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Carnevale di Viareggio: da 150 anni la festa è qui

Una parata del Carnevale di Viareggio (getty images) 
Nato nel 1873, in questo secolo e mezzo il Carnevale di Viareggio è diventato un’industria ma anche un rito collettivo. Che racconta la storia d’Italia con orgoglio e cartapesta
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VIAREGGIO. Qualcuno lo chiama ancora "il pane dell'inverno". Malgrado il tempo passato e il potere da sbeffeggiare sia cambiato chissà quante volte. Del resto, in nessun altro posto al mondo il carnevale dura un anno intero. O forse sì, ma qui non conta. Qui è Viareggio, un mare di ricordi, suggestioni liberty e una lunga linea di sabbia asciutta ed estenuante, come la definiva Manlio Cancogni, scrittore che della Versilia è stato figlio illustre.

Il pane dell'inverno, dunque. Perché se d'estate è la spiaggia a muovere soldi e passioni, d'inverno tocca al Carnevale. Anche stavolta, per l'edizione dei 150 anni che non può essere come le altre. Mostre, feste nei rioni, balli, fanfare, persino un videogame. Ma soprattutto loro: i mascheroni dei carri. Le complesse, irridenti costruzioni un tempo trainate dai buoi, oggi impreziosite da coreografie che rendono le opere dei musical ambulanti. I carri sono pronti…

VIAREGGIO. Qualcuno lo chiama ancora "il pane dell'inverno". Malgrado il tempo passato e il potere da sbeffeggiare sia cambiato chissà quante volte. Del resto, in nessun altro posto al mondo il carnevale dura un anno intero. O forse sì, ma qui non conta. Qui è Viareggio, un mare di ricordi, suggestioni liberty e una lunga linea di sabbia asciutta ed estenuante, come la definiva Manlio Cancogni, scrittore che della Versilia è stato figlio illustre.

Il pane dell'inverno, dunque. Perché se d'estate è la spiaggia a muovere soldi e passioni, d'inverno tocca al Carnevale. Anche stavolta, per l'edizione dei 150 anni che non può essere come le altre. Mostre, feste nei rioni, balli, fanfare, persino un videogame. Ma soprattutto loro: i mascheroni dei carri. Le complesse, irridenti costruzioni un tempo trainate dai buoi, oggi impreziosite da coreografie che rendono le opere dei musical ambulanti. I carri sono pronti e alle 9 di mattina usciranno dagli hangar della Cittadella del Carnevale, il più grande parco dedicato alle maschere d'Europa dove i "maestri" lavorano mesi per realizzare le loro visioni. All'ingresso, sotto la statua di Burlamacco, la maschera simbolo, ci saranno tanti viareggini pronti ad accodarsi al corteo fino ai Viali a mare dove le sfilate (sei, l'ultima il 25 febbraio) hanno inizio.

 

 

Reagan e Cicciolina

A Viareggio è così. La gente il carnevale se lo sente addosso, come i costumi che compra o cuce per coreografie provate serate intere dopo aver chiuso bottega. Prima ne parlava al bar, ora sui social. Commenta, giudica, sdrammatizza oppure s'accende, come solo i toscani sanno fare. Un rito collettivo che ha attraversato guerre e mode, mutazioni di costumi, resistendo alla pandemia che dei raduni è negazione. In pratica, una grande industria: da 30 milioni l'anno con un indotto di quasi 200 a livello nazionale, dicono alla Fondazione Carnevale.

 

Il Carnevale viareggino del 1923  

 

Reagan e Cicciolina, Saddam Hussein e Craxi, papa Wojtyla e Bebe Vio. In questi anni la cartapesta dei mascheroni ha raccontato il mondo, dissacrandone padroni e debolezze. Sin dal 25 febbraio 1873, un martedì grasso, quando, lungo la medievale via Regia, per la prima volta sfilarono le carrozze radunate a festeggiare il carnevale in piazza, tra la folla, come a Roma un paio di secoli prima aveva immaginato il principe Giovanni Battista Borghese. Allora nessuno poteva prevederne il successo, né le gesta future dei carpentieri della darsena, costruttori di enormi barche sostenuti da un'abilità coraggiosa. Non lo sapevano, ma erano artisti. Uomini di ingegno e fatica via via affiancati da scultori, pittori, mani fatate, cervelli svelti.

Risate e lacrime

All'alba del Novecento i carri arrivano sul lungomare. Poi, negli anni Venti, per comporre la prima canzone dedicata alla sfilata (tradizione ancora oggi rispettata), qualcuno chiede consiglio a Giacomo Puccini che, seppur indaffarato a scrivere la sua Turandot, non disdegna soccorso. Era il 1921 e, due anni dopo, tra i mascheroni compare un Pierrot capace di girare la testa e muovere gli occhi, attraverso un meccanismo a forcella da bambola di una volta.

