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A Jenin, dove cresce la nuova generazione Jihad della Palestina

L'ingresso del Freedom Theatre a Jenin (afp)
Chi sono i giovanissimi che stanchi di Hamas e Fatah combattono da soli l'occupazione israeliana organizzandosi su Instagram e TikTok? Reportage dal fronte più caldo del conflitto israelo-palestinese
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Jenin (Territori palestinesi). Ti sembrano mozziconi di sigaretta, per terra. Sono bossoli di fucili d'assalto M16. Jenin è auto senza targa tra case in cemento dai muri scalcinati, su cui sono dipinti paesaggi di spiagge, e laghi e boschi, come finestre. Come vie di fuga. Le strade sbarrate da cubi di calcestruzzo, lastre in ferro, filo spinato. Bombole di gas.

"Sono l'unico ancora vivo"

A trent'anni dagli accordi di Oslo che nel 1993 avrebbero dovuto aprire la strada a una soluzione duratura del conflitto israelo-palestinese, è in questa città della Cisgiordania settentrionale sotto il controllo dell'Autorità nazionale palestinese che i palestinesi hanno deciso di tornare alle armi. Lo hanno fatto nel 2022, l'anno con più morti dalla Seconda Intifada. Ma perché proprio ora? "Perché no? Basta guardarti intorno", dice Naeem Zubeidi, 27 anni. "Ho ritrovato una foto con i miei amici di sempre…

Jenin (Territori palestinesi). Ti sembrano mozziconi di sigaretta, per terra. Sono bossoli di fucili d'assalto M16. Jenin è auto senza targa tra case in cemento dai muri scalcinati, su cui sono dipinti paesaggi di spiagge, e laghi e boschi, come finestre. Come vie di fuga. Le strade sbarrate da cubi di calcestruzzo, lastre in ferro, filo spinato. Bombole di gas.

"Sono l'unico ancora vivo"

A trent'anni dagli accordi di Oslo che nel 1993 avrebbero dovuto aprire la strada a una soluzione duratura del conflitto israelo-palestinese, è in questa città della Cisgiordania settentrionale sotto il controllo dell'Autorità nazionale palestinese che i palestinesi hanno deciso di tornare alle armi. Lo hanno fatto nel 2022, l'anno con più morti dalla Seconda Intifada. Ma perché proprio ora? "Perché no? Basta guardarti intorno", dice Naeem Zubeidi, 27 anni. "Ho ritrovato una foto con i miei amici di sempre: sono l'unico ancora vivo", dice. Non sa che sono le sue ultime ore.

Zubeidi ha alle spalle il ritratto di Raed Hazem: l'8 aprile dello scorso anno ha sparato contro un bar di Dizengoff Street, nel centro di Tel Aviv, dando inizio alla nuova spirale di violenza fra israeliani e palestinesi che ha segnato tutto lo scorso anno. Il ritratto accanto è quello di un israeliano, Juliano Mer-Khamis: la sua è una storia speciale. Negli anni della Prima Intifada sua madre, Arna Mer, ebrea, fondò proprio nel locale dove ci troviamo il Freedom Theatre, una compagnia teatrale composta da israeliani e palestinesi. Finì in macerie durante la Seconda intifada, per essere poi ricostruita da suo figlio, Juliano Mer-Khamis appunto. E dall'unico dei suoi amici di sempre ancora vivo: Zakariya Zubeidi, ex comandante delle Brigate al-Aqsa, a lungo il ricercato numero uno per Israele. In quegli anni lontani per il Freedom Theatre lasciò le armi e visse in prima persona il periodo in cui Jenin era diventata un viavai di artisti di tutto il mondo. Tutto finì quando Juliano Mer-Khamis venne ucciso: e non da Israele. Era il 2011. Da allora giorno dopo giorno, si è sgretolato tutto.


Di Zakariya Zubeidi si sentì parlare di nuovo dieci anni dopo: dopo una laurea e un master in Sociologia, era stato arrestato ma riuscì ad evadere dal carcere israeliano di Gilboa insieme ad altri cinque compagni scavandosi un tunnel con un cucchiaio. Ripreso cinque giorni dopo, è di nuovo in cella.


Felpa, cappuccio. E Nokia

A Jenin il punto di riferimento, oggi, è Jibril Zubeidi, 36 anni, suo cugino. "Il detonatore, qui, è il contesto. L'estrema destra in Israele è sempre più aggressiva: e l'Autorità Palestinese sempre più alla deriva", dice. Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, ha 87 anni: il suo mandato è scaduto nel 2009. Le ultime elezioni sono state nel 2006. "Vorrebbe che consegnassimo le armi. Ma non è neppure capace di riavere da Israele i corpi dei morti. Cosa si illude di avere per i vivi?", dice. "Ho tentato tutto. Ho provato a studiare, ma mi arrestavano in continuazione. Ho provato ad aprire un'officina, ma mi è stata demolita. Ho provato ad andare via, ma mi hanno negato un visto".

