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Le colonne di cemento del Memoriale della Shoah, progettato da Peter Eisenman e inaugurato al centro di Berlino nel 2005. Sullo sfondo la cupola del Reichstag e la quadriga della Porta di Brandeburgo (Michael Kappeler / DDP / Afp via Getty Images) 

Che cosa resta della Berlino di Hitler

Novant'anni fa, il 30 gennaio 1933, i nazisti conquistavano il potere. Ma oggi per le strade della città del Führer non rimane quasi più traccia. Davvero la Germania ha davvero fatto i conti con la dittatura e la Shoah? Reportage
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Berlino. "Un sogno", anzi "un miracolo". Joseph Göbbels saluta la nomina del Führer Adolf Hitler a cancelliere del Reich. È il 30 gennaio del 1933. II futuro ministro della Propaganda nazista è esaltato: "La Wilhelmstrasse è nostra": è il quartiere governativo che Hitler stravolgerà da lì a poco per far posto a una monumentale Cancelleria lunga oltre 400 metri costruita dall'''architetto del diavolo", Albert Speer.

Novant'anni dopo di quel cuore del potere nazista che si estendeva fino alla Porta di Brandeburgo sono rimaste poche tracce. All'angolo tra Vossstrasse e Wilhelmstrasse, dove Hitler amava affacciarsi per arringare le folle, si affastellano i segni della Berlino unificata, liberata, capitalista. E un po' ignara. Il ristorante cinese "L'Anatra di Pechino", il supermercato Ullrich, un kebabbaro, un "Pizza e Pasta" con l'insegna tricolore. …

Berlino. "Un sogno", anzi "un miracolo". Joseph Göbbels saluta la nomina del Führer Adolf Hitler a cancelliere del Reich. È il 30 gennaio del 1933. II futuro ministro della Propaganda nazista è esaltato: "La Wilhelmstrasse è nostra": è il quartiere governativo che Hitler stravolgerà da lì a poco per far posto a una monumentale Cancelleria lunga oltre 400 metri costruita dall'''architetto del diavolo", Albert Speer.

Novant'anni dopo di quel cuore del potere nazista che si estendeva fino alla Porta di Brandeburgo sono rimaste poche tracce. All'angolo tra Vossstrasse e Wilhelmstrasse, dove Hitler amava affacciarsi per arringare le folle, si affastellano i segni della Berlino unificata, liberata, capitalista. E un po' ignara. Il ristorante cinese "L'Anatra di Pechino", il supermercato Ullrich, un kebabbaro, un "Pizza e Pasta" con l'insegna tricolore. Solo qualche metro più a sud resiste un edificio sopravvissuto al nazismo. È il colossale ministero dell'Aviazione, trasformato durante il comunismo nel "ministero dei ministeri". Con la Germania riunificata è diventata la casa di Wolfgang Schaeuble, Olaf Scholz e Christian Lindner: il ministero delle Finanze, tempio dell'austerità teutonica.  

Il vecchio quartiere governativo dei nazisti è stato quasi interamente spazzato via dalla guerra e dalle migliaia di tonnellate di bombe che piovvero su Berlino fino al 1945. Negli anni della Germania comunista, l'area intorno alla vecchia Cancelleria di Hitler fu inglobata in parte dalla striscia di morte creata intorno al Muro. Ma con la riunificazione tedesca del 1990 quel quartiere è cambiato di nuovo, radicalmente. E dietro alla Vossstrasse, sul retro della vecchia Cancelleria distrutta dalle bombe e demolita definitivamente nel dopoguerra, nel giardino del vecchio ministero degli Esteri di Joachim von Ribbentrop, sparito anch'esso, sorge oggi il Monumento alle vittime della Shoah: su diciannovemila metri quadrati si estendono 2.711 stele di altezze diverse che ricordano i sei milioni di ebrei sterminati dalla furia nazista. Una nemesi.

L'incendio del Reichstag

Il terrore hitleriano comincia il 30 gennaio 1933. Quella data non segna solo il tramonto della Repubblica di Weimar. Da lì a poco i nazisti, che hanno vinto le elezioni del novembre 1932 con il solo 33 per cento dei voti, incendieranno il Reichstag dando la colpa ai comunisti per spazzare via ogni traccia di democrazia e trasformeranno la Germania in una dittatura totalitaria, un regime "che subordina ogni atto dell'individuo allo Stato e alla sua ideologia" secondo la lucida definizione di Umberto Eco.

