John Cale. Dallo spartito perso ai Velvet Underground, fino al nuovo album "Mercy"
di Fabio De Luca , di Fabio De LucaMancano tre giorni a Natale, e la persona in collegamento audio da Los Angeles sta provando a spiegare perché, secondo lui, certa musica medievale sarebbe perfetta per creare l'atmosfera giusta. "Invece, accendo la radio e ci sono tutte queste canzoni natalizie così banali". Potrebbe essere il prologo perfetto per qualche aneddoto riguardante feste in famiglia o nipotini, non fosse che la persona all'altro capo del mondo è John Cale. Un uomo con una responsabilità impressionante: quella di rappresentare, per tutti noi, la svolta che sul finire degli anni 60 avrebbe portato il rock&roll dentro la (post)modernità, e quindi verso quell'eterno futuro dove abita ancora adesso. Creando - nella New York del 1964, insieme a Lou Reed - i Velvet Underground; poi lavorando come produttore a dozzine e dozzine di dischi, alcuni dei quali avrebbero cambiato la storia del mondo (il debutto omonimo degli Stooges, 1969), e collaborando ad al…
Mancano tre giorni a Natale, e la persona in collegamento audio da Los Angeles sta provando a spiegare perché, secondo lui, certa musica medievale sarebbe perfetta per creare l'atmosfera giusta. "Invece, accendo la radio e ci sono tutte queste canzoni natalizie così banali". Potrebbe essere il prologo perfetto per qualche aneddoto riguardante feste in famiglia o nipotini, non fosse che la persona all'altro capo del mondo è John Cale. Un uomo con una responsabilità impressionante: quella di rappresentare, per tutti noi, la svolta che sul finire degli anni 60 avrebbe portato il rock&roll dentro la (post)modernità, e quindi verso quell'eterno futuro dove abita ancora adesso. Creando - nella New York del 1964, insieme a Lou Reed - i Velvet Underground; poi lavorando come produttore a dozzine e dozzine di dischi, alcuni dei quali avrebbero cambiato la storia del mondo (il debutto omonimo degli Stooges, 1969), e collaborando ad altri che l'avrebbero cambiata almeno un poco (Bryter Layter di Nick Drake, 1971). A tutto ciò va aggiunta un'imponente discografia solista di cui Mercy - il suo diciassettesimo album (ma il conto è ampiamente per difetto, perché mancano i live, le collaborazioni e soprattutto le colonne sonore) - esce proprio oggi, ed è uno stupefacente saggio di introspezione soffice e, apparentemente, non sofferta.
John Cale compirà 81 anni tra poco più di un mese. Pur gentilissimo, non è un conversatore particolarmente loquace (specie con i giornalisti), ma - esattamente come molti tra gli ottuagenari che popolano le nostre vite - sembra illuminarsi e chiacchierare volentieri solo quando, pur con mille remore, gli si chiede di rievocare certi episodi buffi e un po' leggendari della sua infanzia e adolescenza. Prima di arrivare lì, però, tocca fargli il terzo grado sul nuovo album. Che è firmato da lui, ma è a tutti gli effetti un lavoro collaborativo, visto che c'è coinvolta una mezza dozzina di altri artisti. Tutti nomi bellissimi dell'avanguardia di ultima e penultima generazione (Laurel Halo, Actress, Animal Collective), dell'avant pop (Sylvan Esso, Weyes Blood, Tei Shi), più i cani sciolti londinesi Fat White Family. Tutt'altro che nuovo all'impollinazione incrociata con gente che ha la metà o anche un terzo dei suoi anni, Cale dice che Mercy non era nato per essere un album con così tante collaborazioni: "Solo che man a mano che completavo le canzoni, era come se mancasse sempre qualcosa. È successo una volta, due, tre, con canzoni sempre differenti. Mi fermavo e dicevo: aspetta, forse qui ci vorrebbe qualcuno con uno sguardo diverso dal mio. A quel punto ho capito che dovevo coinvolgere altre persone".
C'entra, anche, che le prime tracce di Mercy Cale ha iniziato a lavorarle poco prima della pandemia, e un po' come tutti noi si è trovato in credito di rapporti umani non telematici. Ma c'entrano anche i concerti del 2016 e 2017 a Parigi, Liverpool e New York, dove ha commemorato i 50 anni del primo album dei Velvet coinvolgendo musicisti come Kurt Vile, Sky Ferreira, Wild Beasts, Gruff Rhys e Nadine Shah. Lui addirittura dice che l'ipotesi di collaborare con altri musicisti più giovani è stata "...l'unica ragione che mi ha convinto a riprendere in mano il repertorio dei Velvet Underground".
