricominciare da zero, senza nessun oggetto familiare a ricordarle il passato. "Non ho studiato molto. Conosco solo qualche parola. Ma quelle che so mi piacciono molto", ci dice tornando poi a usare la sua lingua, il pashto, come sempre farà durante le nostre conversazioni.  Dall'italiano e dall'Italia partiamo per raccontare la sua storia. O almeno per provarci: da quel lontano 1984, la donna che abbiamo di fronte ha pagato alla fama che le è caduta addosso un prezzo altissimo. Un prezzo di cui lei non ha voglia di parlare, ma che si può immaginare sapendo che nella cultura afghana una donna deve essere nascosta, non esibita. Il risultato sono i silenzi e le ritrosie che abbiamo toccato con mano nei mesi impiegati a raccogliere questa storia.

 


La libertà

L'Italia, dunque. Con la sua fama, avrebbe potuto andare ovunque: perché proprio qui? Perché, ad esempio, non l'America del National Geographic? Sharbat Gula scuote la testa: "In America non volevo andare", risponde.  Inutile chiedere dettagli: a questa, così come a ogni domanda sul magazine che l'ha resa famosa, preferisce non rispondere in maniera diretta.  "Ho avuto la libertà di scegliere", ammette, "quando sono arrivati i Talebani ho capito che sarebbe stato difficile restare: sono troppo conosciuta. Diversi governi mi hanno offerto aiuto: ho scelto l'Italia. Sapevo che per l'Afghanistan avete fatto tanto. Ho deciso di provare".

La copertina del National Geographic del 1985 che rese il suo volto famoso in tutto il mondo   


Una frase ci esce spontanea: "Speriamo di non averla delusa troppo". Poche parole che hanno il potere di disegnare una crepa nel muro che Sharbat Gula ha eretto intorno a sé. Sul volto appare un sorriso, il primo nella lunga serie di chiacchierate che seguiranno. "Per niente. Neanche in un istante non ci siamo sentiti accolti", dice facendo riferimento ai tre figli, una giovane donna di 22 anni, la sorella minore di 13 e il più piccolo, di undici, e al marito della prima che sono venuti con lei da Kabul. "Tutti sono gentili qui, ma non parliamo con tante persone, per questioni di lingua. Nessuno sa chi sono e per me questo è molto bello. Le racconto una cosa: la prima volta che sono andata in ospedale, i dottori e le infermiere mi guardavano e tiravano fuori i cellulari. Ho capito subito. Alla fine hanno deciso che no, la ragazzina della foto non ero io: ne sono stata molto felice. Fino a questo momento solo la mia insegnante di italiano, il mio medico e pochi altri sapevano chi sono: a me va bene così".


I controlli medici, i bambini da portare a scuola, il supermercato ("Un po' distante, ma ci siamo organizzati e andiamo in autobus"), le questioni burocratiche da sbrigare, lo studio dell'italiano: la vita della donna afghana più famosa del mondo scorre così. Una routine tranquilla, spesso fra le mura dell'appartamento: nel più totale anonimato.

 

La lezione di italiano: l’insegnante spiega come scrivere e pronunciare le parole base della nostra lingua usando un testo creato per gli stranieri (Luigi Narici / Agf) 

Lo sguardo

In realtà non ci vorrebbe molto a riconoscerla. Lo sguardo che ha catturato il mondo è ancora tutto lì, per quanto nascosto da strati di diffidenza. Quando la tensione dei primi incontri scende, torna a splendere come nella foto che l'ha reso famoso. Ma c'è da dire che di fronte a estranei Sharbat Gula fa di tutto per nasconderlo: il velo sul volto prima, la mascherina poi, le mani a coprire gli occhi, a tratti. Si fa fatica a biasimarla: la foto ha travolto la sua vita. Aveva dieci anni quando McCurry la immortalò in un campo profughi in Pakistan: tredici quando si sposò e lasciò la scuola. Mentre la sua immagine faceva il giro del mondo - contribuendo e non poco alla ricchezza e al prestigio del National Geographic e di McCurry - lei viveva con il marito e i figli in povertà in una zona al confine fra Afghanistan e Pakistan. Solo nel 2002, diciassette anni dopo il primo incontro, quando il fotografo americano la ritrovò, venne a sapere che la sua foto era stata riprodotta in tutto il mondo. Da quel momento, insieme a qualche soldo, iniziarono i contraccolpi: la freddezza della famiglia in cui si era sposata. La morte del marito, che consegnò il destino della moglie e dei figli nelle mani della famiglia di lui. E, nel 2016, l'umiliazione globale: il Pakistan, Paese dove viveva, l'arrestò con l'accusa di aver falsificato i documenti che le permettevano di rimanere sul suo territorio. Una pratica comune fra i profughi, che Islamabad decise di bloccare punendo la donna che più di chiunque altro rappresentava l'Afghanistan: Sharbat Gula fu fatta sfilare davanti alle telecamere prima di essere espulsa. "Quella foto mi ha creato molti problemi", si limita a dire lei, "avrei preferito che non fosse mai stata scattata. Ricordo quel giorno, il fotografo nella scuola del campo di Nasir Bagh. Ero una bambina. Le foto non mi piacevano, è la mia cultura: le donne non si fanno fotografare. Ma non c'era molta scelta".

