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L'avvocato che combatte per le famiglie arcobaleno

Torino, 23 gennaio 2016, corteo per la legge sulle unioni civili (fu varata a maggio) (Elena Aquila/Pacific Press/via Getty Images) 
Dall'identità di genere all'utero in affitto, le cause lgbtq+ passano tutte dallo studio trentino di Alexander Schuster: "Il mio motto? Ama il prossimo tuo. E non in senso evangelico"
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TRENTO. Tutte le cause portano a Trento, e precisamente  nello studio dell’avvocato Alexander Schuster, 45 anni, madre italiana e padre tedesco. I ricorsi più clamorosi sui diritti del variegato mondo lgbtq+ nascono su queste cime, e poi rotolano a valle, sui tavoli della Cassazione e della Consulta, facendo rumore e giurisprudenza. L’ultima volta, il 30 dicembre, quando la Suprema Corte ha detto di no a due professionisti gay, tornati otto anni fa dal Canada con un bebè nato con la gestazione per altri (Gpa, o “utero in affitto”). Avevano tentato di attribuire la doppia paternità al bambino, ma l’anagrafe del Comune (Verona) si era opposta. Poi la Corte d’Appello aveva detto di sì. Infine la Cassazione a sezioni unite ha chiuso il caso: solo il genitore biologico può essere riconosciuto come padre. Il partner, tutt’al più, può tentare l’adozione “in casi speciali”.

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TRENTO. Tutte le cause portano a Trento, e precisamente  nello studio dell’avvocato Alexander Schuster, 45 anni, madre italiana e padre tedesco. I ricorsi più clamorosi sui diritti del variegato mondo lgbtq+ nascono su queste cime, e poi rotolano a valle, sui tavoli della Cassazione e della Consulta, facendo rumore e giurisprudenza. L’ultima volta, il 30 dicembre, quando la Suprema Corte ha detto di no a due professionisti gay, tornati otto anni fa dal Canada con un bebè nato con la gestazione per altri (Gpa, o “utero in affitto”). Avevano tentato di attribuire la doppia paternità al bambino, ma l’anagrafe del Comune (Verona) si era opposta. Poi la Corte d’Appello aveva detto di sì. Infine la Cassazione a sezioni unite ha chiuso il caso: solo il genitore biologico può essere riconosciuto come padre. Il partner, tutt’al più, può tentare l’adozione “in casi speciali”.

Alexander Schuster, 45 anni. Vive e lavora a Trento 

Schuster l’ha presa con filosofia: in missione per le famiglie arcobaleno (cioè con genitori gay o lesbiche), è abituato a tornanti e saliscendi.

Moglie insegnante. Tre figli. Gli sci la domenica. Assai tradizionale. Però, scusi l’incursione nella privacy, tutti la penseranno omosessuale.

«Mi innamoro della persona e, fosse stata la metà giusta, avrebbe potuto essere un uomo. Invece eccomi sposato con la compagna del liceo. Non sento mia nessuna etichetta, bi-, omo, etero. Identità e relazioni in un’ottica binaria implicano il punto di vista eterosessuale. “Ama il prossimo tuo” è il mio motto, e non in senso evangelico».

Ateo?

«E fuori dalla Chiesa, grazie a Stefano Rodotà, primo Garante della privacy. Scrisse la prefazione di un mio libro. Ho potuto chiedere, in base alla legge sul trattamento dei dati personali, la rettifica del registro parrocchiale. Il diritto canonico consentiva anche l’apostasia, certo. Ora che Ratzinger ha tolto questa possibilità, possiamo comunque far valere la norma italiana».

Le famiglie lgbtq+ sono i suoi migliori clienti.

«Mi si riconosce un’utile competenza nel  diritto internazionale. Ma noto una battuta d’arresto: le spese sono eccessive, i tempi lunghi. In compenso, dopo l’elezione di Trump c’è una folla di americani che riscopre una qualche parentela italiana per ottenere la cittadinanza e ha bisogno di avvocati esperti. In più ora ho una delle prime cause sul doppio cognome».

Genitori in lite?

«Al contrario. Desiderano che i figli si chiamino come loro, cosa senz’altro possibile dopo la recente sentenza della Consulta; solo che il padre ha già due cognomi. Vorrebbero evitare di trasmetterne tre».