Jibril e i suoi amici sono ventenni come mille altri: le Blundstone, la felpa con il cappuccio, i modi gentili. Molti hanno una laurea. Intuisci che sono nella lista dei ricercati solo perché non hanno l'iPhone, ma un Nokia: che sarebbe più difficile da individuare per i droni. Sono jihadisti, ma non nel senso di al Qaeda: non sono contro Israele in sé, ma contro l'occupazione. Sono jihadisti in senso letterale: Jihad, l'impegno per quello che si ritiene essere giusto. Combattere è una scelta di principio. Non gli importa di sfidare una potenza nucleare, di avere le ore contate: sono pericolosi perché pronti a tutto, anche per niente. E soprattutto, perché sono stanchi di Fatah e Hamas: non rispondono che a se stessi.

Jenin è la città più a nord della Cisgiordania, è a sessanta chilometri da Ramallah. Non ha niente: un parco, un cinema, un campo da calcio, uno spiazzo per un concerto. Solo i ritratti dei martiri, come si dice qui: le foto di chi è stato ucciso o ha ucciso. 


"Hai le medicine, ma non i soldi"

Jenin è tutta così, il simbolo del fallimento degli accordi di Oslo: negoziare, ma intanto costruire uno Stato, istituzioni, una vita normale. "Ora hai le medicine nelle farmacie, sì: ma non puoi permettertele. Hai l'università: ma non trovi lavoro", dice il sindaco, Nidal Abu-Saleh. In un certo senso, Jenin interessa più agli israeliani che ai palestinesi: è a tre ore da Ramallah ma a dieci minuti da Jalamah, il confine fra i territori sotto il controllo dell'Anp e Israele. Ed è la via più breve per gli attentatori suicidi.
Anche per questo Jenin è nel mirino degli israeliani: qui, in pieno giorno, in pieno centro, da un furgoncino piombano giù le forze speciali. Sembrano operai venuti a riparare un tubo, un'antenna: sono militari scelti venuti ad arrestare un ricercato palestinese.


Resistenza armata

Il Freedom Theatre ha risposto all'omicidio di Juliano Mer-Khamis lasciando la porta sempre aperta, ma è l'unica realtà del genere rimasta in città. Ed è l'ombra di se stessa. "La nostra è sempre stata resistenza culturale. Guardandoti su un palco capisci chi sei: e se sei quello che vuoi essere", dice Mustafa Sheta, il direttore. "Perché battersi contro l'occupazione per poi avere Mahmoud Abbas o la sharia è inutile".

"Nessuno ragiona un momento. La resistenza armata è un diritto, certo, ma ha senso? Non è solo questione di restare sulla propria terra: ma di restare restando se stessi". Adnan Naghnaghiye è il tecnico del Freedom Theatre e la sua memoria: è qui dal primo giorno. E dice: è come essere tornati indietro. "Ma nella Seconda intifada era tutto più strutturato. Avevi Fatah e Hamas. E una strategia. Mentre ora non segui Fatah o Hamas, segui Instagram, segui TikTok. Ora chiunque può decidere che ne ha abbastanza: e agire", dice. Chiunque significa davvero chiunque: Raed Hazem, l'attentatore di aprile a Tel Aviv, era del Freedom Theatre. "È difficile fermarli: ma è facile manipolarli. Da dove arrivano le armi? Chi paga?".

La situazione politica in Israele non aiuta. "In realtà, non c'è niente di nuovo. La svolta a destra è iniziata con l'assassinio di Rabin", dice il governatore di Jenin, Akram Rajoub. "Israele non è più forte di sempre. Il contrario. Ha votato cinque volte in quattro anni". Cercano la nostra reazione, dice: è una trappola. "Ma tanti, qui, non capiscono. E sparano contro i carrarmati. Non gli fai un graffio". "There's no head", dice. Non c'è guida, ma anche: non c'è testa. Perché, militarmente, non c'è partita. "I ragazzi guardano le bandiere palestinesi ai Mondiali in Qatar e pensano che il mondo è con noi, che vinceremo. Come frenarli? Che alternativa posso proporre?".


Davanti all'obitorio

È la fine di novembre: solo nella giornata di oggi in Cisgiordania i morti sono stati cinque. Sono le 2:04 quando all'improvviso, un'esplosione sbianca la notte. Si accendono tutte le luci, si sveglia Jenin mentre un convoglio israeliano si fa largo dalla strada principale. Subito il fuoco di risposta si abbatte sui blindati che imperturbabili, neppure deviano, neppure accelerano. I palestinesi si passano informazioni su Telegram: dove spostarsi, dove nascondersi, dove mirare. Per un'ora, è battaglia.

Sono tutti davanti l'obitorio, il mattino dopo. Fissano l'asfalto. Quelli che la notte erano i nuovi martiri ora sono solo nuovi cadaveri. Jibril Zubeidi è scosso: uno dei morti è Naeem Zubeidi, suo cugino. Mi guarda. E dice solo: "Poi verrà mio figlio e il figlio di mio figlio".