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Genitori separati e alienazione parentale: storia di Gio', che divide un paese

Deborah Delle Donne nella cameretta di Giò, 9 anni, e Martina, 15 (Nicola Marfisi / Agf) 
Un bambino di nove anni trascinato in comunità. Un padre che accusa. Una madre che combatte per riavere suo figlio. Tra un decreto e un ricorso, a Casalmaiocco, nel Lodigiano, nessuno ha più pace
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Casalmaiocco (Lodi). Un bambino lontano da casa. Una madre straziata e ribelle. Una ragazzina triste. Un padre che non si sa, forse triste anche lui. E poi una folla indaffarata di avvocati, psicologi, assistenti sociali, giudici, amici, maestre, preti, in un paese che non ha più pace.

Sembra un romanzo di Charles Dickens. Ma non è Londra, bensì il Lodigiano, e non c'è Oliver Twist, ma un bambino vero, di quarta elementare, con gli occhiali e la passione per la batteria: Giò. Il 29 giugno, Giò è stato prelevato per strada, caricato su un'auto fra grida e strattoni e portato in una comunità, mentre la mamma veniva trattenuta con l'inganno nel  municipio di Casalmaiocco, a mezz'ora da Milano. Le ragioni dell'"allontanamento" si dispiegano per migliaia di pagine, fra decreti e relazioni, ma possiamo (grossolanamente) riassumerle così: la madre, Deborah Delle Donne, danneggia il figlio perch…

Casalmaiocco (Lodi). Un bambino lontano da casa. Una madre straziata e ribelle. Una ragazzina triste. Un padre che non si sa, forse triste anche lui. E poi una folla indaffarata di avvocati, psicologi, assistenti sociali, giudici, amici, maestre, preti, in un paese che non ha più pace.

Sembra un romanzo di Charles Dickens. Ma non è Londra, bensì il Lodigiano, e non c'è Oliver Twist, ma un bambino vero, di quarta elementare, con gli occhiali e la passione per la batteria: Giò. Il 29 giugno, Giò è stato prelevato per strada, caricato su un'auto fra grida e strattoni e portato in una comunità, mentre la mamma veniva trattenuta con l'inganno nel  municipio di Casalmaiocco, a mezz'ora da Milano. Le ragioni dell'"allontanamento" si dispiegano per migliaia di pagine, fra decreti e relazioni, ma possiamo (grossolanamente) riassumerle così: la madre, Deborah Delle Donne, danneggia il figlio perché impedisce che instauri una relazione decente con il padre. E solo il distacco da lei - è la tesi del tribunale - permetterà a Giò di fare spazio emotivamente alla figura paterna, oggi tenacemente rifiutata.

Nella casa del piccolo Giò, in comunità da sei mesi per volere del padre

Non è un'eccezione. Le associazioni femministe (e alcune parlamentari, e tante avvocate) sono in allarme per i troppi allontanamenti di bambini su richiesta dei padri con una motivazione sempre uguale: serve un reset che ridimensioni il legame con la madre. Casi-fotocopia, segnati dall'alta conflittualità degli adulti e però anche da un interessante dettaglio: tutte queste madri, accusate di "alienazione parentale", sono "normali", lavoratrici che non hanno commesso reati, niente alcol o droga. La mamma di Giò, per dire, insegna alle medie.

Ed eccoci dunque a Casalmaiocco, case basse nella bruma invernale, in un'atmosfera non precisamente natalizia. Al bar Roma ti sussurrano che chi non si schiera con la mamma di Giò "finisce estromesso dai gruppi"; qualcuno aggiunge che non ci sono le luminarie perché il Comune si sta dissanguando per pagare la comunità; all'edicola, una signora ipotizza che ci sia sotto qualcosa di molto brutto, "lo dice mio marito che è avvocato"; invece gli edicolanti, marito e moglie, sono indignati: "La parola reset è un abominio. E il sindaco lo consideriamo un amico, ma stavolta ha fatto una porcata".

il bar Roma, a due passi dal Comune e dalla chiesa. Casalmaiocco (Lodi) ha circa tremila abitanti (Nicola Marfisi / Agf) 

