Lo scandalo degli allevamenti intensivi: poveri polli, poveri noi
di Michele Serra , di Michele SerraScrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Serra, voglio complimentarmi con la bravissima Giulia Innocenti di Report che, con fatica e insistenza, ha provato a cercare nell’aia Fileni pennuti bio allevati all’aperto. Invano, a quanto pare: evidentemente i polli siamo noi! Un’azienda tra le più importanti del territorio, da tutti incensata e portata ad esempio nel mondo, presa con le mani nel sacco. Che figura!
E che dire di quanti, in modo colpevole e superficiale, si sono prestati alla truffa? L’imbarazzo si taglia a fette anche tra i vertici della Regione Marche, responsabile del Servizio Veterinario in testa. Servizio – è bene ricordare – presidio di sicurezza e salute pubblica oltre che di terzietà. Nell’interesse della collettività. Invece... Tra i lasciti dei nostri impagabili genitori, la Costituzione: «L’iniziati…
Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Serra, voglio complimentarmi con la bravissima Giulia Innocenti di Report che, con fatica e insistenza, ha provato a cercare nell’aia Fileni pennuti bio allevati all’aperto. Invano, a quanto pare: evidentemente i polli siamo noi! Un’azienda tra le più importanti del territorio, da tutti incensata e portata ad esempio nel mondo, presa con le mani nel sacco. Che figura!
E che dire di quanti, in modo colpevole e superficiale, si sono prestati alla truffa? L’imbarazzo si taglia a fette anche tra i vertici della Regione Marche, responsabile del Servizio Veterinario in testa. Servizio – è bene ricordare – presidio di sicurezza e salute pubblica oltre che di terzietà. Nell’interesse della collettività. Invece... Tra i lasciti dei nostri impagabili genitori, la Costituzione: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Nell’attesa, penso a mio figlio, giovane studente della facoltà di Veterinaria
al quale il nonno sembra aver lasciato del lavoro da portare a termine.
Andrea Raschia - Ancona
Caro Raschia, al momento di risponderle non posso sapere gli eventuali sviluppi della vicenda, che è grave e delicata. Ma ho visto l’inchiesta di Report e posso solo dirle che, al di là delle responsabilità specifiche, ciò che colpisce duramente, e costringe a ragionare sul nostro sistema di vita, è l’abnormità dell’allevamento intensivo in sé. Centinaia di migliaia di animali stipati come se fossero pezzi di ricambio e non esseri viventi, con inevitabile vulnerabilità alle epidemie e conseguente abuso di farmaci. Nonché condizioni di vita pessime, come se essere destinati al macello implicasse, per sovrappiù, anche un’esistenza orribile.
Non è retorica, è puramente oggettiva la considerazione di quanto sia infinitamente migliore l’esistenza delle bestie nei piccoli allevamenti, nelle fattorie e nelle aie laddove l’animale non è soltanto proteine anonime, ma ha un nome, un’identità e un rapporto diretto con chi lo alleva. La questione dell’alimentazione, nella società di massa, a partire dal grande dilemma vegetariani/onnivori, è così grande e complicata che non voglio farla troppo semplice. Ma che nelle grandi filiere del cibo ci sia qualcosa di snaturato e di forsennato mi sembra evidente.
L’industrializzazione dell’agricoltura e dell’allevamento ha portato, nei casi migliori, a maggiori controlli sanitari sul cibo, ma nel quadro di una generale, drammatica perdita di biodiversità e – cosa non secondaria – di cultura, di socialità, di conoscenza della natura. Se il pollo o il vitello sono solo fettine avvolte nel cellofan (smisurata la quantità di plastica necessaria), per quanto controllate siano quelle fettine, noi siamo solo gli utenti finali di un lungo processo di cancellazione dei cicli naturali e della vita materiale. So bene che la filiera corta, in un mondo intensamente urbanizzato, non può bastare a sfamare uomini e bestie, tutti ugualmente bisognosi di cibo. Ma è a questo che si deve tendere, è questo che si deve desiderare, e sarebbe una clamorosa rivoluzione (tecnologica, politica, culturale) restituire agli uomini la facoltà di autodeterminare, come individui o come piccole comunità, il proprio sostentamento, e soddisfare i propri bisogni in una scala più “prossima”, e per una via più trasparente.
Bisogna sognare società future dove città e campagna coesistano, sui terrazzi ci siano gli orti, i frutteti, le galline, le oche, nei giardini le vacche, i cavalli e le pecore, e nessuno possa pensare che il petto di pollo sia solo il contenuto di una vaschetta di plastica. Oppure possiamo rinunciare a sognare e limitarci a riempire il carrello al supermercato.
Sul Venerdì del 27 gennaio 2023