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L'industria del porno, da "Gola profonda" alla rivoluzione femminista

Proteste fuori da una sala americana contro Deep Throat e The Devil in Miss Jones di Gerard Damiano. alamy / ipa 
Mezzo secolo fa il film "Gola profonda" trasformò l’hardcore da affare sordido a industria. Che oggi le registe femministe cercano di cambiare Per “fottere” il sistema dall’interno
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Anche nel porno esiste un prima e un dopo: prima di Gola profonda e dopo Gola profonda. Che poi, a voler esser pignoli, in italiano si chiamerebbe La vera gola profonda, mentre in inglese, si sa, è Deep Throat, due parole che evocano brividi caldi e gemiti di piacere in tutto il mondo da 50 anni. Da quando cioè, il 12 giugno 1972, il film dell'ex parrucchiere Gerard Damiano sulle virtuosistiche fellatio di Linda Lovelace debuttò in sala a New York, richiamando orde di spettatori e dando il via a una vera rivoluzione dei costumi. "Per la prima volta tutto cambiò" racconta il compianto divo dei divi a luci rosse John Holmes nella sua autobiografia Re del porno: "Il pubblico non si sentiva più imbarazzato a fare la fila davanti a quei cinema. D'improvviso il porno era diventato parte della cultura popolare".  

L'età dell'oro

Nacque così la Golden Age of Porn, o il "porno chic" come lo de…

Anche nel porno esiste un prima e un dopo: prima di Gola profonda e dopo Gola profonda. Che poi, a voler esser pignoli, in italiano si chiamerebbe La vera gola profonda, mentre in inglese, si sa, è Deep Throat, due parole che evocano brividi caldi e gemiti di piacere in tutto il mondo da 50 anni. Da quando cioè, il 12 giugno 1972, il film dell'ex parrucchiere Gerard Damiano sulle virtuosistiche fellatio di Linda Lovelace debuttò in sala a New York, richiamando orde di spettatori e dando il via a una vera rivoluzione dei costumi. "Per la prima volta tutto cambiò" racconta il compianto divo dei divi a luci rosse John Holmes nella sua autobiografia Re del porno: "Il pubblico non si sentiva più imbarazzato a fare la fila davanti a quei cinema. D'improvviso il porno era diventato parte della cultura popolare".  

L'età dell'oro

Nacque così la Golden Age of Porn, o il "porno chic" come lo definì il giornalista del New York Times Ralph Blumenthal, parafrasando il celebre "radical chic" di Tom Wolfe. Chic perché per la prima volta l'hardcore non era più una faccenda sordida per soli uomini, ma ossessione unisex e trasversale, proiezione allucinata dell'inconscio collettivo e, soprattutto, industria (culturale) a tutti gli effetti. Sorta da un brodo di coltura molto particolare, come ha mostrato di recente la serie Hbo The Deuce, dove Maggie Gyllenhaal è una prostituta e futura regista di film per adulti nella Grande Mela marcia degli anni 70.  

A dare forma al nascente business del porno furono infatti personaggi e forze che definire eterogenei è un pallido eufemismo. Dai clan mafiosi italoamericani, attratti dall'enorme potenziale commerciale del settore (Deep Throat, prodotto con i soldi della famiglia Colombo, costò 25 mila dollari e ne guadagnò svariati milioni), al mondo dei sex worker di Times Square, in quegli anni vera e propria sentina del vizio newyorchese. Fino agli hippie e agli esponenti della controcultura più radicale che idealizzavano l'hardcore come un mezzo di liberazione sessuale e sperimentazione artistica. 

Agitatori pop porno che presto fecero proseliti anche in Europa. A cominciare dalla Svezia, dove il milanese Alberto Ferro, figlio ribelle di un rispettabile diplomatico, si fa strada con il nome di Lasse Braun e un corpus di opere concepite come deliberati assalti al comune senso del pudore. Secondo Braun, il porno doveva e poteva liberare il mondo perché "più delle droghe, della pillola anticoncezionale e dei discorsi filosofici e politici era in grado di colpire le masse".  

Sulla stessa scia il gruppo francese dei Pornocrates, che nacque nel 1975 e comprendeva attrici come Claudine Beccarie e Sylvia Bourdon, approdata alle luci rosse dall'esperienza politico-artistica nell'Internazionale orgiastica. L'Italia invece dovrà aspettare la fine dei 70 per avere la sua età dell'oro, grazie al demiurgo siciliano Riccardo Schicchi (fede radicale, ex reporter di guerra per Epoca e Panorama), inventore di un vero e proprio star system porno con la scuderia Diva Futura: Cicciolina, Ramba, Miss Pomodoro e Moana, ça va sans dire.

Il fatidico crossover

L'hardcore dei primordi dunque sforna pellicole visionarie, spericolate, a volte ingenue, ma spesso ben recitate e psicologicamente complesse. Film a tutti gli effetti, insomma, ma con qualcosa in più: veri atti sessuali. Pubblico e critica si esaltano per The Devil in Miss Jones (1973), altra pietra miliare del genere diretta da Damiano, mentre Exhibition di Jean-François Davy viene addirittura proiettato al festival di Cannes.