Le SS sfilano lungo la Wilhelmstrasse nel 1937 (Getty Images) 

La sera del 30 gennaio le milizie paramilitari di Hitler, le SA e le SS, marciano all'unisono con le fiaccole attraverso la Wilhelmstrasse e la Porta di Brandeburgo. Una premonizione che gela il sangue a tanti, tranne ai principali attori di quel convulso e drammatico epilogo dell'esperienza repubblicana. Quella gelida sera d'inverno il vecchio presidente della Repubblica, Paul von Hindenburg, che dopo averlo sempre definito un uomo pericoloso ha nominato il Führer a capo di un governo di coalizione, si affaccia inquieto dalla finestra del palazzo presidenziale. Ma anche il grande pittore impressionista Max Liebermann osserva preoccupato la sfilata delle camicie brune sotto al suo appartamento al Pariser Platz: "Non potrei mai mangiare tanto da soddisfare la mia voglia di vomitare" commenta.

Eppure, due giorni prima i giornali hanno ancora definito Hitler "il cancelliere da carnevale". Il Partito nazionalsocialista ha la maggioranza relativa, ma il Parlamento della Repubblica di Weimar è paralizzato dai veti incrociati - anche tra socialdemocratici e comunisti. A gennaio del '33 l'ex cancelliere Franz von Papen, che conduce le trattative per una nuova coalizione di governo tra i nazisti, i conservatori del Dnvp e il movimento di ex combattenti Stahlhelm, confida ai suoi che "in due mesi avremo spinto Hitler talmente in un angolo che cigolerà". Lo considera un pupazzo. Una hybris che la Germania e l'Europa pagheranno cara. Bertolt Brecht chiamerà quella del Führer, mascherato dietro al suo alter ego teatrale Arturo Ui, una "resistibile ascesa".

Adolf Hitler con Paul von Hindenburg, il presidente della Repubblica che lo nominò cancelliere nel 1933 (Getty Images) 

Regalo interessato

E infatti gli storici non amano più definire "la presa del potere di Hitler" quel giorno funesto. Preferiscono "la consegna del potere". Perché gli fu letteralmente regalato da una serie di politici mediocri che ne sottovalutarono la pericolosità, pensando di manovrarlo come una marionetta. E questo anche se Hitler aveva già scritto anni prima il suo manifesto politico, il delirante pamphlet antisemita Mein Kampf, anche se aveva già tentato un putsch a Monaco nel 1923, anche se le sue bande di fanatici già dagli anni Venti perseguitavano gli avversari con una ferocia inaudita.

"Il problema è che tendiamo a vedere la storia in una traiettoria teleologica" ci spiega Dan Diner, uno dei maggiori storici viventi che ha dedicato pagine fondamentali al nazismo, coniando la puntuale espressione Zivilisationsbruch, rottura della civiltà, per definire l'esperienza del dodicennio hitleriano. "Argomentiamo che l'ascesa dei nazisti fu favorita dall'umiliazione della sconfitta della Prima guerra mondiale, dalle pesanti riparazioni di guerra imposte dal Trattato di Versailles, dall'iperinflazione che nei primi anni 20 gettò la Repubblica di Weimar nel caos. Ma dimentichiamo che Weimar ebbe anche un quinquennio d'oro, il 1924-29. E il fatto che la grande crisi del 1929 abbia stroncato quella parentesi più serena. Insomma, per capire il 30 gennaio del 1933 bisogna guardare alla storia come a un susseguirsi di coincidenze, non come a una linea retta di eventi che portano a un epilogo inevitabile. E all'inizio del 1933, in quella fragilissima situazione della Repubblica di Weimar, la storia si sarebbe potuta muovere anche in una direzione completamente diversa" prosegue Diner. 

Lo Schwerbelastungskorper, un blocco di calcestruzzo che rientrava nei piani per la costruzione della “nuova Berlino” nazista: oggi è un monumento (Alamy / Ipa) 

Raggiunto al telefono, l'ex professore delle università di Gerusalemme e Lipsia racconta che proprio da questa consapevolezza - nella storia nulla è ineluttabile - nasce la mostra che ha ideato, in programma al Deutsches Historisches Museum fino al 24 novembre. Il titolo è Roads not taken, "le strade non imboccate": ruota intorno a quattordici date fondamentali della storia tedesca e alle possibili alternative. "La storia non si fa con i se, ma per me lo scopo era spiegare ai tedeschi che non c'è nulla di inevitabile negli avvenimenti storici, che c'è sempre stata e sempre ci sarà una possibile alternativa" spiega ancora Diner.