Un medico in famiglia

Poche parole, che bastano però a spiegare la freddezza con cui la donna accoglie chi è chiamato a fotografarla: appena intravede l'obiettivo, il volto si gela, la mascherina sale a coprirlo, la tensione irrompe. Solo quando la porta si apre torna il sorriso, e la fuga verso l'Italia acquista un nuovo senso.  Ad entrare sono i figli minori di Sharbat Gula: due ragazzini, una femmina e un maschio, piegati dal peso degli zaini della scuola. "A Kabul non avevano più sogni", ci dice lei dopo averli salutati ed essersi assicurata che restino a distanza di sicurezza da giornalista e fotografo, "qui hanno ricominciato a sognare. Mia figlia non ha potuto studiare per anni: quando siamo tornati in Afghanistan il governo ci ha dato un posto dove stare e un supporto economico, ma a decidere sull'educazione è la famiglia, non lo Stato. La famiglia di mio marito ha scelto che la bambina non dovesse più andare a scuola. I miei figli non avevano un padre ad appoggiarli e io non ho potuto far nulla per cambiare quella scelta. Ma oggi posso. Mia figlia vuole diventare medico: e io le ho promesso che farò tutto quello che posso perché il suo desiderio si avveri".

 

(Luigi Narici / Agf) 


La ragazzina sorride da lontano: è sveglissima, basta uno sguardo a capirlo. A scuola studia italiano, ma anche inglese e francese: a 14 anni è già l'interprete ufficiale della famiglia. Se fosse a Kabul ora non potrebbe andare a scuola: né al parco, né uscire di casa senza essere coperta dal burqa. Così ha deciso il governo talebano. Ma in realtà la sua strada era bloccata sin prima dell'arrivo degli estremisti. È questa una delle ragioni che hanno portato Sharbat Gula in Italia. "Alla sua età", racconta, "avrei voluto continuare ad andare a scuola, ma la mia famiglia ha detto no. Così, non ho ricevuto una vera educazione: quando ho avuto dei soldi dal National Geographic avrei voluto aprire un ospedale per le donne, perché nessuna dovesse passare quello che è toccato a me (il riferimento è alla morte di una figlia, quando aveva pochi anni, per malattia, ndr). Ma non ero in grado, sapevo a malapena leggere e scrivere. Forse un giorno potrà farlo lei". Forse, chissà: i piani per il futuro sono tutti aperti. Poche le certezze: "Non torneremo a Kabul fino a quando ci sarà questo governo. E anche se cadesse, lei non tornerà fino a quando non sarà medico", dice Sharbat Gula.

Il futuro

Ma non sono solo i piccoli di casa a guardare avanti. Il mercoledì pomeriggio, a casa Shinwari, è giorno di festa: arriva l'insegnante di italiano. Sharbat Gula tira fuori il quaderno rosso e torna la bambina della foto: "Occhiali, occhio, orologio", scandisce ripetendo le parole della maestra. Attorno al tavolo della cucina si ride, si parla a gesti, si scrive. Fra le due donne c'è una grande complicità. Non è solo una lezione di lingua questa: è la rinascita di una donna che, dopo tanti anni in silenzio, sta trovando una nuova voce. E una nuova vita. "Mi sento felice", conferma lei, "da quando ho iniziato a studiare mi sembra di essere tornata una bambina che inizia adesso a imparare". Arrivano i complimenti dell'insegnante e le illuminano lo sguardo: per un momento nella stanza c'è bellezza allo stato puro. Senza filtri.

Quando andiamo via, a salutarci c'è tutta la famiglia. Durante queste settimane ci siamo attenuti rigorosamente ai patti. Se Sharbat Gula ha deciso di uscire dal silenzio è per due ragioni: dire grazie a chi l'ha accolta e fare ancora una volta della sua storia un simbolo. Ma questa volta di resilienza. E, a differenza di ciò che accadde nel 1984, di farlo per scelta. Noi, da parte nostra, abbiamo rispettato la massima riservatezza che ci ha chiesto: è andata bene e i sorrisi lo confermano. Accanto alla porta, i due ragazzini si stringono intorno alla madre, mentre la figlia più grande resta un passo indietro, accanto al marito. Tutti insieme sono bellissimi. Nessuno dei figli di Sharbat Gula ha ripreso i suoi occhi magnetici: la "ragazza afghana" non lo dice, ma è facile indovinare che pensa che questo sia una benedizione.

Pubblicato sul Venerdì del 30 dicembre 2022