La "porcata" è appunto la modalità con cui il bambino, pochi giorni dopo la morte della nonna, è stato condotto in comunità: il momento più drammatico di una storia iniziata quando Deborah Delle Donne era incinta. Il signor Paolo C., educatore in una struttura per anziani, questo figlio non lo voleva: "Diceva che avevo una biscia in pancia e che non saremmo riusciti a mantenerlo" racconta lei. Una relazione infelice che dura poco. Deborah accusa Paolo di violenza (spintoni, aggressioni verbali) ma tutto finisce archiviato: senza referti medici, è la parola dell'una contro quella dell'altro. Comunque il giorno in cui Deborah va via di casa, con Giò di quattro anni e la primogenita Martina di nove  (figlia di un altro papà), sono presenti due carabinieri. E poi? Dopo il primo decreto del Tribunale dei minori (19 luglio 2017), che affida provvisoriamente Giò alla mamma e invita i servizi sociali a monitorare la situazione, le cose vanno avanti tra alti e bassi, soprattutto bassi. Il padre presto chiede l'affido esclusivo, con temporaneo collocamento in una comunità, e un contributo per il mantenimento.

Martina con il cartello per la “liberazione” del fratello 

Orgoglio e giudizio

Deborah ripete che Paolo non è un buon padre, che c'è poco o niente, e che Giò non lo vede volentieri; le telefonate sono penose, senza gioia. Paolo, dal canto suo, la accusa di ostacolare le visite. Dal 2017 Deborah tiene testa con orgoglio alle assistenti sociali, un atteggiamento che date le circostanze  probabilmente non aiuta; in tribunale presto aleggia l'ipotesi che soffra di "alienazione genitoriale" : una "sindrome" di cui l'Oms e anche la nostra Cassazione negano l'esistenza, ma che in questi anni va di gran moda.

Quando arriva la conclusione della Ctu - la valutazione psichiatrica - il destino di Giò è deciso: dice che la madre è auto-referenziata e manipolatrice, che il padre è fragile ma non in modo patologico; che il bambino vive in un ambiente tossico ed è spaventato dallo scontro fra i genitori. Suggerisce dunque il collocamento in un centro diurno e, in subordine, in comunità per "stimolare la separazione dal materno". Seguono alcuni incontri tra Giò e il padre, presenti la madre e un educatore. L'educatore S.M. ritiene Deborah attenta e capace, e lo mette per iscritto, ma le sue parole non entrano in nessuna relazione; rintracciato, oggi S.M. preferisce tacere.

Giò che suona la batteria (Nicola Marfisi / Agf) 

La situazione è sempre più tesa. A maggio, uno psicologo del tribunale ascolta Giò: "Papà si arrabbia facilmente", dice il bambino, "mi tira le sberle o se la prende con la mamma". Se avessi una bacchetta magica? "Lo farei sparire". Alla giudice arriva una breve relazione dove Giò è chiamato "Christian" (cosa che genera il sospetto di un copia-incolla da altri casi), e in cui si afferma che le parole del bambino sono dovute all'influenza della madre "alienante": insomma, non valgono niente. A giugno, scatta la comunità.

Tra il diario e Calipso

Come si sarà capito, Deborah Delle Donne non è il tipo di persona che resta in silenzio; su Facebook tiene un diario che ogni giorno manda per traverso il caffè a parecchia gente. Il 19 dicembre per esempio scrive: Day 172 dal tuo rapimento di Stato. Domani ci vediamo. E riparto con le mail per farti tornare a casa. Non smetto di lottare. L'indomani: Day 173 dal tuo rapimento. Non posso portarti i regali, solo due, ho provato a brontolare. L'educatore allora ha iniziato a dirmi che non ero sul pezzo e doveva interrompere l'incontro se continuavo.

una protesta della campagna Insieme per Gioppy (altro soprannome di Giò): su Facebook dà conto delle fiaccolate, dei sit in e di tutte le tappe giudiziarie  

Nella sua casa minuscola (lei dorme sul divano), il presepe, l'albero di Natale, il cane Calipso e mille doni aspettano Giò. Lo aspetta anche sua sorella Martina, 15 anni,  con cui divide (divideva) la cameretta. Frequenta il secondo anno di Scienze umane. Farà Psicologia, o Criminologia. Parla di Paolo C., l'ex compagno della madre, senza affetto e senza acrimonia: ricorda che cambiava spesso di umore, "oppure mi faceva la stessa domanda cento volte: vai a scuola oggi? vai a scuola oggi?". Il tribunale non ha ritenuto necessario ascoltarla. La cosa che a noi  sembra strana (ma al giudice evidentemente no) è che Martina vede regolarmente il padre Matteo: che l'alienazione parentale sia selettiva?

