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"Holy Spider": il film sul serial killer iraniano che spaventa gli ayatollah

Zar (all’anagrafe Zahra) Amir Ebrahimi, 41 anni, premiata a Cannes come miglior attrice per Holy Spider: il film diretto da Ali Abbasi arriva nelle sale italiane il 16 febbraio con Academy Two (Joel Saget/Afp via Getty Images) 
La protagonista del film del regista Ali Abbasi, Zar Amir Ebrahimi, è fuggita dal Paese dopo la diffusione di un video intimo privato. Ora il film "Holy Spider" ne ha fatto una star premiata a Cannes. A rischio fatwa
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Nella luce fioca di una stanza poverissima si vede una donna che s'infila il reggiseno. Per un secondo balugina anche un seno. Lo spettatore occidentale sussulta: come può essere un film iraniano? Eppure lo è: inevitabilmente girato fuori dall'Iran, Holy Spider racconta come la società e la vita reale del Paese siano diverse dal modo in cui la vogliono pensare  e rappresentare gli ayatollah: per esempio, sotto quelle palandrane nere incaricate di celarne le forme, anche le donne iraniane hanno un corpo. E il sussulto dello spettatore occidentale racconta come le nostre platee hanno introiettato i veti  che opprimono iraniane e iraniani. Regole e tabù che, a settembre scorso, con l'arresto e la morte di una ragazza di 22 anni, Mahsa Amini, accusata dalla polizia morale di non indossare correttamente l'hijab, hanno acceso la rivolta delle donne e dei giovani. Rivolta che, scoppiata a Teheran e divampata in altre150 città, &egr…

Nella luce fioca di una stanza poverissima si vede una donna che s'infila il reggiseno. Per un secondo balugina anche un seno. Lo spettatore occidentale sussulta: come può essere un film iraniano? Eppure lo è: inevitabilmente girato fuori dall'Iran, Holy Spider racconta come la società e la vita reale del Paese siano diverse dal modo in cui la vogliono pensare  e rappresentare gli ayatollah: per esempio, sotto quelle palandrane nere incaricate di celarne le forme, anche le donne iraniane hanno un corpo. E il sussulto dello spettatore occidentale racconta come le nostre platee hanno introiettato i veti  che opprimono iraniane e iraniani. Regole e tabù che, a settembre scorso, con l'arresto e la morte di una ragazza di 22 anni, Mahsa Amini, accusata dalla polizia morale di non indossare correttamente l'hijab, hanno acceso la rivolta delle donne e dei giovani. Rivolta che, scoppiata a Teheran e divampata in altre150 città, è diventata rivoluzione. Per ora generazionale.

Holy Spider è inviso al regime quasi quanto I versi satanici. Dopo la standing ovation a Cannes e il premio come miglior attrice alla protagonista Zar Amir Ebrahimi -  che, nel film, viene redarguita come Mahsa, ma dal portiere d'albergo, perché il velo non le copre i capelli - è stato proprio il ministero della Cultura a paragonarlo al romanzo che è costato a Salman Rushdie una fatwa lanciata da Khomeini nel 1989 ed eseguita 33 anni dopo, negli Stati Uniti. Lo stesso ministero ha definito il Festival, "iniziato con Zelensky e finito con Zar", uno strumento di guerra controllato dal governo francese.

Ma cos'ha di tanto urticante questo film che, malgrado le sue imperfezioni e le critiche non sempre entusiaste, è stato candidato dalla Danimarca - senza farcela - alle nomination per gli Oscar, stavolta un po' meno inclusivi? Semplice: ha rispettato il ruolo che dal Neorealismo alle Nouvelles vagues, dal Noir alla New Hollywood, il buon cinema ha sempre svolto: denunciare, demistificare, raccontare un'altra verità. Nel caso, quella di Saeed Hanaei, serial killer che fra il 2000 e il 2001 strangolò con il loro velo sedici prostitute per ripulire le strade di Mashhad, città santissima dell'Iran che, con la moschea dell'imam Reza, la più grande al mondo, accoglie venti milioni di turisti l'anno e conseguenti introiti.