 

Un carro in preparazione (Archivio Fondazione Carnevale di Viareggio) 

 

Il carro sembra prendere vita, vince il primo premio e spinge verso la rivoluzione. Da quel momento, le opere saranno più ardite, sofisticate e soprattutto imponenti, spettacolari. Merito del nuovo materiale usato per costruirle: la cartapesta, fogli modellati su figure d'argilla e tenuti insieme da una colla di acqua e farina. Forme grandi ma leggere, dentro cui montare meccanismi necessari ai movimenti. La guerra sospende la tradizione, ma non la spegne, e nel 1946 i carri tornano sui viali a mare, trascinati dalla voglia di dimenticare fame e stenti.

Passano le stagioni, la Versilia inizia a vivere i suoi tempi migliori - ruggenti, irripetibili - e negli anni 50 il Carnevale, attraverso le prime dirette di Rai ed Eurovisione, entra nelle case anche di chi a Viareggio non c'è mai stato. La fama cresce e i maestri della cartapesta, dagli spazi ritagliati tra le case diroccate dalla guerra o sotto le logge del mercato, si trasferiscono nei capannoni di legno di via Cairoli dove però, in una notte di pioggia, tutto viene distrutto da un incendio scatenato da un cortocircuito.

Era il 29 giugno 1960. Quarantanove anni dopo, nel 2009, altre fiamme avrebbero sconvolto Viareggio: sempre il 29 giugno, nella stessa zona, vicino alla stazione. Un treno merci carico di gpl esce dai binari e provoca un rogo spaventoso che uccide (trentadue le vittime) e lascia ferite impossibili da cancellare malgrado il tempo e i processi.

 

Il sognatore di Jacopo Allegrucci, vincitore nel 2022 (Archivio Fondazione Carnevale di Viareggio) 

 

Viaggio nella cittadella

Coincidenza dolorosa che rammenta quanto la storia di Viareggio sia quella del suo Carnevale e viceversa, nel bene e nel male. Difficile immaginarsi un viareggino indifferente alla festa. Di certo esiste, ma resta oscurato dal gran palcoscenico a cielo aperto. Soprattutto nei giorni degli ultimi preparativi, quando negli hangar della Cittadella il tempo stringe e si saldano gli ultimi pezzi con l'ansia da vigilia addosso.
La Cittadella è ai confini con Lido di Camaiore, toni e spazi da area di periferia, un supermercato, parcheggi. Il traffico sull'Aurelia scorre vicino, gli stabilimenti balneari riposano più in là, a pochi chilometri di distanza. Dal 2001, dentro la Cittadella, sede della Fondazione, la creatività celebra se stessa nel museo, nell'archivio dei tremila bozzetti originali delle opere. E si rinnova nei laboratori dove i maestri costruttori - firme di scenografie e set per cinema e teatro nel resto dell'anno - rifiniscono i carri.

Gli hangar sono affacciati sul piazzale e animati dalle ultime pennellate di colla, vernice. Luca Bertozzi ha 38 anni. Da bambino, il padre la domenica lo accompagnava nei capannoni dei maestri costruttori dell'epoca. Lui restava incantato e la mattina dopo, a scuola, giurava al compagno di banco che da grande avrebbe fatto proprio quel lavoro lì: creare maschere. Così è andata. "Per questo mi ritengo fortunato", dice accarezzando il Bacco del suo carro ispirato ai canti carnascialeschi di Lorenzo il Magnifico, pronto per la prima sfilata. "Quando lavoriamo nei laboratori proteggiamo l'effetto sorpresa tenendo segreti i movimenti. Chiaro: tra di noi ci stimiamo, ma la concorrenza esiste...". Per le opere serve ingegno, ferro da montare nelle anime dei personaggi e tanta carta stropicciata, pressata a modellare smorfie e figure. "Tutto l'anno raccolgo giornali" racconta Bertozzi "mi affido a bar, negozi e ai tanti che ogni giorno vengono a consegnare chili di quotidiani".

Nel laboratorio vicino, un altro maestro costruttore, Alessandro Avanzini, scende dal carrello dal quale controlla la sua creatura. Come tanti del mestiere è figlio d'arte. Suo padre Silvano, ex partigiano, nel 1960, addobbò il carro con le sagome dei potenti dell'epoca - Eisenhower, Krusciov e De Gaulle - riunite in un grottesco tavolo della pace: il primo carro satirico della storia del Carnevale. Ne sarebbero seguiti tanti altri, applauditi, talvolta censurati. Racconta: "Ricordo i carri dedicati a Pertini, Andreotti in versione ragno, Berlusconi. Quest'anno invece parliamo di guerra e ho montato immagini dei conflitti del passato intorno a drappi dai simboli della pace scoloriti". Ancora una volta risate e lacrime, speranze e provocazioni. Sentimenti. Gli elementi della vita. E del pane di ogni inverno.