Ma gli ospiti in I (ma pure nei concerti) hanno ricevuto indicazioni precise, oppure preferisce che trovino da soli la chiave con cui intervenire?
"In genere parliamo. Spiego loro da dove arriva la canzone. Ma non dico troppo, e non do loro indicazioni. Devi lasciare che ciascuno respiri la propria aria. Perché allargare il tuo mondo creativo anche ad altre persone (e qui Cale ricorda quasi il suo amico Brian Eno, ndr) è un modo attraverso il quale l'atto della creazione può diventare un processo potenzialmente infinito".
Ciò che però sembra accomunare diversi tra gli ospiti, in particolare lo sperimentatore inglese Actress e i post-freak statunitensi Animal Collective, è una certa predisposizione a manovrare la nozione di "caos controllato". È questo ad averla interessata?
"È vero: il modo in cui ti rapporti al caos è una delle cose più importanti. Per certi versi le persone si dividono in due categorie: quelli che il caos vogliono controllarlo, e quelli che guardano fino a dove può arrivare".
Lei ovviamente appartiene alla seconda categoria, mr. Cale.
"Sì, io appartengo alla seconda categoria, e forse ho più facilità a capire le persone come me. Ma puoi imparare qualcosa anche dalle persone che vogliono controllare il caos. Il bello del caos è che ti porterà sempre da qualche parte".
Il caos ci porta anche (finalmente) ai ricordi d'infanzia. Il primo è ambientato nel natio villaggio minerario gallese di Garnant, dove un giovanissimo Cale trovava sollievo da una situazione familiare diciamo "complicata" (pesanti litigi tra il padre e la nonna materna, e al piccolo John fino all'ingresso a scuola viene insegnato solo il gaelico, per impedirgli di comunicare col padre, inglese) ascoltando la radio a onde corte.
"Forse è l'esperienza più importante di tutta la mia vita. Non sarei quello che sono se non avessi cominciato a conoscere il mondo e la musica così. È lì che ho imparato ad ascoltare, a familiarizzare con ciò che sembrava sconosciuto e misterioso. La radio ha reso la mia infanzia molto eccitante".
Il secondo è di qualche anno dopo, quando un programma di giovani talenti della radio Bbc arriva nella sua scuola superiore, e a lui viene chiesto di eseguire una sua breve composizione: Toccata in the style of Khachaturian. Nella confusione si perde però lo spartito, e al giovane Cale tocca suonare - dal vivo - a memoria. "Ero terrorizzato, ma il fatto di essere comunque riuscito a completare l'esecuzione mi ha fatto riflettere. Dunque era possibile improvvisare? Non era indispensabile seguire uno spartito? Quell'episodio mi ha davvero indicato una strada". Nella stessa scuola - fuori dalla quale immaginiamo ci sia oggi come minimo una targa commemorativa - anni prima era successo pure un altro fatto determinante per il futuro del giovane Cale: ultimo arrivato nella classe di musica, gli toccò scegliere come strumento la viola, perché i violini erano già tutti presi. Una sliding door non da poco, se si pensa a quanto quel suono sia stato centrale in pezzi dei Velvet come Venus in Furs o The Black Angel's Death Song. Cale in realtà è abbastanza imparziale al riguardo: "Non credo che la mia vita sarebbe stata diversa se avessi iniziato a suonare il violino anziché la viola. Il punto sta sempre nel trovare il 'tuo' suono, in qualsiasi strumento scegli. Però un po' è vero: un suonatore di viola sviluppa certe capacità di adattarsi che un suonatore di violino non ha".
Quindi è stato un colpo di fortuna che fossero finiti i violini?
"Sì, ho avuto una grande fortuna".
Visto che ormai il ghiaccio è rotto, si azzarda pure una domanda sul proibitissimo argomento Velvet Underground: Avreste mai immaginato - allora, lei e Lou Reed - che sessant'anni dopo saremmo stati ancora qui a interrogarci sulla magia di quel che voi stavate inventando?
"Eravamo molto testardi e molto orgogliosi di quello che stavamo facendo, per cui il pensiero forse ci avrà sfiorato. Ma eravamo troppo concentrati sul suonare, provare, improvvisare, esplorare, per pensarci più di tanto".
Eravate arrabbiati e impazienti?
"Lou era arrabbiato e impaziente, io ero solo impaziente".
Sul Venerdì del 20 gennaio 2023