Come inizia la carriera?

«La tesi di dottorato era sul diritto di famiglia in una chiave di emancipazione dall’eteronormatività. Il docente mi mise in guardia: così non si fa la carriera accademica. Ma era il 2002. Il problema dell’università italiana resta sempre il nepotismo, più che il pregiudizio».

Primo caso?

«Una consulenza per una copppia gay di Trento, 2009. Tornarono dal Canada con due gemelli che, come avveniva allora in questi casi, avevano solo il cognome del genitore biologico. La sentenza della svolta arriva molto dopo, nel 2017, quando la Corte d’appello di Trento riconosce per la prima volta in Italia l’esistenza di un legame giuridico tra i figli e il padre non genetico. Lì ho sentito l’aria che cambiava. Prima, era tutta una battaglia.Ricordo Comuni che pretendevano sull’atto di nascita il nome della madre, ovvero quello della surrogata».

Be’, sempre madre è. Le viene mai il dubbio che la Gpa non sia etica?

«Se parliamo del benessere dei bambini, mai. Poi, la Gpa è una realtà. Andrebbero  accettate e garantite le situazioni in cui la donna compie una libera scelta. Per i giudici italiani una Gpa fatta in Cambogia e una fatta in Canada sono uguali, e così le coppie, soprattutto etero, non hanno incentivi a optare per i contesti più tutelanti».

Madri lesbiche ne segue?

«Un caso pazzesco è quello delle due donne di Pisa che volevano essere registrate entrambe nell’atto di nascita del figlio. Una causa infinita perché a Pisa nel frattempo partì un’inchiesta sul tribunale: arrivano i carabinieri, cambiano tre presidenti, il caos. Quando infine la Consulta interviene, ci fa ricominciare. Pisa mi dà torto. Poi in appello a Firenze l’anno scorso ho vinto, ma ce n’è voluta».

Sarà diventato ricco.

«Non creda. Quando una Corte d’appello mi dà ragione, l’avvocatura dello Stato trascina le famiglie in Cassazione e, comunque finisca, parte delle spese ricade su di loro. Quanto vuole che chieda a questa gente? E poi non ho uno zoccolo duro di clienti».

In che senso?

«Nella vita, quante Gpa si possono fare? Una? Due?».

Lei quanti casi di Gpa avrà seguito?

«Tra coppie etero e gay, un centinaio. Conosco i dettagli sulla nascita di certi bambini più dei bambini stessi».

L’”utero in affitto” in Italia è illegale. Difficile spiegarlo poi ai figli.

«Ma le coppie gay sono trasparenti: mica possono dire ai bambini che li ha portati la cicogna! Le coppie etero tacciono perché temono lo stigma sociale. Un cliente mi confessò: “Avvocato, solo lei e la sorella di mia moglie sapete la verità”. Io suggerisco sempre di dire tutto: se tuo figlio è venuto al mondo in Florida, come fai a tacere? Invece si nasconde pure la fecondazione assistita. Ma è come quando ci si vergognava del divorzio. Cambierà».

È vero che dietro la legge sulle unioni civili c’è lei?

«Arrivata con Renzi, è una legge che sento molto mia. Iniziò con un ricorso dove asserivo che il matrimonio inteso come sola unione uomo-donna era discriminatorio. La Corte d’appello di Trento si rivolse alla Consulta. Nel 2010, quando l’argomento era ancora scottante, ecco la sentenza: il matrimonio è tra un uomo e una donna, ma è ora che si facciano le unioni civili... Una breccia enorme. Avevo aperto lo studio da un anno. All’udienza mi intrufolai tra gli avvocati: non ero cassazionista e non avrei potuto, ma come resistere? In seguito è arrivata anche la condanna dei giudici di Strasburgo, nel 2005, perché il Parlamento non si era mosso».

A Roma poi ci è tornato spesso.

«Per la Cassazione, alle  sole sezioni unite, tre volte. Alla Consulta, una decina di udienze. Anche nel 2015, quando mi ha dato ragione sul caso di una cliente trans che voleva la rettifica del sesso sui documenti senza subìre la sterilizzazione. Da lì ho una buona clientela trans. Ma un altro studio non lo apro, né a Roma né altrove. Amo le mie montagne».

Sul Venerdì del 20 gennaio 2023