Un bestseller giapponese spiega come salvare il pianeta riscoprendo Marx
di Riccardo Staglianò , di Riccardo StaglianòL'aggettivo giusto per parlare di Marx in Giappone è più marziano che marxiano. Nel senso che la sua predicazione, in un Paese governato dai conservatori negli ultimi settant'anni, era tendenzialmente aliena. Fino a due anni fa, quando Kohei Saito, un trentacinquenne professore di Filosofia, proprio a partire dalla rilettura dei saggi sull'ecologia del coautore del Manifesto del partito comunista, ha pubblicato Il capitale nell'antropocene in cui propone una radicale correzione del sistema che mette il mercato al centro di tutto.
Mezzo milione di copie dopo, traduzioni che stanno per arrivare in decine di Paesi (anche in Italia entro il 2023), una promozione accademica dall'Università di Osaka a quella di Tokyo, abbiamo fatto una chiacchierata Zoom con l'uomo che, a quanto pare, sta riuscendo - almeno in libreria e nel dibattito - a togliere lo stigma di una tristezza confinante con la sfiga al concetto di "decrescita".
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L'aggettivo giusto per parlare di Marx in Giappone è più marziano che marxiano. Nel senso che la sua predicazione, in un Paese governato dai conservatori negli ultimi settant'anni, era tendenzialmente aliena. Fino a due anni fa, quando Kohei Saito, un trentacinquenne professore di Filosofia, proprio a partire dalla rilettura dei saggi sull'ecologia del coautore del Manifesto del partito comunista, ha pubblicato Il capitale nell'antropocene in cui propone una radicale correzione del sistema che mette il mercato al centro di tutto.
Mezzo milione di copie dopo, traduzioni che stanno per arrivare in decine di Paesi (anche in Italia entro il 2023), una promozione accademica dall'Università di Osaka a quella di Tokyo, abbiamo fatto una chiacchierata Zoom con l'uomo che, a quanto pare, sta riuscendo - almeno in libreria e nel dibattito - a togliere lo stigma di una tristezza confinante con la sfiga al concetto di "decrescita".
Allora, che c'entra Marx e quando ha deciso di arruolarlo?
"Nel 2017 avevo fatto la mia dissertazione dottorale sui suoi scritti ecologisti. Poi il lockdown ci ha mostrato come si potessero cambiare in fretta le nostre abitudini e ho pensato che i tempi fossero maturi per riprendere il discorso. Inizialmente Marx immaginava come unica alternativa al capitalismo il comunismo, le cui incarnazioni sovietiche e cinesi gli sono valse una meritata cattiva reputazione. Ma in scritti successivi si è occupato anche di decrescita, come modello più stazionario e sostenibile di produzione e consumo".
Ecco, da noi basta nominare quel termine per far scattare reazioni ridicolizzanti: "Ci voglion riportare al Medioevo!". È così?
"Ma no! Prendiamo l'esempio banale degli smartphone. Ne abbiamo bisogno, come di questo computer attraverso il quale stiamo parlando, ma serve davvero cambiare un iPhone ogni due anni? No. Basterebbe che Apple consentisse di aggiustarli quando si guastano. E sul "diritto alla riparazione" si stanno aprendo possibilità. Lo stesso vale per la fast fashion: negli ultimi vent'anni la quantità di capi prodotti è raddoppiata. Dimezzarla non significherebbe andare in giro nudi ma ristabilire un minimo di ragionevolezza. Lo stesso per i voli: la Francia ha appena proibito quelli brevi, facilmente sostituibili dai treni. Ecco, sono tutti punti di partenza".
Per Marx, però, il capitalismo o cresceva o moriva. Un punto di vista antitetico alla sua idea...
"Infatti nel quadro del capitalismo la non crescita è un problema, come la recessione che il mio Paese conosce da trent'anni, che porta povertà e austerità. Cambiando la cornice, invece, ci si rende conto che dobbiamo diventare molto più bravi nel dividere la torta economica. Esempi pratici? Ridurre la settimana lavorativa, un'idea che sembrava folle ancora un paio di anni fa e sta facendo enormi passi avanti in molti Paesi. Bandire i jet privati, ridurre le meganavi, le auto che consumano di più a vantaggio di piste ciclabili (Barcellona e Parigi hanno molto da insegnarci), il consumo di carne e così via. Abbandonare, insomma, l'idea che l'occupazione principale del nostro tempo libero, nel fine settimana, sia consumare in negozi sempre aperti. Meglio una passeggiata nel parco e riscoprire relazioni sociali riducendo quelle commerciali".
A un certo punto immagina anche un reddito massimo quando qui abbiamo già guai grossi a far passare quello minimo: di che cifra parliamo?
