L'Iva compie 50 anni: come funziona e quanto vale
di Rosaria Amato , di Rosaria AmatoCinquant’anni nel segno dell’Iva. L’imposta sul valore aggiunto, entrata in vigore il 1° gennaio 1973, è cresciuta notevolmente, crescendo nel tempo dal 12 al 22 per cento (dal primo ottobre 2013). È un’imposta ben congegnata rispetto alla precedente Ige, l’imposta generale sulle entrate che colpiva ogni stadio della produzione. L’Iva, invece, colpisce solo il “valore aggiunto”, cioè la differenza tra il costo delle materie prime e di produzione di un bene o di un servizio e il prezzo di vendita. Grava su chi acquista il prodotto, e non dipende dalla capacità contributiva: è quindi un’imposta indiretta. E poiché colpisce sempre la capacità di consumo e non l’operatore economico, si dice anche che è “neutrale”.
Mica tanto, però: i vari governi l’hanno usata come spauracchio nelle “clausole di salvaguardia”, che prevedevano che, se…
Cinquant’anni nel segno dell’Iva. L’imposta sul valore aggiunto, entrata in vigore il 1° gennaio 1973, è cresciuta notevolmente, crescendo nel tempo dal 12 al 22 per cento (dal primo ottobre 2013). È un’imposta ben congegnata rispetto alla precedente Ige, l’imposta generale sulle entrate che colpiva ogni stadio della produzione. L’Iva, invece, colpisce solo il “valore aggiunto”, cioè la differenza tra il costo delle materie prime e di produzione di un bene o di un servizio e il prezzo di vendita. Grava su chi acquista il prodotto, e non dipende dalla capacità contributiva: è quindi un’imposta indiretta. E poiché colpisce sempre la capacità di consumo e non l’operatore economico, si dice anche che è “neutrale”.
Mica tanto, però: i vari governi l’hanno usata come spauracchio nelle “clausole di salvaguardia”, che prevedevano che, se non si raggiungevano determinati obiettivi di bilancio, le risorse necessarie sarebbero state reperite attraverso aumenti automatici d’imposta, che riguardavano, di solito, l’Iva. Le prime clausole di salvaguardia sono state introdotte dal governo Berlusconi nel 2011. E adesso non se ne parla da un po’, perché le continue emergenze, dal Covid alla guerra in Ucraina, hanno lasciato indietro per il momento gli annosi problemi legati al bilanciamento rigido della spesa pubblica.
L’Iva è sicuramente figlia del libero mercato: comincia a prendere forma infatti con i due trattati precursori dell’Unione europea del 1957. Tra gli obiettivi di quei trattati c’era l’armonizzazione del sistema fiscale per la futura integrazione economica. Il Trattato di fusione dell’8 aprile 1965 dà la prima definizione completa dell’Iva: si parla di un sistema di imposta sul valore aggiunto che consiste nell’applicare ai beni e ai servizi un’imposta generale sul consumo che a differenza del passato viene pagata in un’unica soluzione.
Dal 1973 l’imposta comincia ad allargarsi a tutti i Paesi che entravano nella Ue, mantenendo, nel tempo, una certa uniformità: l’aliquota ordinaria non è identica per tutti i Paesi Ue, ma è abbastanza simile: si va dal 27 per cento dell’Ungheria al 17 per cento del Lussemburgo. I tributaristi ne hanno sempre sottolineato le doti “antievasione”: poiché si abbatte sui consumi finali, permette il tracciamento delle operazioni. Ed è sempre sulla breccia: nella penultima legge di Bilancio per esempio l’Iva sui prodotti per l’igiene femminile è passata dal 22 al 10 per cento, mentre la manovra di quest’anno per il 2023 porta invece l’aliquota al 5 per cento, includendovi anche i pannolini e altri prodotti per l’infanzia.
Sul Venerdì del 30 dicembre 2022