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L’obelisco del Foro Italico a Roma (Nico G) 

Mussolini c'è: l'Italia dei monumenti che celebrano ancora il duce e il fascismo

Dalla capitale a Bolzano i simboli del regime sono quasi tutti in bella vista. impensabile cancellarli ora. Ma se c’è chi li onora, qualcuno prova a "risignificarli"
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Duce, Duce, duecentosessantaquattro volte Duce. A contarle fu un deputato socialista negli anni Cinquanta: sono le scritte inneggianti al capo del fascismo incastonate nei mosaici che coprono il piazzale del Foro Italico a Roma, accanto a immagini di imprese bellico-sportive ispirate all'iconografia della romanità. Tutto un po' malmesso anche per i ripetuti passaggi degli skater, ma tutto ancora perfettamente leggibile. Ai lati del piazzale, due sequenze di lastre di marmo celebrano le date storiche dell'epopea mussoliniana, dalla fondazione del Popolo d'Italia alla Marcia su Roma alla conquista dell'impero; solo le ultime tre, che i progettisti avevano lasciato libere per i futuri fasti, ricordano la caduta del fascismo, la vittoria della Repubblica al referendum del 2 giugno, l'entrata in vigore della Costituzione. Furono incise in fretta e furia (ma in uno stile indistinguibile dalle altre) ai tempi delle Olimpiadi del 1960, anche per non turbare le d…

Duce, Duce, duecentosessantaquattro volte Duce. A contarle fu un deputato socialista negli anni Cinquanta: sono le scritte inneggianti al capo del fascismo incastonate nei mosaici che coprono il piazzale del Foro Italico a Roma, accanto a immagini di imprese bellico-sportive ispirate all'iconografia della romanità. Tutto un po' malmesso anche per i ripetuti passaggi degli skater, ma tutto ancora perfettamente leggibile. Ai lati del piazzale, due sequenze di lastre di marmo celebrano le date storiche dell'epopea mussoliniana, dalla fondazione del Popolo d'Italia alla Marcia su Roma alla conquista dell'impero; solo le ultime tre, che i progettisti avevano lasciato libere per i futuri fasti, ricordano la caduta del fascismo, la vittoria della Repubblica al referendum del 2 giugno, l'entrata in vigore della Costituzione. Furono incise in fretta e furia (ma in uno stile indistinguibile dalle altre) ai tempi delle Olimpiadi del 1960, anche per non turbare le delegazioni straniere. Le quali comunque passarono - come, prima e dopo di loro, milioni di tifosi diretti al vicino stadio Olimpico - davanti all'enorme obelisco (36,59 metri di altezza, 770 tonnellate di peso) che oggi come nel 1932, quando fu inaugurato quello che all'epoca si chiamava Foro Mussolini, ancora campeggia all'ingresso del complesso. E che oggi come allora reca incisa la gigantesca scritta MVSSOLINI DVX.

il Palazzo della Civiltà italiana all’Eur (Getty Images) 

L'obelisco ha resistito alla travolgente ma limitata ondata di distruzioni che alla caduta del fascismo nel 1943 e alla Liberazione del '45 colpì in tutta Italia soprattutto le immagini del Duce e alcuni, neanche tutti, i simboli del regime sugli edifici pubblici. Allo stesso modo, solo per restare a Roma, è sopravvissuta la scritta UN POPOLO DI POETI DI SANTI DI NAVIGATORI ecc. ecc. sul Palazzo della civiltà italiana dell'Eur (citazione dal discorso con cui Mussolini annunciava l'aggressione all'Etiopia); o la statua del Genio del Fascismo dotata sbrigativamente di fasce alle mani per "travestirla" da boxeur, e ribattezzata Genio dello Sport, che davanti al Palazzo degli Uffici continua a fare il saluto romano in teoria vietato agli umani; o ancora, il dipinto murale Apoteosi del Fascismo di Luigi Montanarini nel salone d'onore del Coni, a lungo nascosto, poi riscoperto e restaurato negli anni Duemila, e regolarmente usato come fondale per le conferenze stampa.

Il dipinto murale Apoteosi del Fascismo nella sede del Coni (Fabio Cimaglia / Fotogramma) 

Cancellare è vietato

Nel 2017, mentre sulle due sponde dell'Atlantico venivano messe in discussione, e in parecchi casi buttate giù, statue di colonialisti, schiavisti e generali confederati, in un articolo sul New Yorker la storica americana Ruth Ben-Ghiat si chiedeva come mai, invece, gli italiani avessero lasciato in piedi tanti monumenti fascisti. Fu accusata di ingenuità, di scarsa sottigliezza storiografica, e persino di voler spianare mezza Italia con le ruspe in nome della cancel culture. Ma lo slogan "non si cancella il passato" non può chiudere la questione, "come se intitolazioni e simboli fossero libri di storia, e come se non esistessero altre possibilità che conservare o cancellare" scrive Giulia Albanese, storica dell'Università di Padova, in I luoghi del fascismo. Memoria politica rimozione (Viella), la raccolta di saggi che ha curato insieme a Lucia Ceci.

