Jihad, ecco il manuale dei servizi segreti per spiare i lupi solitari
di Claudia Arletti , di Claudia ArlettiROMA. A Castrop-Rauxel, città un tempo mineraria del Nord Westfalia, l'8 gennaio la polizia ha fatto irruzione in casa di un giovane iraniano: in un armadietto custodiva quantità sufficienti di cianuro e ricina per fare una strage; secondo i giudici di Düsseldorf, stava pianificando un attentato.
Dalla Germania, al Belgio alla Francia, qua e là le cronache raccontano di inchieste internazionali legate al terrorismo di matrice islamica. Anche in Italia, da Milano in giù, si registrano senza grande clamore arresti ed espulsioni di uomini (e qualche donna) ritenuti pericolosi perché radicalizzati. A maggio, per dire, la Procura di Roma - su segnalazione dell'Fbi - ha smantellato una rete di 29 sospetti: nel deep web si scambiavano materiale jihadista e manuali operativi. Poche settimane prima, erano stati arrestati quattro uomini albanesi residenti a Bari - perfettamente integrati, uno dipendente del Comune: con la scusa della beneficenza …
ROMA. A Castrop-Rauxel, città un tempo mineraria del Nord Westfalia, l'8 gennaio la polizia ha fatto irruzione in casa di un giovane iraniano: in un armadietto custodiva quantità sufficienti di cianuro e ricina per fare una strage; secondo i giudici di Düsseldorf, stava pianificando un attentato.
Dalla Germania, al Belgio alla Francia, qua e là le cronache raccontano di inchieste internazionali legate al terrorismo di matrice islamica. Anche in Italia, da Milano in giù, si registrano senza grande clamore arresti ed espulsioni di uomini (e qualche donna) ritenuti pericolosi perché radicalizzati. A maggio, per dire, la Procura di Roma - su segnalazione dell'Fbi - ha smantellato una rete di 29 sospetti: nel deep web si scambiavano materiale jihadista e manuali operativi. Poche settimane prima, erano stati arrestati quattro uomini albanesi residenti a Bari - perfettamente integrati, uno dipendente del Comune: con la scusa della beneficenza islamica (zakat), raccoglievano via WhatsApp denaro per il predicatore Genci Abdurrahim Balla, reclutatore di militanti Isis da mandare in Siria.
Ci dobbiamo preoccupare? Stefano Dambruoso, magistrato esperto di terrorismo internazionale, ha scritto che oggi tutti "concordano che sia Al Qaeda sia lo Stato islamico non siano in grado di attuare complessi attentati. Nonostante ciò, resta alto il rischio che piccole cellule radicalizzate online possano reperire materiale per confezionare armi chimiche", come si è visto a Düsseldorf.
Dopo Charlie Hebdo
Se dunque le stragi alla Charlie Hebdo sono tristemente nella nostra memoria ma in un certo senso anche dietro le nostre spalle, oggi a fare paura è il mondo liquido e internettiano della jihad fai-da-te, senza leadership e poco o niente organizzata, cioè i micro-gruppi e le "schegge impazzite", i "lupi solitari", espressione che fa torto agli animali ma rende bene l'idea dell'imprevedibilità e del pericolo.
L'Italia si è data ora uno strumento che sta facendo il giro delle questure, destinato anche a operatori sanitari, carcerari e scolastici. Obiettivo, individuare i giovani radicalizzati che forse stanno per, fermarli prima del salto e poi accompagnarli nel percorso di de-radicalizzazione.
Si tratta di un volume di 167 pagine che si intitola Prevenzione dell'estremismo violento. Guida all'osservazione dei processi di radicalizzazione; non ha firme, perché è curato ed edito dall'Aisi, ovvero i servizi segreti, che per la prima volta escono "in chiaro" con un lavoro nato per essere diffuso al di fuori dell'apparato e perciò anche stilisticamente curato: dietro il logo dei Servizi (in copertina), il linguaggio è piano e comprensibile, a tratti accattivante: tanti titoli ed esempi, con un corredo di "casi" ormai considerati "di scuola", alcuni noti e autentici, altri costruiti per chiarire situazioni e procedure.
Il volume è dedicato principalmente alla cosiddetta prevenzione secondaria, riguarda cioè persone che sembrano attratte da una narrativa violenta, ma - come si diceva - non sono ancora passate all'azione. Con un approccio di multi-agenzia, ai vari attori in campo - insegnanti, psicologi, poliziotti, psichiatri, imam, educatori - si suggerisce di "farsi rete" per potere incrociare dati e individuare così chi è pronto a fare il salto per convinzione o per disperazione, o per le due cose insieme.
