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Philip Selway, c'è vita senza i Radiohead: "Per sentire la mia voce ho mollato la batteria"

Philip Selway, batterista dei Radiohead (Phil Sharp) 
Finalmente al terzo album solista, 'Strange Dance', il musicista è soddisfatto e racconta il lungo viaggio dal retro del palco per arrivare davanti. Ma, per raggiungere lo scopo, ha dovuto mollare il suo strumento. E arrivare in Italia. Intervista
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La leggenda vuole che sia stato Dave Grohl a coniare la freddura: "Quale è l'ultima cosa che direbbe un batterista alla sua band? Hey, ragazzi, perché non proviamo a suonare un brano che ho scritto io?". Risate. Diffidenza. E ne sa qualcosa Grohl: era il batterista dei Nirvana quando Kurt Cobain firmava futuri classici del rock. Solo dopo la morte del frontman Grohl ha guadagnato la ribalta diventando il frontman e compositore dei Foo Fighters.
Non deve essere facile neanche essere Philip Selway. Immagina: sei il batterista di una delle più grandi band al mondo, i Radiohead, ma coltivi in silenzio per anni il desiderio di far ascoltare le tue canzoni. "In realtà ho iniziato proprio come cantautore, da teenager", racconta in collegamento da Londra: è in attesa che finiscano i lavori di ristrutturazione della casa nella sua amata Oxford per tornare all'ovile. "La batteria era solo un altro mezzo per comporre. Anche la c…

La leggenda vuole che sia stato Dave Grohl a coniare la freddura: "Quale è l'ultima cosa che direbbe un batterista alla sua band? Hey, ragazzi, perché non proviamo a suonare un brano che ho scritto io?". Risate. Diffidenza. E ne sa qualcosa Grohl: era il batterista dei Nirvana quando Kurt Cobain firmava futuri classici del rock. Solo dopo la morte del frontman Grohl ha guadagnato la ribalta diventando il frontman e compositore dei Foo Fighters.
Non deve essere facile neanche essere Philip Selway. Immagina: sei il batterista di una delle più grandi band al mondo, i Radiohead, ma coltivi in silenzio per anni il desiderio di far ascoltare le tue canzoni. "In realtà ho iniziato proprio come cantautore, da teenager", racconta in collegamento da Londra: è in attesa che finiscano i lavori di ristrutturazione della casa nella sua amata Oxford per tornare all'ovile. "La batteria era solo un altro mezzo per comporre. Anche la chitarra ho imparato a suonarla perché tutto era d'aiuto per servire al meglio la canzone".

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Nessun litigio, però, perché i Radiohead hanno trovato una soluzione clamorosamente democratica: tutti i brani sono firmati collettivamente "Radiohead". Ma contribuiscono davvero tutti? "Beh, all'interno della band ci sono vari compositori, ma di solito partiamo dalle idee di Thom, che è l'autore principale. E capita che le canzoni non cambino tantissimo rispetto all'impostazione iniziale. Altre volte invece si prestano a tutte le voci musicali che ci sono nel gruppo: ed è allora che diventano canzoni dei Radiohead. Da questo metodo di lavoro viene l'idea della firma collettiva per i brani. È un sistema che ha funzionato".
Ma poi lì dietro c'erano comunque le canzoni scritte da Selway che spingevano per essere completate e registrate. C'è voluto tempo. Il musicista aveva diciotto anni quando nel 1985 nacque la band On a Friday, sarebbero poi diventati i Radiohead. Ne aveva 43 quando pubblicò il debutto solista, Familial. C'è voluto un quarto di secolo perché si alzasse dallo sgabello della batteria e affrontasse quei lunghissimi tre, quattro, cinque metri che lo separavano dal proscenio. "Sapevo di non essere stonato, ma non basta: devi trovare la tua vera voce. Ne parlavo l'altro giorno con Dave Rowntree (batterista dei Blur, ha appena debuttato da solista, ndr) e in passato con Phil Collins, mi piacerebbe affrontare il discorso anche con Dave Grohl: è un vero viaggio dal retro del palco fino ad arrivare davanti. Come batterista sei parte del grande rito ma non hai mai i riflettori puntati addosso, sei concentrato su quello che succede intorno. Sul palco con i Radiohead in tutti questi anni ho capito i trucchi del mestiere, ma stare davanti è diverso. Ho trovato un suono personale per la batteria, ma per la voce c'è voluto tempo. Solo ora per esempio ho capito davvero che la mia è più espressiva se canto in un registro più grave".

