Goldland: stregati dal Grande Nord
di Vittorio Lingiardi , di Vittorio Lingiardiregista metà danese e metà islandese
Viene dal Nord il primo film dell’anno, ha due patrie, due titoli (uno islandese, Volaða Land, l’altro danese, Vanskabte Land) e una traduzione: Terra malfatta. La distribuzione ha optato per un meno impervio, ma più incolore, Godland. Che sia terra di Dio non esclude la malformità; anzi, di questo parla il film. Hlynur Pálmason, regista metà danese e metà islandese, coglie il titolo da una composizione di Matthías Jochumsson, poeta islandese anche lui diviso tra i due paesi. Suo è l’inno d’Islanda, ma sua è anche l’invettiva Volaða Land, qui da intendere come “terra infelice”. Ferocemente criticato, viene costretto a scrivere un’ode alla bellezza della sua patria.
Viene dal Nord il primo film dell’anno, ha due patrie, due titoli (uno islandese, Volaða Land, l’altro danese, Vanskabte Land) e una traduzione: Terra malfatta. La distribuzione ha optato per un meno impervio, ma più incolore, Godland. Che sia terra di Dio non esclude la malformità; anzi, di questo parla il film. Hlynur Pálmason, regista metà danese e metà islandese, coglie il titolo da una composizione di Matthías Jochumsson, poeta islandese anche lui diviso tra i due paesi. Suo è l’inno d’Islanda, ma sua è anche l’invettiva Volaða Land, qui da intendere come “terra infelice”. Ferocemente criticato, viene costretto a scrivere un’ode alla bellezza della sua patria.
Mi sono dilungato su questa storia perché dice molto del film e delle sue tensioni. Ambientato alla fine del XIX secolo, con l’Islanda sotto la dominazione danese (lo è stata fino al 1944), Godland narra la vicenda di un giovane prete danese, Lucas, che deve raggiungere una remota regione dell’isola per costruire una chiesa e fotografare gli abitanti. Per tutto il viaggio, nelle condizioni più ostili, ghiacci e vulcani, porta sempre su di sé, come una croce di supplizio, la pesante attrezzatura fotografica. Opposti e contrasti sono la materia del film: nei panorami, nel temperamento umano, nelle lingue come fonte d’incomprensione. Parla di opposti anche la scelta di ridurre quegli orizzonti infiniti in un formato 1.37:1. Come ogni viaggio, anche quello di Lucas diventa interiore: incontra la fede, la fatica, la solitudine, il desiderio; si scontra con la ruvida mascolinità autoctona di Ragnar.
Figlio di molte visioni – Dreyer, Bergman, Herzog, lo Scorsese di Silence – questo racconto nordico ci ipnotizza quasi contro la nostra volontà. Merito del suo passo lento capace di attraversare la natura degli uomini e del paesaggio, di cercare il sublime e guardare l’abisso.
Sul Venerdì del 6 gennaio 2023