Sulla base di statistiche e di lavori analoghi realizzati nei Paesi più colpiti dagli attacchi, il libro elenca le spinte e i fattori che - sommati o incrociati - possono portare alla radicalizzazione, ed eventualmente all'azione. Sono campanelli d'allarme, che però solo un orecchio attento, preparato, può cogliere. Agli operatori (formati) sono dunque offerte le griglie elaborate da psicologhe, le sole firme nel testo, con elencati intanto i comportamenti più facilmente osservabili: il "soggetto" critica le donne per atteggiamenti troppo esibiti; magari si è allontanato dal centro islamico di riferimento ritenendolo troppo moderato; socializza solo con una cerchia ristretta e chi ne è fuori è un nemico; mostra un improvviso "disadattamento" a scuola o al lavoro. Una griglia riguarda gli elementi biografici, alcuni dei quali statisticamente ricorrenti: ha subìto eventi traumatici; è stato vittima di aggressioni, oppure ha vissuto in zone di guerra; talora ad altri indicatori si lega la disgrazia di avere perso un genitore nella prima infanzia; può essere un minore non accompagnato; in famiglia c'è chi inneggia all'estremismo; ha già commesso reati; fa uso di droghe... L'abbandono scolastico è considerato un elemento di vulnerabilità, condizione che rende una persona - adulta o adolescente - più permeabile al messaggio estremista.
Cosa c'entrano, invece, le Asl? Al contrario di Al Qaeda, lo Stato Islamico considera arruolabile chiunque e non si fa problemi a integrare, attraverso una propaganda web semplificata e grossolana, gli individui più fragili. Poiché poi un qualche disturbo mentale contraddistingue il 30 per cento dei "lupi solitari", i servizi sanitari territoriali diventano importanti: una "scheggia impazzita" potrebbe passare di lì.
Ragazze in battaglia
Tanti indicatori di rischio validi per gli uomini cadono quando si parla di donne: le foreign fighters italiane, per esempio, non hanno mai usato droghe, né avevano precedenti penali. La propaganda è gender-sensitive: insiste sull'immagine della "vera musulmana", forte, devota, madre e moglie (ma al bisogno incoraggiata a combattere senza l'autorizzazione del padre o del marito). Per le più giovani, adottare un modello islamista rappresenta talora un'occasione di ribellione alla famiglia o alla povertà. Tra i "casi di scuola" spicca quello di Maria Giulia Sergio, partita dalla Lombardia per combattere in Siria, a 27 anni, dopo essersi convertita all'Islam e avere più volte difeso in tv il velo (la storia è raccontata in Jihadisti italiani di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci, Utet). Non è mai tornata, oggi ha 35 anni.
Propaganda all'italiana
Lorenzo Vidino, direttore del Programma sull'estremismo alla George Washington University, la definisce una "fase di confusa transizione". Il declino dello Stato islamico, il Covid e ora la guerra in Ucraina hanno contribuito a ridurre l'intensità e il numero degli attentati - spiega - e ad abbassare l'attenzione nell'opinione pubblica, sicché l'assalto di Capodanno a Times Square (tre agenti feriti a colpi di machete), o quello in Spagna di pochi giorni fa (blitz in una chiesa, sempre col machete) sono passati quasi sotto silenzio. "In più, se prima si parlava solo di jihadismo, oggi nel Nord Europa, meno in Italia, crea grande allarme il fatto che l'estrema destra militante abbia rialzato la testa". Pochi partono. I gruppi jihadisti in Afghanistan, in Somalia, in Congo, in Mozambico non esercitano certo l'attrattiva del Califfato. "In compenso la pandemia ha dato una spinta forte all'auto-radicalizzazione via web, con una crescente propaganda tradotta o scritta in italiano".
Nella jihad fai-da-te, l'identikit del terrorista conclamato o potenziale si fa sfuggente: "Era un immigrato tunisino l'attentatore di Nizza passato per l'Italia; ci sono ragazzi nati e cresciuti in Italia; c'è l'islamismo pachistano di certe comunità chiuse del Bresciano; è kosovara la ventenne Bleona Tafallari, la "leonessa dei Balcani", presa a Milano a fine 2021...". Vidino dice che ci vorrebbero una legge e una cabina di regia centralizzata, come in altri Paesi. "Da noi è diffusa la prevenzione a livello locale, che intercetta i radicalizzati e poi li aiuta a uscirne. A Bari servizi e forze dell'ordine collaborano con le comunità islamiche... Questo sistema informale e flessibile dà i suoi frutti. Ma, per esempio, in carcere si dovrebbe fare di più". E cosa pensa del vademecum timbrato Aisi? "Che di certo i servizi non sono più quelli delle spie con l'impermeabile e gli occhiali scuri".
Insalata pericolosa
La psicologa Cristina Caparesi, che ha curato per l'Aisi le griglie con gli indicatori di rischio, guida il progetto di prevenzione del Friuli-Venezia Giulia, l'unica Regione ad avere un programma che coinvolge il territorio; ritiene decisiva la formazione degli operatori, a iniziare dagli insegnanti delle medie e superiori, ma anche nei centri dedicati alla salute mentale. Nei corsi che tiene su e giù per l'Italia, dove per prima cosa spiega che "vulnerabilità non significa per forza radicalizzazione", si parte dalla nozione di "estremismo violento" per arrivare alla gestione vera e propria dei casi.
"Mostro anche spezzoni di video, abbiamo tanto materiale straniero, per non rimanere solo sul piano teorico". Caparesi fa parte del Ran, Radicalization awareness network, la rete europea di operatori nata dopo l'attentato di Utøya in Norvegia (2011). Anche lei insiste sulla fluidità dello scenario: è il salad bar extremism a rendere tutti inquieti, l'estremismo-insalatiera che pesca nella jihad, nell'ultradestra e in varie ideologie, in un indistinto richiamo alla violenza.
Sul Venerdì del 10 febbraio