Una delle tappe scelte dallo storico è proprio il 30 settembre del 1933. E i curatori hanno riempito la stanza del museo di foto e racconti di quella tragica giornata, mettendo in risalto aspetti spesso trascurati. Un'istantanea dei generali della Reichswehr (le forze armate tedesche), Kurt von Schleicher e Kurt von Hammerstein-Equord, ricorda che in quelle convulse ore in cui nasceva il governo Hitler, a Berlino giravano voci insistenti su un putsch militare. "Se ne discuteva molto" mi dice Lili Reyels, una delle curatrici della mostra. "Ed era diventato uno degli elementi di pressione su Hindenburg perché accelerasse i tempi per la nomina di Hitler". Il Führer fu considerato, insomma, un male minore rispetto a un colpo di Stato dei vertici militari. Una miopia fatale, dettata soprattutto dalla sete di potere del mediatore von Papen. "Bisogna sapere che l'ex cancelliere von Papen era vicino di casa del presidente Hindenburg. E percorreva il breve tratto dal palazzo presidenziale al suo appartamento per sussurrargli all'orecchio le sue idee". E infatti fu lui, come spiega un cartello della mostra, ad avvertire che "se entro  le undici non ci sarà un nuovo governo, arriverà la Reichswehr. Una dittatura militare di Schleicher e Hammerstein".

Hindenburg scelse Hitler, il Führer di un partito che "univa in modo militante e clamorosamente efficace l'idea nazionale con l'idea sociale", come lo definì già nel 1930 un inorridito Thomas Mann. Nel suo Appello alla ragione il futuro premio Nobel aveva invitato la Francia ad ammorbidire le condizioni del Trattato di Versailles. Come John Maynard Keynes un decennio prima, Mann aveva capito che la martellante campagna di Hitler contro il trattato che aveva posto fine alla Grande guerra sarebbe stato un collante micidiale per i tedeschi che si sentivano umiliati dalle riparazioni. E una giustificazione vigorosa per le fantasie eversive di Hitler.


Nostalgici e canaglie

Il Deutsches Historisches Museum è affacciato sull'ampio boulevard Unter den Linden, a poche centinaia di metri dalla Porta di Brandeburgo e dalla Wilhelmstrasse, quartiere che fu il cuore del potere nazista e che ospita oggi il Monumento alle vittime della Shoah. Una nemesi che non piace affatto ai nostalgici del nazismo, a chi non ha mai accettato che la Germania sia risorta come una solida democrazia dalle ceneri del "male del secolo", come lo chiamano gli storici, e della "guerra totale", come la chiamò Hitler. Come un fiume carsico, ogni tanto emergono gli spettri del passato. A dicembre la Procura generale ha arrestato un gruppo di nostalgici attivi nell'esercito e nella polizia che si erano raccolti intorno a un principe nero della Turingia, Enrico XIII Reuss. E da otto anni, un partito venato di nostalgie naziste siede persino nel Parlamento, l'Alternativa per la Germania (Afd).

A riprova che l'architettura della memoria è un affronto per chi spera ancora in un ritorno del Führer, Holger von Winterstein, esponente dell'Afd, si è fatto fotografare di recente mentre danzava su una delle stele del Monumento all'Olocausto, definendolo "un ottimo cesso" e twittando "riprendiamoci la nostra patria!". In passato anche Bjoern Hoecke, leader del partito in Turingia e capo di Der Flügel, la corrente più radicale,  aveva definito il monumento "una vergogna". Entrambi si sono dovuti scusare e correggere, subendo pesanti critiche persino dai vertici dell'Afd.

L’arresto di Enrico XIII Reuss, nel dicembre scorso (Getty Images) 

In Germania, contrariamente a paesi come l'Italia dove i fascismi vengono trattati con una certa leggerezza, l'apologia del nazismo e il negazionismo sono puniti con il carcere, e l'antisemitismo è considerato un crimine imperdonabile. Nei sedici anni del suo cancellierato, Angela Merkel ha stabilito una chiara linea rossa che arriva dritta dalla tragica esperienza di quel 30 gennaio del 1933 in cui i conservatori pensarono di addomesticare i nazisti. Stabilì che la Cdu/Csu, il partito dei conservatori, non si sarebbe mai alleata con l'Afd o con qualunque altra formazione dell'estrema destra. Un'anatema che resiste sino ad oggi.

