Brendan Fraser: diventare balena puntando all'Oscar
di Marco Consoli , di Marco Consoli"Herman Melville una volta ha detto che in America ci sono solo cinque critici. Gli altri sono tutti addormentati. Non so cosa volesse dire, ma sono felice vi siate risvegliati per me". Con una dichiarazione a metà tra la battuta e l'amara constatazione di essere stato messo da parte per troppo tempo, Brendan Fraser, 54 anni, ex campione di incassi con La mummia (1999) e relativo sequel, oltre che con Viaggio al centro della Terra (2008), ha ricevuto una nomination agli Oscar e il Critic's Choice Award per The Whale di Darren Aronofsky, pellicola presentata alla scorsa Mostra di Venezia e ora sugli schermi dal 23 febbraio grazie a iWonder Pictures.
Il film si regge tutto sulle spalle di Fraser che interpreta Charlie, un uomo seppellito dentro il proprio corpo smisuratame…
"Herman Melville una volta ha detto che in America ci sono solo cinque critici. Gli altri sono tutti addormentati. Non so cosa volesse dire, ma sono felice vi siate risvegliati per me". Con una dichiarazione a metà tra la battuta e l'amara constatazione di essere stato messo da parte per troppo tempo, Brendan Fraser, 54 anni, ex campione di incassi con La mummia (1999) e relativo sequel, oltre che con Viaggio al centro della Terra (2008), ha ricevuto una nomination agli Oscar e il Critic's Choice Award per The Whale di Darren Aronofsky, pellicola presentata alla scorsa Mostra di Venezia e ora sugli schermi dal 23 febbraio grazie a iWonder Pictures.
Il film si regge tutto sulle spalle di Fraser che interpreta Charlie, un uomo seppellito dentro il proprio corpo smisuratamente grasso, che se ne sta quasi sempre seduto nella penombra del proprio appartamento e campa insegnando scrittura creativa online a un gruppo di studenti, cui cela la propria immagine dicendo di avere la webcam rotta. Quando la sua amica Liz (Hong Chau) che gli fa da infermiera va a trovarlo, scopre che l'uomo ha una pressione talmente alta da richiedere il ricovero immediato, ma lui si rifiuta di andare in ospedale. La visita di sua figlia, l'adolescente Ellie (Sadie Sink), permetterà agli spettatori di capire perché Charlie ha intrapreso un percorso di autodistruzione e scoprire se è ancora in grado di salvarsi. "Charlie ha un corpo che è la manifestazione dei propri traumi. È un uomo che ha rimpianti, è sprofondato nella tristezza e ha usato il cibo come ancora di salvezza. Pur se in misura diversa, anche io ho avuto problemi di peso, e questo mi ha avvicinato alla sua psicologia", ammette l'attore, che a Venezia si è mostrato molto appesantito, lontano dall'immagine prestante che dava di sé a 30 anni, peccato che a Hollywood spesso ti fa precipitare dal ruolo di protagonista a quello di comprimario.
Eppure se non fosse stato per Fraser, che con questa interpretazione è candidato all'Oscar, il film non sarebbe nemmeno nato, come racconta lo stesso Aronofsky. "Ho visto a New York in un teatro off Broadway la pièce di Sam D. Hunter e ricordo di avere riso e pianto immensamente. Mi sono innamorato subito di Charlie e dopo qualche tempo ho pensato di portare la sua storia sul grande schermo. Ho cercato di realizzare questo film per dieci anni, ma non mi veniva in mente un solo attore che potesse riuscire a suscitare negli spettatori quell'empatia di cui il personaggio aveva bisogno. Ho incontrato diverse superstar, ma temevo che la fama avrebbe fatto cercare agli spettatori il loro volto sotto il make-up, invece di vedere Charlie, che è un uomo complesso, amorevole ma egoista, con un rapporto difficile col proprio corpo".
E come si è imbattuto in Brendan Fraser?