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Viaggio sul Lago Maggiore

E quindi al terzo album solista, Strange Dance ("mi sono ispirato a Carole King e alla compositrice elettronica Daphne Oram, ma anche a Nick Drake e Mark Hollis"), Selway ha davvero trovato fiducia in se stesso. O almeno credeva. Invece, iniziate le registrazioni, a tradirlo è stato proprio il suo strumento: la batteria. Ed è qui che la storia del nuovo lavoro prende una piega inattesa. Italiana. "Avevo iniziato a registrare le mie parti di batteria ma c'era qualcosa che non andava. È vero, non la suonavo da un po', ma non era quello, è che proprio con la mente ero da tutt'altra parte, impegnato a controllare tutti gli aspetti dell'album. E quindi ne ho parlato con la produttrice del disco, Marta Salogni, che mi ha consigliato una musicista, italiana come lei, Valentina Magaletti. Che ha una grande tecnica, ma soprattutto una vitalità e una personalità incredibili nel modo in cui suona la batteria. È spontanea e intuitiva, e il suo lavoro ha aiutato tutto il resto. Quindi alla fine, tra Marta e lei, posso dire che questo è un album anglo-italiano. La scorsa estate ero in vacanza vicino al Lago Maggiore - Marta viene da quelle parti - e in macchina ho deciso di sentire l'album. Mentre guidavo per le strade tutto ha trovato un senso. Tra l'altro proprio in Italia è iniziata la mia avventura da solista: nel 2010 feci da voi i primi concerti senza Radiohead".
In un'intervista di qualche anno fa al sito Rockit, Magaletti diceva che non è facile essere una batterista in un mondo di uomini, che sono il 97 per cento contro il 3 per cento di donne. Quanto sessismo c'è nell'ambiente? "Basta guardare anche al numero di produttrici donne come Marta: pochissime. Però le cose stanno cambiando. Lo vedo anche nel mio piccolo: ci sono le figlie di alcuni amici che hanno iniziato a guardarsi intorno per suonare con qualche band e hanno scelto la batteria. Quando ho cominciato io non era così, non succedeva praticamente mai. Ma neanche me ne rendevo conto. Quindi sì, le cose stanno andando avanti nella direzione giusta. Penso anche a band come Savages o Pins. Però c'è ancora tanto lavoro da fare". E Selway aiuta, anche in altri ambiti. Gentilissimo, disponibilissimo, un buon samaritano. Letteralmente: "Per una ventina di anni ho fatto il volontario per l'associazione di beneficenza Samaritans, rispondevo al telefono per ascoltare gente in difficoltà. Ora non sono più al centralino ma li ho coinvolti nel mio  nuovo tour e sponsorizzo le loro attività".

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Grazie a Harry Potter

Prossima fermata: Radiohead. Fermi dopo i concerti del 2018, stanno iniziando lentamente a rimettere in moto la grande macchina. "Sì, siamo in contatto, abbiamo parlato recentemente dei piani futuri. Ma al momento siamo tutti presi dai nostri progetti. Thom e Jonny sono in giro con gli Smile. Ed sta finendo il suo nuovo album solista. E Colin suona dal vivo con Nick Cave e Warren Ellis: l'ingaggio più fico che esista! Ma siamo ancora una band". Una band che, quasi per minare ulteriormente l'autostima di Selway, a un certo punto pensò bene di affiancargli in tour un secondo batterista... "Era un'esigenza pratica per portare dal vivo i brani dell'album The King of Limbs. In studio avevamo registrato così tante tracce di batteria quindi per rendere giustizia in concerto a quei brani abbiamo pensato che l'ideale fosse avere due batteristi, ed è arrivato Clive Deamer, uno dei migliori. È stato fantastico suonare con lui".
In famiglia è stato più facile. Per risolvere il problema della fiducia in se stesso si è giocato una carta magica con i suoi figli: Harry Potter. Era lui a suonare la batteria nella band che si esibisce al Ballo del Ceppo nel film Harry Potter e il calice di fuoco: "Erano piccoli quando mi hanno visto in quella scena. Ed è allora che sono riuscito a fare colpo su di loro. E mi hanno detto: 'Siamo orgogliosi di te'".