Il vostro cane sa riconoscere 20 oggetti per nome?
di Giulia Villoresi , di Giulia VilloresiIl tempio dell’etologia canina si trova a Budapest, in Ungheria, e più precisamente nei laboratori dell’Università Eötvös Loránd (Elte). Fino agli anni Novanta qui c’erano soltanto acquari e studiosi di pesci. Poi, un giorno, il direttore del dipartimento Vilmos Csànyi ha trovato un cane durante un’escursione e ha deciso di adottarlo. Flip avrebbe cambiato il destino di Csànyi e del suo laboratorio, che attualmente coordina il più grande gruppo di ricerca al mondo sul comportamento e il cognitivismo dei cani: il Family dog project. Molti aspetti di questo progetto sono originali, se non unici, nell’ambito degli studi sul cane. A partire dalle premesse scientifiche.
Se la maggior parte degli etologi, infatti, considera il cane una specie problematica da studiare perché sradicata dal proprio habitat naturale, il gruppo ungherese parte invece dall’ipotesi – ecco l’intuizione d…
Il tempio dell’etologia canina si trova a Budapest, in Ungheria, e più precisamente nei laboratori dell’Università Eötvös Loránd (Elte). Fino agli anni Novanta qui c’erano soltanto acquari e studiosi di pesci. Poi, un giorno, il direttore del dipartimento Vilmos Csànyi ha trovato un cane durante un’escursione e ha deciso di adottarlo. Flip avrebbe cambiato il destino di Csànyi e del suo laboratorio, che attualmente coordina il più grande gruppo di ricerca al mondo sul comportamento e il cognitivismo dei cani: il Family dog project. Molti aspetti di questo progetto sono originali, se non unici, nell’ambito degli studi sul cane. A partire dalle premesse scientifiche.
Se la maggior parte degli etologi, infatti, considera il cane una specie problematica da studiare perché sradicata dal proprio habitat naturale, il gruppo ungherese parte invece dall’ipotesi – ecco l’intuizione di Csànyi – che l’habitat del cane sia proprio quello umano, che il cane si sia evoluto per sopravvivere nell’ambiente antropico e che Canis lupus familiaris e Homo sapiens debbano essere compresi insieme, all’interno della loro relazione. Non sorprende, quindi, che all’Elte si studi il cervello dei cani con una tecnologia normalmente usata sugli umani: la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Caschetto, bobina magnetica sul cranio, cuscinetti di protezione e il proprietario che attende all’uscita del tunnel: «sono un po’ le stesse precauzioni che si prendono con i bambini» spiega Marianna Boros, neuroscienziata e ricercatrice dell’Elte.
Pronti a collaborare
«Primo, perché qui amiamo i cani. Secondo, perché uno stress eccessivo falserebbe i risultati. Per questo non è pensabile immobilizzarli, o addormentarli. La cosa importante è che i cani abbiano voglia di farci piacere, di collaborare, e che sappiano fare lo sforzo di non muoversi durante la risonanza». Pare che in quest’ultimo compito siano persino più bravi degli umani: una capacità che non smette di stupire Boros. E qui di cani eccezionali ne hanno visti parecchi. Uno dei progetti più famosi del Family dog project è la Genius dog challenge, un’iniziativa lanciata sui social per rintracciare cani particolarmente dotati per l’apprendimento del linguaggio umano.
Tutto è partito da Whisky, una femmina di border collie capace di riconoscere centinaia di oggetti per nome (“prendi il guinzaglio”, “prendi la palla”, etc), senza alcun addestramento. In letteratura erano già noti casi simili, ma solo a livello aneddotico. A quanto pare è tutto vero: nel corso di due studi, i ricercatori dell’Elte hanno rintracciato sei cani super dotati. Ora l’obiettivo è reclutarne altri – l’appello è rivolto a chiunque abbia un cane capace di riconoscere per nome, senza suggerimenti, almeno venti oggetti – e poi studiarli a fondo.
Qualcosa su questi cani geniali è già emerso: sono quasi tutti border collie, sono più giocosi della media e, a differenza degli altri, tendono a inclinare la testa quando ascoltano il comando. Come spiega Andrea Sommese, ricercatore dell’Elte, «l’idea che ci siamo fatti è che inclinare la testa sia un modo per processare il linguaggio e l’informazione. Non sappiamo ancora come accada di preciso, probabilmente mentre piegano la testa processano le parole creando un’immagine mentale dell’oggetto che dovranno andare a prendere. È un po’ come se stessero riflettendo».
Aprire una finestra sulla mente dei cani attraverso il loro modo di processare il linguaggio umano: ecco il principale obiettivo dell’Elte. In uno studio pubblicato su NeuroImage, per esempio, il gruppo ungherese ha dimostrato che i cani sanno distinguere tra lingue diverse.
Tono e senso delle parole
Ecco come: a un gruppo di cani – due nativi del Messico e sei dell’Ungheria – hanno fatto ascoltare degli estratti del Piccolo principe in ungherese, in spagnolo e in un mix improbabile delle due lingue. Monitorando le loro risposte cerebrali con la fMRI è emerso che i cani distinguono nella corteccia uditiva tra una lingua vera e una finta, e tra la loro lingua natale e una lingua straniera. Una capacità che aumenta con l’età. Si tratta della prima evidenza di un cervello non umano in grado di distinguere tra lingue diverse.«Ma probabilmente la scoperta più importante del nostro laboratorio è quella pubblicata su Science nel 2016» racconta Marianna Boros. «Sotto la direzione di Attila Andics, responsabile del laboratorio di neurologia della comunicazione, abbiamo dimostrato che i cani distinguono tra l’intonazione e il senso delle parole, e che processano le due informazioni separatamente, la prima nell’emisfero destro, nella regione uditiva, la seconda nell’emisfero sinistro». Proprio come avviene negli esseri umani.
Si tratta di un contributo decisivo a uno dei più accesi dibattiti sul linguaggio: gli animali sono capaci di capire il senso delle parole allo stesso modo degli esseri umani? Probabilmente sì.
Come genitori e figli
«Il nostro studio contraddice l’idea comune che i cani non comprendano ciò che gli viene detto e che si limitino a reagire al tono. Anche altri esperimenti condotti qui mostrano che almeno alcuni cani sono assolutamente in grado di apprendere il significato delle parole». Dai laboratori dell’Elte emerge sempre più l’idea che cani e umani siano più vicini di quanto si pensi. «Abbiamo anche scoperto che le due specie instaurano legami di attaccamento simili a quelli tra genitori e figli. Persino le regioni cerebrali che processano questo legame sono le stesse».
Sul Venerdì del 20 gennaio 2023