La protesta inscenata per la presentazione di Holy Spider al Bfi London Film Festival l’8 ottobre 2022, in seguito alla uccisione di Mahsa Amini: al centro, Zar Amir Ebrahimi e, con gli occhiali da sole e la camicia insanguinata, il regista Ali Abbasi (Stuart C. Wilson/Getty Images for BFI) 

Il regista Ali Abbasi, iraniano naturalizzato danese, già noto per il suo film su troll e umani Border - Creature di confine, ha raccontato che il suo interesse per la storia, su cui ha lavorato per una quindicina d'anni, è nato dalla consapevolezza che un bel po' di gente considerava Saeed Hanaei un eroe, colpevole solo di aver fatto il suo dovere religioso. Ha ammesso che guardando un documentario sul serial killer, volontario reduce della guerra Iran-Iraq, aveva provato una sinistra simpatia per questo personaggio che, presentandosi così ingenuo e innocente, senza alcuna confidenza con i media, diceva davanti alla telecamera cose che andavano contro i suoi stessi interessi. Holy Spider (dal soprannome affibbiato dalla stampa all'assassino che attraeva le vittime nella sua rete, cioè a casa sua, dove viveva con moglie e figli) è un noir persiano che racconta i bassifondi della città santa e della società iraniana. La vita grama delle prostitute alleviata dall'oppio, ma anche della piccolissima borghesia e degli eroi di guerra che in pace non trovano pace.

Altro elemento rivelatore dell'abisso fra l'apparire e l'essere in Iran è la storia di Zar Amir Ebrahimi, protagonista quasi per caso, perché era stata ingaggiata come direttrice del casting, ma poi, vista la prudente defezione della prescelta, ha ottenuto la parte, cui in realtà teneva moltissimo: quella della giornalista che incastra l'assassino. Le disavventure occorse all'attrice, un tempo eroina delle serie tv persiane e poi esule in Francia per sfuggire una persecuzione mediatica e giudiziaria in nome della morale (per non dire di una condanna a cento frustate e l'ostracismo da ogni set) dimostrano che la vita in Iran non è come la raccontano i film di regime e che quella società non è poi tanto diversa dalla nostra. Ma questo lo vedremo nel corso dell'intervista - esclusiva - che ci ha concesso.

Un momento del processo nel film: a sinistra in piedi, Mehdi Bajestani che interpreta il serial killer Saeed Hanaei (© One Two Films) 

All'epoca aveva seguito il caso dello Holy Spider?
"Sì, certo. I suoi delitti non erano percepiti come quelli che in Occidente si chiamano femminicidi. C'era già stato un serial killer a Teheran che stuprava e poi uccideva le donne. E un altro ancora in una grande città, Kerman, e poi ce ne sono stati alcuni che tiravano l'acido in faccia: sempre alle donne. Non ci furono reazioni politiche, nonostante le proteste delle femministe. Quelli dell'acido non sono stati neanche arrestati".

Mi spiega come ha fatto la censura iraniana, che considera tabù le scene di nudo, sesso, droga, prostituzione, a colonizzare il mio sguardo di spettatrice occidentale? Non riuscivo a credere che Holy Spider fosse un film iraniano.
"Quarantaquattro anni di zelante lavoro. E repressione. Ecco perché sono così orgogliosa di Holy Spider. È l'unico film in cui gente dell'Iran e di altri Paesi si è messa insieme per fare un film vero, onesto, che il governo condanna come un'insurrezione perché ha infranto tutte le sue regole. Abbiamo oltrepassato la loro linea rossa prendendoci anche molti rischi, per chi ancora lavora in Iran. Ma quello che ha fatto il regime in tutti questi anni è stato vendere un cinema che non rappresenta la realtà; anche grandi filmmaker accettano queste condizioni perché non hanno altra scelta".

Il quotidiano integralista Kayhan ha scritto che Sol Bondy e Jacob Jarek, produttori del film con Abbasi, "sono entrambi ebrei e sionisti". Siamo alla guerra di religione...
"La questione è delicata perché il serial killer aveva combattuto contro l'Iraq, apparteneva all'islamismo più acceso, aveva motivato la strage con la sua ideologia, peraltro vicina a quella dell'attuale governo. Che è contrarissimo all'idea di un film, girato da un regista nato e cresciuto in Iran ma poi trasferitosi in Europa, che racconta di prostitute ammazzate mentre il business del sesso prospera nella più importante meta religiosa degli sciiti. Lo sanno tutti, anche il governo, che dopo la visita alla moschea i pellegrini vogliono un po' di divertimento: per questo la prostituzione è indisturbata e non se ne parla. Dopo Cannes, c'è stato anche il rischio di una fatwa, ma con i moti di rivolta il regime ha problemi più seri di cui occuparsi". 

Le proteste in corso da quattro mesi in Iran cambieranno qualcosa?
"Penso siano già un segno di cambiamento. È la prima volta che la gente è così unita".

