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Il figlio Paolo: “Mio papà Enzo Jannacci, un genio che vendeva poco"

Paolo e Enzo Jannacci nel 2011 ospiti della trasmissione tv Che tempo che fa (Daniel Dal Zennaro / Ansa)
  
A dieci anni dalla morte, il figlio Paolo in un libro e qui ne racconta vita e canzoni: "È stato fortunato a non avere a che fare con il politicamente corretto oggi imperante"
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MILANO. Se Paolo Jannacci è figlio di Enzo (e lo è, eccome, basta guardarlo o parlarci per massimo dieci secondi), e se le canzoni di Enzo Jannacci sono state le sue figlie (e lo sono state, eccome, perché riassumono magistralmente l'uomo e le sue visioni), aristotelicamente si deduce che Paolo Jannacci è fratello delle canzoni di Enzo. E quindi è quasi più un libro sulle sue sorelle quello che ha scritto assieme a Enzo Gentile nel decennale della scomparsa del papà, il più grande cantautore italiano di sempre (giudizio personalissimo, intendiamoci, ma assai condiviso). Perché questa è la cosa che colpisce di Enzo Jannacci. Ecco tutto qui, in uscita il 17 per Hoepli: che è una biografia musicale, accuratissima e ricca di dettagli, di analisi delle canzoni e di come nacquero, ma è molto poco una biografia sentimentale, come ci si aspetterebbe da un figlio.

 

Sanremo 2020, la p…

MILANO. Se Paolo Jannacci è figlio di Enzo (e lo è, eccome, basta guardarlo o parlarci per massimo dieci secondi), e se le canzoni di Enzo Jannacci sono state le sue figlie (e lo sono state, eccome, perché riassumono magistralmente l'uomo e le sue visioni), aristotelicamente si deduce che Paolo Jannacci è fratello delle canzoni di Enzo. E quindi è quasi più un libro sulle sue sorelle quello che ha scritto assieme a Enzo Gentile nel decennale della scomparsa del papà, il più grande cantautore italiano di sempre (giudizio personalissimo, intendiamoci, ma assai condiviso). Perché questa è la cosa che colpisce di Enzo Jannacci. Ecco tutto qui, in uscita il 17 per Hoepli: che è una biografia musicale, accuratissima e ricca di dettagli, di analisi delle canzoni e di come nacquero, ma è molto poco una biografia sentimentale, come ci si aspetterebbe da un figlio.

 

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Paolo Jannacci, ce la spiega questa cosa?
"Molto semplice. Io una biografia sentimentale di papà l'avevo già scritta, perdipiù con lui ancora vivo, nel 2011: Aspettando al semaforo, che era proprio un viaggio nel suo mondo, nei suoi valori, nelle sue bizzarrie che poi non erano bizzarrie, ma un modo di vivere eccentrico, ma al contempo concretissimo. Adesso andava fatto qualcosa di diverso, per questo anniversario, e non potevo farlo che io, così come non poteva farlo che Enzo Gentile, forse il giornalista più vicino a papà. Quindi ci siamo messi insieme, confrontandoci passo per passo, io curando più i retroscena personali e musicali, che ci sono, Enzo più le analisi, e poi confrontandoci e correggendoci a vicenda".

 

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E quel sottotitolo? È la speranza di aver scritto l'opera definitiva su suo padre?
"No, nel senso che ancora di lui si parlerà, anzi spero che lo si faccia sempre di più. L'idea, la voglia, è aver messo un punto e a capo su questo decennale. Su papà si è scritto tanto, sono usciti tanti libri, spesso ben fatti, ma al contempo imprecisi, che mettevano a fuoco la figura, ma senza riuscirci mai del tutto. Insomma, serviva un libro tecnico, da cui ripartire per discussioni e analisi future".

 

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Lei con suo padre ha collaborato, negli ultimi vent'anni di vita. Quanto è stato bello lo immaginiamo. Ma quanto è stato facile?
"Bellissimo e difficilissimo, perché padre e musicista erano elementi inscindibili, e i comportamenti si intrecciavano. Ma la musica è stato il modo per superare i contrasti, per unirci. Perché ovviamente è arrivato prima il padre, e da buon figlio maschio nell'adolescenza ci ho avuto un rapporto orrendo. Poi siamo cambiati. Tutti e due, la musica ci ha fatto diventare più adulti, aiutato a costruire un rapporto di amicizia, che si è consolidato col lavoro di artista".

Lei come interveniva sul lavoro di Enzo?
"Di sottrazione, levando musica, accordi, rendendo più lisce canzoni a volte ispide. Era la sua generosità, d'altronde, quella che lo portava a parlare a raffica per dire quattro cose contemporaneamente, col risultato a volte di essere incomprensibile".

Nel libro, vita e opere di suo padre sono analizzate per singolo decennio. Qual è stato il migliore?
"Ne dico due. Uno dal '74 all'85, con dischi come Quelli che... e Ci vuole orecchio, l'Enzo con più energia creativa e umana, grazie anche a Beppe Viola. E poi l'ultimo, in cui l'ho tolto un po' dal casino, dalla frammentazione del messaggio in cui si era infilato, riuscì a dire cose durissime ma col jazz, penso a Lettera da lontano. E quando andava in concerto proponeva Via del campo di De André - di cui fu riconosciuto come coautore - in modi inesplorati a tutti. Chiudevi gli occhi e sentivi il desiderio di fare la differenza".

 

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Era come se vivesse una rivalsa?
"Certo. Come diceva spesso, "grande successo, ma non si monetizza un cazzo". Lui è stato unico anche per quanto la sua popolarità non si è tradotta in dischi venduti. Non pochi, certo, ma non quanti sarebbe stato lecito aspettarsi. C'è stato un lungo periodo in cui non riusciva a farsi capire e non era capito".

A proposito, e lei quanto è capito? Ovvero, quanto è considerato ancora figlio di, e non un bravissimo musicista?
"Sono ben consapevole di essere considerato figlio di. Ci sono alcuni lievi dettagli. Anzitutto, che lo sono. Poi, che le sue canzoni fanno parte della mia vita e del mio lavoro. Dopodiché, se questo è il senso della domanda, so bene che da Paolo Jannacci ho fatto finora un disco e due tour e ho 50 anni, che devo dare un grosso colpo di reni alla mia vita e alla mia carriera. Ma se mi fanno fare un concerto e mi chiedono anche qualcosa di Enzo, che faccio, rinnego papà per due canzoni, peraltro splendide?".

Fatto il punto su suo padre da vivo, facciamolo anche da morto. In questi 10 anni è stato dimenticato o rivalutato?
"Rivalutatissimo, come capita spesso ai morti, ma a lui anche di più. Certo, lui diceva: "Onoratemi da vivo, così mi diverto di più". Purtroppo solo dal 2013 in poi si è capita questa genialità che arrivava come un lampo e travolgeva tutto. Lui era così: se vedeva un ostacolo, un luogo comune, uno schema mentale, lo demoliva, invece di aggirarlo come faccio io. Penso a quando propose al Festivalbar La fotografia, su un ragazzo ucciso dalla mafia: dopo 10 secondi fu travolto dai fischi del pubblico che voleva solo divertirsi, ma se ne fregò. È stato fortunato a non avere a che fare col politicamente corretto di adesso, che ci impedisce di avere arte vera. Pensi a cosa avremmo rischiato di perdere".

Pubblicato sul Venerdì del 17 febbraio 2023