"Penso a una soglia nei dintorni di un milione di euro. Magari, introducendo quel limite, chi già guadagna quelle cifre dedicherebbe la quota non più monetizzabile delle proprie energie a qualcosa che abbia valore per la società. Quando andavo al liceo, gli eroi del calcio erano Zidane e Beckham che già guadagnavano tantissimo ma, a spanne, forse 5-10 volte meno di Messi e Ronaldo. Ma non è che giocassero 5-10 volte meno bene. Limitando gli ingaggi si avrebbe comunque uno sport d'altissimo livello. E che senso ha, in un pianeta surriscaldato, costruire un nuovo stadio ogni quattro anni? Incide sulla qualità del gioco? No. Solo sullo spreco delle risorse e la produzione di CO2".
Guardi, senza una rivoluzione la vedo dura: è ciò che auspica?
"No, io voglio introdurre nuove pratiche, anche in settori altamente simbolici ma non essenziali come lo sport, che limitino gli eccessi del capitalismo per dimostrare che un cambiamento sistematico è possibile. Nessuno nega che Musk e Bezos si meritino grosse fortune ma, invece di dedicarsi con tanto entusiasmo a traslocare su altri pianeti, potrebbero impegnarsi a risolvere i problemi di quello su cui viviamo. Prendere meno jet e considerare le emissioni dei loro progetti spaziali sarebbe un inizio".
Perché cita esplicitamente una rivalutazione dei mestieri della cura?
"Perché i consumi essenziali della società non sono i beni di lusso o la tecnologia, quanto l'agricoltura, l'energia, l'istruzione e la sanità. Soprattutto nel mio Paese, ma anche nel vostro, l'età media è molto alta ma infermieri e badanti hanno paghe basse, sono spesso precari. Ciò rende molto fragile la società. Perché non tassiamo i prodotti di lusso e cominciamo a redistribuire a favore di chi ci aiuta a sopravvivere?".
Per lei il Covid dimostra che i cambiamenti possono accadere alla svelta. Per Greta Thunberg invece ciò non vale per l'emergenza climatica, percepita come distante...
"Ci sono stati cambiamenti sistemici ma poi ci siamo stancati e siamo tornati alla normalità. La crescita costante del capitalismo è intrecciata alla libertà di movimento cui, durante la pandemia, avevamo rinunciato per proteggere la società. Con lo Stato che ordinava ad alcune aziende di produrre prodotti essenziali. Dunque abbiamo imparato che non è vero che lo Stato debba fare solo poche cose e che esistono freni d'emergenza del capitalismo. Perché non usarli anche a emergenza finita?".
Perché ridicolizza i cosiddetti obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg) fissati dall'Onu definendoli "oppio per le masse"?
"Perché riducendo lo spreco alimentare, indossando cotone biologico e sostituendo l'acqua minerale con la borraccia ci si illude di aver dato una risposta alla crisi climatica che invece è un problema incommensurabilmente più grande. Invece di regalare le spillette sul fair trade, le aziende e i negozi dimostrerebbero di fare sul serio riducendo il numero dei loro punti vendita: servono davvero tutti quei McDonald's in giro per il mondo?".
Quanto sono gravi le disuguaglianze nel suo Paese e come è riuscito a convincere i suoi connazionali a comprare un libro che si rifà a Marx?
"Non così gravi come in America o Gran Bretagna, ma gravi e crescenti e peggiorate durante la pandemia. Gli addetti alla cura che citavo prima sono stati i più colpiti perché, a differenza di molti, non potevano cavarsela con il telelavoro e hanno rischiato più di altri di ammalarsi. Però il Covid ha fatto anche risaltare l'assurdità del sistema neoliberale in cui abbiamo vissuto negli ultimi trent'anni, fatto di giornate di lavoro infinite, in uffici dove si arrivava dopo lunghe tratte in treni affollatissimi e da cui si usciva tardi per andare a bere prima di tornare stremati a casa. Le sembra sano? Ecco, anche i giapponesi, con la distanza regalata dal lockdown, hanno avuto l'occasione di fermarsi un attimo e guardarsi da fuori e non hanno amato ciò che hanno visto. Cominciando ad apprezzare prospettive più radicali come quella che propongo. Prova ne sia che anche il primo ministro Fumio Kishida, al momento dell'insediamento un anno fa, aveva parlato del bisogno di un "nuovo capitalismo" e enfatizzato la necessità di maggiore ridistribuzione, annunciando un aumento delle tasse sulle operazioni finanziarie. Credo che avesse letto il mio libro e si fosse fatto ispirare. Ma poi, allentato il Covid e tornati a una relativa normalità, anche l'idea della tassa finanziaria si è infranta contro un muro di opposizione. Un'occasione persa. Ma già il fatto che per un momento sia stata presa in considerazione è un passo avanti importante. I cambiamenti sembrano radicali sino a quando non avvengono".
Sul Venerdì del 13 gennaio 2023