Hollywood prende nota e nel 1977 Marilyn Chambers, star dello psichedelicissimo e pansessuale Dietro la porta verde dei fratelli Mitchell, diventa la protagonista di Rabids - Sete di sangue di David Cronenberg, compiendo per prima il fatidico crossover, ovvero il salto dall'hard al mainstream che ancora adesso ossessiona tante star del settore (qualche esempio recente: Rocco Siffredi nei film di Catherine Breillat, Sasha Grey attrice per Soderbergh, James Deen in The Canyons di Paul Schrader).  

Rocco Siffredi. getty images 

La legge prova a mettere un freno a questa pericolosa esplosione dei sensi, ma con armi spuntate. Negli Stati Uniti le produzioni artistiche ricadono sotto il mitologico Primo emendamento che protegge libertà di pensiero ed espressione, quindi censurare il porno equivale a mettere in crisi le sacre fondamenta della democrazia. Quando la Corte suprema, nel '73, attacca l'hardcore, è il gotha della cultura a insorgere: da Kurt Vonnegut a John Updike, da Truman Capote a Joyce Carol Oates.  

E le femministe? In questa fase perlopiù simpatizzano, anche perché molte di loro lavorano nel settore, come le attrici, cineaste e attiviste pro-sex Candida Royalle e Annie Sprinkle. E poi, per quanto contorto e buffonesco, Deep Throat è in fondo un film sul godimento femminile, dove la protagonista, affetta da una malformazione che le colloca la clitoride nella gola, impone ai suoi partner una pratica che ha come obiettivo principale il proprio orgasmo.

Sesso, accuse e videotape

Tutto - o quasi - cambia con l'avvento dei videotape, che se non riportano il porno al punto di partenza, di sicuro lo ricollocano nel ghetto. Dalla visione collettiva in sala, si passa a una fruizione solitaria e casalinga. È il malinconico canto del cigno immortalato nel film Boogie Nights di Paul Thomas Anderson, dove Burt Reynolds interpreta un regista ispirato a Gerard Damiano, spaesato per il passaggio dalla celluloide al Vhs e dunque a un cinema con meno ambizioni e coraggio.

Ad aggravare la situazione arriva pure il pentitismo di Linda Lovelace, che nell'autobiografia bestseller Ordeal rivela di aver girato Deep Throat sotto minaccia di una pistola, e poco importa che appartenesse al manesco marito e non certo alla produzione del film. Inizia una crociata che unisce intransigenti femministe anti-porno come Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon alla destra più bigotta. Ma, soprattutto, dopo l'assalto al cielo, l'hardcore torna "alla sua funzione essenziale (la masturbazione)" scrive lo storico Pietro Adamo in Il Porno di massa (Raffaello Cortina Editore) con conseguenze rilevanti: "Il privilegio programmatico dell'occhio del maschio, la progressiva oggettivizzazione della donna e l'accentuazione del carattere sadico dello stesso hard".

Ovvero, tutti quei peccati che il porno deve espiare ancora oggi e che l'avvento di internet non ha certo risolto, semmai aggravato. Lo dimostra la proliferazione nelle piattaforme XXX di categorie e subcategorie che esasperano la sottomissione femminile: dagli schiaffi in faccia ai blowjob a soffocamento, dalle penetrazioni multiple e acrobatiche che rasentano il fachirismo alle fantasie di stupro.

Non per niente, una delle scene più indigeste del bel film Pleasure, affresco empatico e per nulla moralista dell'hard contemporaneo diretto nel 2021 dalla regista svedese Ninja Thyberg, è proprio quella in cui la protagonista, giovanissima aspirante pornostar, finisce per girare una scena molto violenta senza sapere bene a cosa va incontro.

Fantasie maschili

Ma Pleasure mette in luce anche un altro aspetto importante: l'illusione capitalistica (e molto americana) che libertà e autonomia personale passino sempre e solo dal denaro. Il porno è infatti un mondo dove le donne guadagnano molto di più degli uomini, ma per farlo devono quasi sempre adeguarsi alle loro fantasie.

Dunque un cambiamento, oltre che dal fai-da-te social, non può che partire da lì, dall'immaginario. Come avevano capito già qualche anno fa le italiane Ragazze del porno, collettivo di registe che nel 2016 ha prodotto il corto Queen Kong con Valentina Nappi, pensosa star dell'hard nostrano già collaboratrice di Micromega.

Sofia Kappel in una scena di Pleasure (2021) di Ninja Thyberg. webphoto 

E come ha capito tutta una nuova generazione di performer, cineaste, attiviste femministe e queer che amano definirsi post porno: dalla regista e produttrice svedese Erika Lust alle americane Jennifer Lyon Bell e Tristan Taormino fino all'italiana Slavina. Post perché non si tratta infatti di rifiutare l'hard, ma di superarlo, forzandone limiti e cliché e riportando alla ribalta il piacere femminile e non conforme. Fottere il sistema dall'interno, è il caso di dire. Proprio come quegli uomini e quelle donne audaci di 50 anni fa.

Sul Venerdì del 10 gennaio 2022