Il volume nasce dalla mappatura di monumenti, architetture, opere d'arte, nomi di strade che celebrano o ricordano il regime, promossa negli ultimi anni dall'Istituto nazionale Ferruccio Parri e dalla rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell'Italia contemporanea. Un'iniziativa che continua su un sito costantemente aggiornato, luoghifascismo.it. "Lo scopo non è certo invocare abbattimenti o cancellazioni" spiega adesso Albanese, "ma studiare come e perché questi simboli sono stati preservati e riutilizzati nel dopoguerra. E capire meglio come l'Italia e le sue classi dirigenti hanno fatto i conti con il fascismo".

Nata nel 1939 come Genio del fascismo questa statua fu ribattezzata nel dopoguerra Genio dello sport: è in una piazza dell’Eur, a Roma (Getty Images) 

"In Germania i luoghi del nazismo sopravvissuti sono spesso diventati centri di studio, documentazione, didattica" continua Amedeo Osti Guerrazzi, storico e a lungo collaboratore della Fondazione Museo della Shoah di Roma. "Da noi, davanti all'obelisco Dux, non c'è nemmeno un pannello esplicativo. Come non sono quasi mai segnalati i luoghi della persecuzione antiebraica. Sì, c'è il memoriale al Binario 21 della stazione di Milano, da cui partivano i convogli per Auschwitz, ci sono targhe e monumenti commemorativi; ma dove si spiega che nel tale commissariato o nella tale caserma operavano funzionari italiani che rastrellavano gli ebrei e li consegnavano ai nazisti? La rimozione ha fatto comodo a tutti. Se i "cattivi" erano soltanto i tedeschi, Mussolini e i fascisti più efferati, tutti gli altri potevano prendere le distanze, a partire dalla classe militare che pure era corresponsabile di tanti crimini. Una grande autoassoluzione del popolo italiano".  

In attesa che a villa Torlonia, accanto alla casa romana di Mussolini, sorga il più volte annunciato Museo nazionale della Shoah di Roma (di recente il ministro della Cultura Sangiuliano ha rinnovato l'impegno a realizzarlo), a Ferrara è attivo dal 2017 il Meis, Museo dell'ebraismo italiano e della Shoah, con il compito di informare ed educare sulla bimillenaria storia della comunità ebraica nel nostro Paese. Il suo direttore, Amedeo Spagnoletto, ritiene che anche la sopravvivenza dei monumenti fascisti possa avere la sua funzione didattica. "Il grande obelisco del Foro italico mi fa pensare a un ebreo che se lo trovava davanti nell'immediato dopoguerra, in tutta la sua imponenza; a come poteva sentirsi schiacciato anche dopo le persecuzioni subìte, alla difficoltà che ha avuto la comunità ebraica a far sentire la propria voce. A Primo Levi che temeva di non essere creduto e si vedeva rifiutare la pubblicazione di Se questo è un uomo. Ecco, la sopravvivenza di certi monumenti fascisti potrebbe servire quasi come autodenuncia delle reticenze e delle rimozioni dell'Italia democratica".  

L’Arco della VIttoria di Bolzano (Getty Images) 

Non cancellare dunque, ma spiegare, contestualizzare, risignificare i resti di un passato scomodo. "Anche per evitare che quei significati originari vengano riattivati" spiega ancora Albanese. Uno dei tentativi più riusciti in questo senso è il Monumento alla Vittoria di Bolzano. Eretto in epoca fascista su progetto di Marcello Piacentini, architetto principe del regime, celebra la conquista e l'italianizzazione forzata del Sudtirolo dopo la Prima guerra mondiale. Per decenni è stato vissuto come una ferita dalla comunità tedesca. Finché, dal 2014, è stato corredato di un percorso espositivo sulla tormentata storia della regione sotto nazismo e fascismo. Poco lontano, al bassorilievo con Mussolini a cavallo che campeggia sulla facciata della ex Casa del Fascio, è stata sovrapposta una scritta con una frase di Hannah Arendt: "Nessuno ha il diritto di obbedire".  

 

Un modo ancora più antiretorico di tramandare la memoria nello spazio pubblico è il progetto delle Stolpersteine, le Pietre d'inciampo nate nel 1992 per iniziativa dell'artista tedesco Gunter Demnig. Sono piccoli blocchi di pietra posti davanti all'ingresso delle case dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti, ricoperti da una lastra d'ottone con il nome e le date della nascita, della deportazione e, quando conosciuta, della morte. In tutta Europa ne sono stati posti oltre 70 mila, diverse centinaia in Italia.

Pietre d’inciampo davanti a un palazzo della capitale (Nico G) 

 

"Girando per le vie del mio quartiere... mi capita spesso di incontrarle e proprio in quel minimo spazio d'attenzione mi ritrovo ad allungare il passo o a girargli intorno per non calpestarle. E quel passo differente si fa già memoria". Lo scrive la storica dell'arte Lisa Parola in Giù i monumenti? (Einaudi), un saggio che riflette appunto sull'evoluzione del rapporto tra simboli pubblici e memoria. "Penso che  come oggetto estetico il monumento montato su un basamento, da guardare dal basso verso l'alto, sia in via d'estinzione" dice Parola. "Ma sono pronta a essere smentita. Con la guerra in Ucraina, ad esempio, siamo tornati a pronunciare la parola 'eroe'. E dove c'è l'eroe c'è anche la statua sul piedistallo".

Sul Venerdì del 27 gennaio 2023