Che differenza c'è con l'Onda verde di oltre un decennio fa?
"È tutto molto diverso perché all'epoca speravamo ancora in un cambiamento all'interno del sistema: un governo riformista che promuovesse le riforme. Ma, soprattutto con la rielezione di Ahmadinejad, ognuno a poco a poco ha capito come funzionava davvero il sistema. Anche i riformisti: c'è una tale ipocrisia nel sistema che è impossibile riformarlo. Va cambiato tutto. Questa consapevolezza tiene insieme il popolo. È molto nuovo e sorprendente, ma non so che  succederà".

Che peso hanno nell'Iran di oggi quelli che un tempo sostenevano il serial killer Saeed Hanaei?
"In ogni caso, nella nostra società c'è una forte componente religiosa, diciamo tradizionale. Ma anche in quel venti per cento più conservatore e nel governo stesso, come nella comunità religiosa e persino fra gli estremisti, serpeggia la divisione. Si sta cominciando a scegliere da quale parte della storia mettersi. Se imponi per decenni una pressione enorme, prima o poi la situazione esplode".

Gli orsi non esistono di Jafar Panahi, regista iraniano in carcere da luglio, è stato in parte girato in Turchia, da cui la vostra troupe è stata cacciata. La Turchia si allinea all'Iran?
"Evidentemente. Ma penso che per fare un film del genere avremmo dovuto mantenere un profilo bassissimo, invece la produttrice turca ha sottoposto la sceneggiatura al ministero della Cultura che deve averla passata all'ambasciata iraniana: come prevedibile è stato posto il veto".

Così avete traslocato in Giordania. Là è filato tutto liscio?
"Per ragioni politiche che non conosco bene, la Giordania non ha nessun tipo di relazione con l'Iran, nemmeno economica".

Ma è sempre un Paese musulmano.
"Proprio per questo le riprese sono state a volte complicate. Per esempio, le scene con le prostitute".

In effetti non ho mai visto prima una fellatio in un film mediorientale.
"Ci credo! Anche far passare certi materiali alla dogana non è stato semplice. Alcuni prostetici per le scene di sesso gli attori se li sono dovuti infilare sotto le mutande".

L’attrice Sara Fazilat, nel film una prostituta 

Visto che siamo in tema, anche i problemi con il regime di Zar Amir Ebrahimi riguardano delle scene di sesso: un video, privato, girato tra due adulti consenzienti, ovvero lei e il suo fidanzato. Nel 2006 quel video fu trafugato e diffuso, scatenando un pericolosissimo putiferio.

Vogliamo parlarne? Chi rubò quel video?
"Il migliore amico del mio ragazzo di allora. L'ha rubato dal nostro computer. In realtà all'inizio avevo pensato che il colpevole fosse proprio il mio fidanzato perché appena scoppiato il caso ha lasciato il Paese e non si è schierato con me per difenderci. Ma non stavamo più insieme e già prima la relazione era complicata. Poi il governo l'ha fatto ritornare facendo pressioni e minacce alla sua famiglia. Ma all'inizio ha detto che il furto l'aveva compiuto uno dei miei amici, poi dopo un anno è venuto fuori che era stato il suo migliore amico, un bravo attore, peraltro. Queste sono le cose che succedono sotto questo governo. Ti mette uno contro l'altro".

Qualcuno le ha espresso solidarietà?
"Non più di dieci persone. Nessuno voleva parlarmi, o lavorare con me, molti colleghi hanno diffuso indiscrezioni sulla mia vita privata".

È vero che dopo il suo caso è stata emanata una legge che prevede la pena di morte per chi produce video hard, seppure privati e girati fra adulti consenzienti?
"Sì e hanno provato a dimostrare che avevano giustiziato qualcuno, ma non ne abbiamo mai avuto le prove. Hanno pure arrestato il tipo che aveva rubato e fatto circolare il mio video. Ma l'hanno liberato subito, era pieno di progetti, di film da fare, un eroe insomma. Sostenuto dai miei colleghi".

Consenso discutibile, come quello tributato allo spider killer stanato dalla "sua" giornalista. Quel personaggio, una reporter demansionata perché rifiuta le avance del capo, che si traveste da prostituta per andare a caccia dell'assassino, non è mai esistito,  è un'invenzione: ma c'è qualcosa della sua esperienza reale che ha riversato in questo ruolo?  
"In origine, il personaggio era più giovane: le ho regalato tutta la mia esperienza di vita in Iran. E ho parlato con molte giornaliste iraniane per capire qual è la loro condizione, molestie sessuali comprese".

Quando ha lasciato l'Iran?
"Nel 2008, subito prima del processo. All'inizio a Parigi è stata dura, non parlavo una parola di francese, non conoscevo nessuno nell'ambiente del cinema, però non mi sono arresa. Anche se tutti mi dicevano di lasciar perdere i film".