È stata Merkel a nominare per la prima volta un commissario per la lotta contro l'antisemitismo, il sottosegretario all'Interno Felix Klein. Per cementare quel "Mai più" promesso al mondo dalla Germania post-nazista. Perché la dittatura di Hitler aveva profonde radici nell'antisemitismo radicale, come mi ricorda Tommaso Speccher, filosofo e autore di un libro fondamentale per capire la rielaborazione del nazismo nel dopoguerra: La Germania sì che ha fatto i conti col nazismo (Laterza). "L'antisemitismo radicale tedesco nasce nell'Ottocento da un miscuglio di teorie pseudoscientifiche tra cui il darwinismo sociale che si inventa le razze superiori. È insomma diverso dal vecchio antigiudaismo. Questo incontro tra razzismo e antisemitismo è il nocciolo delle teorie novecentesche. Ma per Hitler l'antisemitismo diventa soprattutto uno strumento di propaganda con una funzione nazionalista: vuole aizzare le masse, che negli anni 20 stanno emergendo, contro determinate minoranze, in nome di un Volkstum, l'appartenenza a un presunto popolo originario".

A due passi dal lager

Oltre a strutturare socialmente e antropologicamente l'idea esclusiva di "germanicità", secondo Speccher l'antisemitismo servì anche "per la propaganda contro la società liberale che si stava sviluppando in quegli anni. Gli ebrei erano percepiti come una comunità che si opponeva all'idea ancora giovane di nazione". L'"antisemitismo sterminatorio", come lo ha definito lo storico Daniel Goldhagen, è un fenomeno soprattutto tedesco. Ma contagiò anche altri. Secondo gli storici, circa 260 mila persone furono coinvolte nella Shoah, dagli ufficiali delle SS ai ferrovieri che guidavano i treni della morte: 190mila erano tedeschi. Ma per il resto erano croati, belgi, lituani, ungheresi, polacchi, italiani. Insomma, europei.

Un libro straordinario, appena uscito, racconta un lato spesso dimenticato dell'antisemitismo degli anni Trenta. Certo, i saccheggi e le persecuzioni, gli espropri e le violenze accelerarono nel 1933, quando peraltro fu inaugurato anche il campo di concentramento di Dachau. Ma l'antisemitismo dei nazisti fu anche un processo, come racconta Mara Fazio nel suo Dal giardino all'inferno (Bollati Boringhieri). La storia della sua famiglia dimostra come a partire dal 1933 "la politica generale diventa destino personale" e fa precipitare tutto in un inferno di espropri, discriminazioni, degradazioni, suicidi e deportazioni nel campo di concentramento di Theresienstadt. Il carteggio dei suoi famigliari, scrive Fazio, riflette "il crudele stillicidio imposto alla vita degli ebrei tedeschi da centinaia di leggi, ordinanze e regolamenti antisemiti emanati giorno dopo giorno dall'apparato statale nazista, fino alla decisione del loro sterminio".  

 

Una manifestazione neonazista nel 2020 (Getty Images) 

In Germania la lezione del 30 gennaio del 1933 sembra viva, al di là delle tante contraddizioni nella rielaborazione del nazismo dei primi decenni del dopoguerra ben descritti da Speccher. Secondo il filosofo una delle ragioni fondative della Germania unificata nel 1990 è stato proprio il rifiuto del nazionalismo radicale, rafforzato dalla merkeliana barriera a destra. "In Italia" ricorda Speccher "è avvenuto l'opposto: con la Seconda repubblica e il berlusconismo è sparito l'antifascismo come collante dell'arco costituzionale. Il fascismo è stato sdoganato". E forse non è un caso, allora, che nel Paese di Olaf Scholz, dove nel 2021 il 90 per cento degli elettori ha votato per partiti otto e novecenteschi - molti dei quali sono stati spazzati via nella maggior parte degli altri Paesi europei - la democrazia sembri più solida che mai.

Sul Venerdì del 27 gennaio 2023