"Non conoscevo il suo lavoro, non avevo visto nemmeno Demoni e dei, considerato dai critici il suo film d'autore più importante. Un giorno ho intercettato per caso su internet il trailer di Journey to the End of the Night (dove Fraser è un giocatore d'azzardo cocainomane, ndr) e l'ho chiamato. Ho visto in lui la luce degli occhi che doveva avere Charlie. A New York abbiamo provato una lettura del copione e l'ho scritturato".
All'epoca aveva già il fisico attuale o ha dovuto prendere peso per il ruolo?
"Brendan era già in sovrappeso, e mi ha chiesto se sarebbe dovuto ingrassare ancora, ma io gli ho detto che era fuori discussione poter avvicinare la stazza di Charlie. Per questo ho lavorato con Adrien Morot (candidato all'Oscar, ndr) che ha costruito delle protesi corporee tali da simulare l'enorme strato di adipe del personaggio".
Nel film sembra che Fraser faccia uno sforzo enorme a spostarsi.
"È andata veramente così. La specie di tuta modellata per aderire perfettamente al suo corpo era veramente pesante e gli impediva di muoversi liberamente. Inoltre l'effetto sulla pelle era soffocante e questo lo faceva sudare, ma il sudore interferiva col make-up sul viso, quindi per tenerlo al fresco gli abbiamo fatto indossare sotto le protesi una di quelle tute raffreddate ad acqua che usano i piloti di Formula 1. Già recitare emozioni complesse è difficile, immagini farlo con tutto quel peso e quel trucco facciale addosso. Brendan è stato straordinario".
Alcune persone sui social e alcuni critici l'hanno accusata di fat shaming, di truccare una persona per farla sembrare oltremodo grassa e poi deriderla.
"Non ho nemmeno idea di come qualcuno possa pensare che nel film ci si prenda gioco delle persone obese, perché è ovvio che non è così. Questa idea poi che un attore non possa interpretare chiunque è pericolosa, perché accettando questo modo di pensare ognuno potrà raccontare solo se stesso, ma questo è il contrario di ciò che significa recitare e fare cinema. Tra l'altro grazie agli effetti digitali, che abbiamo usato in parte anche in The Whale, le possibilità recitative per gli attori negli ultimi anni si sono ampliate moltissimo: i giovani possono interpretare persone anziane, i magri i grassi e viceversa. Impedire che questo avvenga è una follia".
E che cosa ha da dire rispetto al modo in cui è rappresentato Charlie e al tono della vicenda?
"Premesso che il personaggio era già delineato nello spettacolo teatrale, qualcuno ha detto che è deprimente e triste, come se queste fossero diventate brutte parole. Abbiamo dimenticato com'era bello una volta andare al cinema e commuoversi per la storia di qualcuno che soffre e con cui riusciamo a stabilire un legame di empatia. I film strappalacrime sembrano non esistere più. Ma sono state proprio le lacrime versate quando sono andato a teatro, la gentilezza e la luce emanate da Charlie, a farmi decidere di girare il film".
Lei è tornato al festival di Venezia dove il suo precedente lavoro, Madre!, fu massacrato dai critici. Che ricordi ha di quel momento?
"Sono molto orgoglioso di quel film perché so quanta fatica ci è costato realizzarlo. Sapevo che avrebbe diviso pubblico e critica, però non immaginavo quanto alcune persone si sarebbero arrabbiate. Però il tempo è galantuomo e, a distanza di tempo, molti hanno iniziato a rivalutarlo, un po' com'era accaduto con The Fountain, anch'esso presentato al Lido".
Il suo primo film risale a 25 anni fa. Che cos'ha imparato in questo quarto di secolo di carriera?
"Che l'industria grida sempre 'al lupo al lupo', come se fossimo costantemente sull'orlo di una catastrofe. Ora si dice che il cinema sparirà. Personalmente non sono un fan dello streaming, perché a casa sei sempre distratto da qualcosa e non riesci a immergerti in una storia come in sala. Però il cinema non tramonterà mai: ci sarà sempre bisogno di storie da raccontare. E di chi le sa raccontare".