Interpellato, Matteo ha molto da dire. Premette che "la sua separazione da Deborah è stata faticosa ma consensuale". Trova l'allontanamento di Giò ingiustificato: "L'ho visto, anno dopo anno, stare sempre meglio.Un bambino contento. In venti giorni ha perso la nonna, che era il faro della famiglia, e si è ritrovato in comunità. Supererà il trauma?".Alla domanda "secondo lei come si è arrivati a questo?" risponde descrivendo la tempesta perfetta: gli assistenti sociali che scaricano sul giudice, che scarica sugli psicologi, che scaricano sugli operatori della comunità, e Giò che alla fine della catena paga per tutti. L'intero sistema lo lascia perplesso: "Il giudice ha sentito anche me. Ma continuava a  scambiarmi per il padre di Giò. No, guardi, io sono il papà di Martina. E niente, non capiva. Mi è venuto anche il dubbio che non avesse letto bene le carte".

Il sindaco, il medico, i rumors

Il video di Deborah trattenuta in Comune da una folla di dieci persone, tra assistenti sociali, vigili e altri, a giugno è girato sui social e per il sindaco Marco Vighi deve essere una spina nel fianco. "Da anni aiutiamo questa famiglia", dice, "ho agito in coscienza, anche il giorno dell'allontanamento di Giò". Le parole di Matteo però  sono una lama: "Ci sono momenti della vita in cui si deve dire no, non ci sto".

Un dettaglio, su quei minuti concitati, meritava proprio di essere verificato. In cortile era pronta un'ambulanza e qualcuno dal Comune chiamò il medico di Deborah: cercavano il suo assenso per il Tso?  Il dottor Alessandro Brigonzi, davanti al bar Roma, taglia corto: "In quel gran trambusto, mi dissero che c'era una persona che non stava bene". E dunque? "La signora era un po' agitata, data la situazione, ma nulla di più. L'accompagnai a casa".

L’edicola con il manifesto per il ritorno a casa di Giò (Nicola Marfisi / Agf) 

Come vive questa guerra il papà di Giò? Paolo C. non desidera parlare. L'avvocato Claudio Pini, un po' sorpreso che qualcuno infine interpelli anche lui, lo descrive come "una persona mite, di estrema delicatezza e pazienza". Ammette che la parola reset è brutta, ma in questo caso necessaria. Dice che dopo cinque anni terribili padre e figlio stanno recuperando il rapporto. "L'allontanamento sta facendo bene a Giò, c'era troppa conflittualità, il mio cliente finalmente lo vede sereno e disteso, e guardi che per me il bambino è la cosa che conta di più".

Cosa succederà? L'avvocata di Deborah, Donatella Bussolati, si prepara all'appello (prima udienza tra pochi giorni) e vuole un'altra Ctu. "Quella elaborata dalla dottoressa Alessandra Bignami si giocava sulla fantomatica sindrome di alienazione parentale,  anche se nei documenti usava un altro termine, "comportamento alienante"". (Bignami, che ricorda bene la vicenda, spiega al Venerdì che dopo le sentenze della Cassazione tutti preferiscono parlare di "suggestione genitoriale" ).

L'avvocata Bussolati è convinta che si debba mettere mano al sistema, iniziando con il definire che cosa si intenda precisamente per "pregiudizio per il minore". Ce l'ha con i decreti provvisori che diventano eterni, trasformandosi in affidi sine die alle comunità.In questo specifico caso, ritiene che si dovesse lavorare prima fra tutto sugli adulti, senza privare un bambino del suo mondo. Conclude: "Di solito consiglio ai genitori di fare vedere sempre il minore all'ex partner. Ma, dopo quello che ha detto del padre, su Giò non ho più dubbi. Sarà vero? Sarà falso? Conta relativamente: il bambino la vede così".

Di come stia Giò, in realtà, poco si sa. La madre può incontrarlo una volta la settimana e dice che non sembra più lui, "ha perso i colori". Le hanno tolto la password del registro scolastico, così da lì non trapela niente. Se fosse tornato a casa per Natale, cosa che era stata chiesta e non concessa, avrebbe visto le strade del suo paese senza luminarie. Ma le spese per il soggiorno in comunità non c'entrano. Di solito  le luci venivano attaccate ai contatori dei residenti, dentro le case, e con le bollette che girano quest'anno al sindaco non è sembrato il caso.    

Sul Venerdì del 30 dicembre 2022